giovedì 14 aprile 2016

Padre Giovani Scalese. «Salutare autocritica»

Dal blog. Querculanus - Senza peli sulla lingua, riprendiamo l'intervento di Padre Giovanni Scalese.
Vorrei ricordare a chi ci leggesse solo ora che la nostra consapevolezza sulla situazione e su cosa si stesse preparando non nasce da ora:
Conciliarità, Sinodalità. Come cambia la Chiesa?
Consolidamento della sinodalità e del conciliarismo? Il C9 e la "decentralizzazione" della Chiesa
Permanere nella verità di Cristo
Per chi fosse interessato ad altre approfondimenti: Indice dei Memoranda

Mi è stato sollecitato un intervento sull’esortazione apostolica Amoris laetitia. I lettori che mi seguono ab initio sanno che non mi piace molto commentare i documenti pontifici. Scrissi in altra occasione: «Le sentenze non si discutono, si applicano». In questa circostanza, pertanto, anziché entrare nel merito dell’esortazione, preferirei soffermarmi principalmente su alcuni aspetti procedurali, anche se sarà inevitabile fare dei riferimenti ai contenuti.

Il documento ci invita a essere umili e realisti e a fare una “salutare autocritica” (n. 36): credo che tale atteggiamento non debba essere rivolto solo verso la Chiesa del passato e la sua prassi pastorale, ma, per essere autentico, debba estendersi a 360° e quindi anche alla Chiesa odierna. Vorrei pertanto fare alcune domande, non con spirito polemico, ma come semplice invito alla riflessione.

1. È corretto tornare su questioni che erano state già affrontate in tempi relativamente recenti (il precedente Sinodo sulla famiglia risale al 1980), senza che nel frattempo la situazione fosse radicalmente mutata? È vero che in questi trentacinque anni ci sono state non poche novità, che non erano state allora affrontate (p. es., la fecondazione assistita, la maternità surrogata, la teoria del gender, le unioni omosessuali, la stepchild adoption, ecc.); ma è altrettanto vero che tali tematiche non sono state al centro dei lavori degli ultimi Sinodi e sono toccate solo in parte e di sfuggita nell’esortazione apostolica. L’attenzione sembrava rivolta esclusivamente su una questione che era stata già ampiamente dibattuta e definita: l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati civilmente. La questione era stata autorevolmente risolta nell’esortazione apostolica Familiaris consortio (n. 84); il suo insegnamento era stato poi ripreso dal Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1650) e ribadito dalla Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 14 settembre 1994 e dalla Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 24 giugno 2000. Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

2. È corretta la procedura seguita per affrontare questo tema? Prima il Concistoro straordinario nel febbraio 2014; poi l’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre dello stesso anno; successivamente, l’emanazione dei due motu proprio sulle cause di nullità matrimoniale nell’agosto 2015; quindi l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre immediatamente successivo; infine l’esortazione apostolica post-sinodale appena pubblicata. Finora non si era mai vista una simile procedura: non era sufficiente un’unica assemblea sinodale, debitamente preparata? Era proprio necessario questo “martellamento” durato due anni? A qual fine? Senza contare poi le anomalie registrate lungo il cammino: la segretezza della relazione al Concistoro e del dibattito sinodale; la relazione post disceptationem del Sinodo 2014, che non rifletteva i risultati del dibattito; la relazione finale del medesimo Sinodo, che riprendeva tematiche che non erano state approvate dai Padri; la lettera riservata dei tredici cardinali all’inizio del Sinodo 2015, denunciata pubblicamente come “cospirazione”; ecc.: sono cose normali?

3. È corretto insinuare determinate soluzioni pastorali, che non erano state accolte dai Padri sinodali (e pertanto non potevano essere riprese nel testo dell’esortazione), nelle note del documento? È corretto mettere in discussione in un documento del magistero l’insegnamento di un documento precedente con la seguente formula: «molti … rilevano» (nota 329)? “Molti” chi? “Rilevano” a che titolo? Inoltre, quale tipo di adesione richiede la nota 351, che ammette una possibilità in aperto contrasto con con l’insegnamento e la prassi ininterrotta della Chiesa, basandosi su argomenti che erano stati già presi in considerazione e giudicati insufficienti a giustificare una deroga a quell’insegnamento e a quella prassi (cf la Lettera della Congregazione della Dottrina della fede del 14 settembre 1994, in particolare il n. 5: «Tale prassi [di non ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia], presentata [da Familiaris consortio] come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni»)?

4. Non ci si dovrebbe preoccupare, quando si pubblica un documento, di che cosa arriverà ai fedeli? In Evangelii gaudium si poneva, giustamente, il problema della comunicazione del messaggio evangelico (n. 41); in Amoris laetitia si ammonisce di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati» (n. 300). Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se un’affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme? In Amoris laetitia non si ignora il problema: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale piú rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» (n. 308), ma poi, con Evangelii gaudium (n. 45), si risponde che è preferibile una Chiesa che «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». Si è tentati addirittura di pensare che la confusione venga intenzionalmente ricercata, perché in essa agirebbe lo Spirito e in essa Dio va ricercato. Personalmente preferisco credere, con San Paolo, che «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14:33).

5. È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre piú prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il piú delle volte significa che le idee non erano molto chiare. Senza contare che, elaborando documenti eccessivamente lunghi, si rischia di scoraggiare anche i piú volenterosi a intraprenderne la lettura e li si costringe ad accontentarsi dei sunti, solitamente parziali e di parte, che ne fanno i mezzi di informazione.

6. È proprio necessario che i documenti pontifici si trasformino in trattati di psicologia, pedagogia, teologia morale, pastorale, spiritualità? È questo il compito del magistero della Chiesa? Prima si afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (n. 3) poi, di fatto, ci si pronuncia su ogni aspetto e si rischia addirittura di cadere in quella “casuistica insopportabile”, che pure, a parole, si dice di deprecare (n. 304). Al magistero spetta il compito di interpretare la parola di Dio (Dei Verbum, n. 10; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 85), definire le verità della fede, custodire e interpretare la legge morale, non solo evangelica, ma anche naturale (Humanae vitae, n. 4). Il resto — la spiegazione, l’approfondimento, le applicazioni pratiche, ecc. — è sempre stato lasciato ai teologi, ai confessori, ai maestri di spirito, alla coscienza ben formata dei singoli fedeli. Un’esortazione apostolica, destinata a tutti i fedeli, non può, a mio parere, diventare un manuale per confessori.

7. È giusto insistere sull’astrattezza della dottrina (nn. 22; 36; 59; 201; 312), contrapponendola al discernimento e all’accompagnamento pastorale, quasi non ci fosse possibilità di convivenza fra le due realtà? Che la dottrina sia astratta, non mette conto di sottolinearlo: lo è per natura; come la prassi, di per sé, è pratica. Ma ciò non significa che nella vita umana non ci sia bisogno dell’una e dell’altra: la prassi deriva sempre da una teoria (basti pensare che in Amoris laetitia si ripete per ben due volte, ai nn. 3 e 261, un principio filosofico — e pertanto astratto — che era stato già enunciato in Evangelii gaudium ai nn. 222-225: «Il tempo è superiore allo spazio»). Ragion per cui è importante che la prassi, per essere buona (“ortoprassi”), sia ispirata da una dottrina vera (“ortodossia”); in caso contrario, una dottrina errata genererebbe inevitabilmente una prassi cattiva. Disprezzare la dottrina non giova a nulla, serve solo a privare la prassi del suo fondamento, della luce che dovrebbe guidarla. Non ci si accorge, inoltre, che il parlare della prassi non si identifica con la prassi stessa, ma costituisce solo una teoria della prassi? E la teoria della prassi è pur sempre una teoria, altrettanto astratta quanto la dottrina a cui si vuole contrapporre la prassi.

8. Descrivere la Chiesa del passato come una Chiesa esclusivamente interessata alla purezza della dottrina e indifferente ai problemi reali delle persone, non è forse una caricatura che non corrisponde in alcun modo alla realtà storica? Arrivare al punto di usare certe espressioni (n. 49: «Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”»; n. 305: «Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”») è non solo offensivo, ma falso e ingeneroso verso quanto la Chiesa ha fatto e continua a fare, pur fra mille contraddizioni e infedeltà, per la salvezza delle anime. Nella Chiesa il discernimento e l’accompagnamento pastorale (magari chiamati con nomi diversi e senza fare troppe teorizzazioni) ci sono sempre stati; solo che finora ciascuno faceva il suo mestiere: il magistero insegnava la dottrina, i teologi l’approfondivano, i confessori e i direttori spirituali l’applicavano ai singoli casi. Oggi invece sembrerebbe che nessuno riesca più a distinguere la specificità del proprio ruolo.

9. Trasformare le esigenze della vita cristiana in “ideali” (nn. 34; 36; 38; 119; 157; 230; 292; 298; 303; 307; 308) non significa — davvero in questo caso — trasformare il cristianesimo in qualcosa di astratto, peggio, in una filosofia, se non addirittura in una ideologia? Non significa forse dimenticare che la parola di Dio è viva ed efficace (Eb 4:12), che la verità rivelata è una “verità che salva” (Dei Verbum, n. 7; Gaudium et spes, n. 28), che il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1:16), che «Dio non comanda l’impossibile; ma, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» (Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50)?

10. Siamo sicuri che la “conversione pastorale” (Evangelii gaudium, n. 25), che si richiede alla Chiesa odierna, sia un bene per essa? Ho l’impressione che alla base di tale conversione ci sia un equivoco di fondo, già presente al momento dell’indizione del Concilio Vaticano II e giunto fino ai nostri giorni: pensare che non sia più necessario che la Chiesa oggi si prenda cura della dottrina, essendo già essa sufficientemente chiara, conosciuta e accettata da tutti, e che ci si debba preoccupare solo della prassi pastorale. Ma siamo proprio sicuri che la dottrina sia oggi cosí chiara, che non necessiti di ulteriori approfondimenti e di essere difesa da interpretazioni erronee? Siamo proprio certi che tutti, oggi, conoscano la dottrina cristiana? Non basta rispondere a queste domande dicendo che c’è il Catechismo della Chiesa cattolica: primo, perché non è scontato che tutti lo conoscano; secondo, perché, quand’anche fosse conosciuto, non è detto che sia da tutti condiviso. Se è vero che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione piú luminosa della verità di Dio» (Amoris laetitia, n. 311), è altrettanto vero che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime» (Humanae vitae, n. 29; cf Familiaris consortio, n. 33; Reconciliatio et paenitentia, n. 34; Veritatis splendor, n. 95). E il servizio che il magistero deve offrire alla Chiesa è, innanzi tutto, il servizio della verità (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 890); proprio insegnando la verità che salva il magistero assume un atteggiamento pastorale e “misericordioso” verso le anime. Solo quando il magistero avrà adempiuto a questo suo compito primario, gli operatori pastorali potranno, a loro volta, formare le coscienze, fare opera di discernimento e accompagnare le anime nel loro cammino di vita cristiana.

31 commenti:

Anonimo ha detto...

Sanders, Morales, Correa, Sachs. Il quartetto che piace tanto al papa
....
Sta di fatto che Sanders, ebreo agnostico ma ammiratore di papa Francesco, è stato invitato in Vaticano nientemeno che per tenere una conferenza, nel pomeriggio di venerdì 15 aprile, su "la situazione politica mondiale dal 1991", cioè dall'anno di pubblicazione dell'enciclica di Giovanni Paolo II "Centesimus annus".
La pontificia accademia delle scienze sociali, infatti, ha organizzato un grande convegno, il 15 e il 16, per celebrare i 25 anni di quell'enciclica. E ad invitare Sanders è stato appunto il cancelliere dell'accademia, l'arcivescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo, arrembante membro dell'entourage del papa e suo disinvolto factotum nel campo sociale e politico.
Ma Sanders non sarà il solo a colorare politicamente il convegno. Oltre a lui prenderanno la parola i due campioni della sinistra populista latinoamericana Evo Morales, presidente della Bolivia, e Rafael Correa, presidente dell'Ecuador, entrambi molto in sintonia con la visione politica che papa Jorge Mario Bergoglio ha formulato nei due discorsi fiume da lui tenuti a Roma e a Santa Cruz de la Sierra a un'assortita accolta di "movimenti popolari" anticapitalisti e no global di tutto il mondo.

Né mancherà tra i relatori del convegno un altro prediletto di Sánchez Sorondo, l'economista neomalthusiano Jeffrey Sachs, che è ormai di casa in Vaticano e passa come grande "ispiratore" dell'enciclica ecologica di papa Francesco "Laudato si'".
Che cosa abbiano a che fare Sanders, Morales, Correa e Sachs con la "Centesimus annus" di Giovanni Paolo II, così lontana dai loro teoremi anticapitalisti e ambientalisti, è l'ennesima delle trovate di Sánchez Sorondo, in questo caso evidentemente più attento ai sentimenti di papa Bergoglio che alla quadrata visione geopolitica del suo santo predecessore.

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/13/sanders-morales-correa-sachs-il-quartetto-che-piace-tanto-al-papa/

Anonimo ha detto...

In un articolo pubblicato l’11 aprile su Catholic World Report, Eduardo Echeverria, professore di Filosofia e Teologia sistematica presso il Seminario Maggiore “Sacro cuore” di Detroit (USA), ha espresso opinioni critiche a proposito di alcune parti del capitolo 8 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. Si tratta di una serie di valutazioni fatte in confronto con l’enciclica Veritatis splendor di papa Giovanni Paolo II.

http://www.catholicworldreport.com/Item/4706/chapter_8_of_iamoris_laetitiai_and_st_john_paul_ii.aspx

Luisa ha detto...

Quando vedo che Tornielli per ridicolizzare il card. Burke si serve dell`Humanae Vitae e della Familiaris Consortio mi dico che se avesse riflettuto un attimo non avrebbe scelto quei due testi perchè chiunque ha ancora due neuroni in servizio attivo e legge prima l`H.V. e la F.C. e poi passa all`AL si rende conto che NON c`è continuità ma divergenza, allora se i due testi di Paolo VI e Giovanni Paolo II sono Magistero come può essere considerato un testo che prende un`altra direzione?

Anonimo ha detto...


http://www.onepeterfive.com/pope-francis-departs-from-church-teaching-in-new-exhortation/

Luisa ha detto...

Un piccolo sorriso perchè a parte ridere che cosa si può fare d`altro?
L`Osservatore Romano pubblica l’articolo apparso sul «Corriere della Sera» del 14 aprile e leggo:


" C’è anche l’ombra di Sigmund Freud, nell’esortazione Amoris laetitia che Papa Francesco ha dedicato alla famiglia. Comunque si percepisce una mano che sa bene cosa sia la sociologia, la psicologia, e persino la psicanalisi.

http://ilsismografo.blogspot.ch/2016/04/vaticano-amoris-laetitia-secondo-la.html#more

Anonimo ha detto...

MONUMENTALE
Emilio

tralcio ha detto...

A stupire maggiormente è l'incomponibilità della situazione...

Andrea Tornielli scrive che non è possibile non considerare "magistero" l'Amoris Laetitia.

Tuttavia essa (con Evangelii Gaudium e Laudato sì) completa un tris in cui la povertà evangelica è stata rivista alla luce della povertà materiale, la creazione ha cessato di essere creata da un Creatore per essere adorata come natura naturans e il cristianesimo è una religione come un'altra per salvarsi: persino Cristo può essere "riassorbito" nel dialogo interreligioso e reinterpretato, a seconda del mutare delle cose in un relativistico divenire che rende il "peccato" non più un problema con Dio, ma solo una valutazione assembleare tra uomini.

Tutti i normalisti sostengono che non c'è discontinuità nel magistero di papa Francesco.

Allo stesso tempo i papolatri inneggiano al fatto che questo magistero sia "rivoluzionario".

Qualcuno poi sostiene che la dottrina non si cambia, ma la pastorale deve adeguarsi.

Ma un Papa recente (Giovanni Paolo II) Giovanni Paolo II 1984 (Reconciliatio et Paenitentia, par. 26) lascia scritto che: "alla radice della raccomandazione del Sinodo, così opportuna, si trova un presupposto fondamentale: ciò che è pastorale non si oppone al dottrinale, né può l'azione pastorale prescindere dal contenuto dottrinale, dal quale, anzi, trae la sua sostanza e la sua reale validità. Ora, se la Chiesa è «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15) ed è posta nel mondo come madre e maestra, come potrebbe tralasciare il compito di insegnare la verità che costituisce un cammino di vita?

Il Card. Burke spiega che è il Papa stesso a dire che l'Esortazione post-sinodale, non è un atto di magistero.

Tornielli, per dire che il card. Burke non può dire quel che il Papa stesso ha detto, ricorre a un'enciclica (Humanae vitae) e a un'esortazione (Familiaris Consortio)

I due atti magisteriali citati "a supporto" sono però tra le migliori prove provate che il magistero in questo papato ha cambiato radicalmente registro.

E, in pieno sfoggio di misericordiosa accoglienza e dispensando dosi da cavallo di misericordina, se appena si accusa qualche sintomo di misericordite tuonano pesanti rimbrotti di chi è portatore sano di questa malattia, indisponibile al dissenso.

La Chiesa non è "mai stata così bene" come adesso?

Se anche nessuno dichiarasse lo scisma, il gregge è confuso e disperso.

Davvero un guaio!

Josh ha detto...

da Magister:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351273

estraggo dal capitolo verso il fondo

"MISERICORDIA PER TUTTI, TRANNE CHE PER I FIGLI OBBEDIENTI


Il capitolo ottavo dell'esortazione "Amoris lætitia", su divorziati risposati e dintorni, è quello che più stupisce.

È un'inondazione di misericordia. Ma è anche un trionfo della casuistica, pur così esecrata a parole. Con la sensazione, alla fine della lettura, che ogni peccato è scusato, tante sono le sue attenuanti, e quindi svanisce, lasciando spazio a praterie di grazia anche nel quadro di "irregolarità" oggettivamente gravi. L'accesso all'eucaristia va da sé, neppure è necessario che il papa lo proclami dai tetti. Bastano un paio di allusive note a piè di pagina.

E quelli che fin qui hanno obbedito alla Chiesa e si sono riconosciuti nella sapienza del suo magistero? Quei divorziati risposati che con tanta buona volontà e umiltà, per anni o per decenni, hanno pregato, frequentato la messa, educato cristianamente i figli, fatto opere di carità, pur in una seconda unione diversa dalla sacramentale, senza fare la comunione? E quelli che hanno accettato di vivere col nuovo coniuge "come fratello e sorella", non più in contraddizione col precedente matrimonio indissolubile, e hanno così potuto accedere all'eucaristia? Che ne è di tutti questi, dopo il "liberi tutti" che tanti hanno letto nella "Amoris lætitia"?

C'è nell'esortazione una nota a piè di pagina – un'altra, non le due citatissime che fanno balenare la comunione per i divorziati risposati – che riserva a quelli che hanno compiuto la scelta di convivere "come fratello e sorella" non una parola di conforto ma uno schiaffo.

Gli si dice infatti che facendo così possono far danno alla loro nuova famiglia, poiché "se mancano alcune espressioni di intimità, 'non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli'". Il sottinteso è che fanno meglio gli altri a condurre una vita piena da coniugi anche in seconde nozze civili, magari facendo anche la comunione.

Leggere per credere. È la nota numero 329, che impropriamente cita a sostegno del suo rimprovero nientemeno che la costituzione conciliare "Gaudium et spes", al n. 51. "

(...)
!!!

Anonimo ha detto...

Una presa di posizione forte e chiara, che mette nero su bianco, sarebbe da sottoscrivere, da tutti i cattolici, compresi i Cardinali:
http://voiceofthefamily.com/catholics-cannot-accept-elements-of-apostolic-exhortation-that-threaten-faith-and-family/

Josh ha detto...

Aggiungo una notazione che forse non interesserà a nessuno ma per me è sintomatica. La gradatio che già si nota dai "titoli" non è positiva.

Prima Casti Connubii, poi Familiaris Consortio e ora Amoris Laetitia.
Non suona solo come una perdita dell'aura, che comunque c'è, e una diminutio d'ispirazione, peraltro evidente, ma si tratta di un percorso di allontanamento dal piano ontologico e spirituale verso uno mundano e carnale tout court.
Come dire: Gaudeamus Igitur!
A parte il fatto che Amoris Laetitia suona già di per sè come qualcosa di licenzioso, di catulliano, se non cose da vetrina di Amsterdam. Non capisco poi che Laetitia ci sia nella demolizione di più Sacramenti e nello spingere la gente a peccare.

Josh ha detto...

riprendo dal mio link sopra un passaggio di Magister, per una sottolineatura:

Magister: "C'è nell'esortazione una nota a piè di pagina – un'altra, non le due citatissime che fanno balenare la comunione per i divorziati risposati – che riserva a quelli che hanno compiuto la scelta di convivere "come fratello e sorella" non una parola di conforto ma uno schiaffo.

Gli si dice infatti che facendo così possono far danno alla loro nuova famiglia, poiché "se mancano alcune espressioni di intimità, 'non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli'". Il sottinteso è che fanno meglio gli altri a condurre una vita piena da coniugi anche in seconde nozze civili, magari facendo anche la comunione.

Leggere per credere. È la nota numero 329, che impropriamente cita a sostegno del suo rimprovero nientemeno che la costituzione conciliare "Gaudium et spes", al n. 51. "

_riporto così la nota 329 di Amoris Laetitia:

[329] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51).

N.B.:
quindi come dire: se i divorziati risposati non consumano carnalmente tra loro, nell'era Bergoglio, rovinano la famiglia, e anzi mettono a rischio la fedeltà coniugale (del 2ndo matrimonio adulterino): invece di consumare carnalmente tra loro sottintende che consumeranno con altri/e fuori dalla coppia, e allora tanto vale consumare tra loro e fare la Comunione lo stesso;

quindi è sconsigliato vivere da divorziati/risposati in castità, ma è molto meglio consumare per certa chiesa attuale.... insomma bisogna fare sesso fuori dal matrimonio e da divorziati risposati/adulteri, e anzi fanno peccato gli altri a non consumare, perchè non consumando non cementificano la nuova unione, e anzi danno adito all'infedeltà (!!??).

E' come dire anche che è impossibile la continenza (può una Chiesa postulare che la carne è più debole dello Spirito dopo la conversione??? dopo la fede nella vittoria di Cristo!!) ed è come postulare che i Comandamenti di Dio sono non solo gravosi, ma impraticabili (che è un'altra eresia, tra le tante, di chi non conosce minimamente la vita di Grazia, e il potere di rigenerazione spirituale di Cristo su chi si converte)

Anacleto ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Luís Luiz ha detto...

La reazione a catena: è ormai banale e triviale criticare i documenti papali. Con Bergoglio, la natura stessa del papato è compromessa. I documenti apostolici sono "opinioni personali". Si apre un precedente fatale alla Fede.
Pero, se è vero che Amoris laetitia non è magistero papale, non è perchè non sia magistero, ma perchè non è papale.

Anonimo ha detto...

Josh,
L'evoluzione che sottolinei mi ha fatto ricordare quella dei termini inglesi, di derivazione francese e quindi latina, "gay" e "gayness"
Sarò fissato, ma ci vedo la mano, oltre che di un "esperto di sociologia, psicologia ed anche psicanalisi" (sic), anche di uno "esperto" di terzi sessi e "gender". Di sicuro non si avverte affatto "la mano" di un teologo, vescovo e pontefice cattolico.

Anonimo ha detto...

Ora vorrei capire perchè la familiaris consortio avrebbe avuto la capacità di "risolvere autorevolmente" (punto1) mentre la amoris laetitia non dovrebbe essere neanche magistero. Non sono entrambe esirtazioni apostoliche? In base a cosa avrebbero un valore differente? Qui si sta nascondendo la testa sotto la sabbia perchè fa troppo male ammettere che la Chiesa ha subìto una mutazione genetica. E perché è troppo difficile porsi la vera domanda che urge oggi: Signore, da chi andremo?

Anonimo ha detto...

http://www.riscossacristiana.it/e-morirono-discernendo-di-marco-manfredini/

Anonimo ha detto...

Anonimo delle 19.05 : Veramente il termine gay non deriva dal francese, o dal latino m ma è un acronimo usato all'inizio a New York durante le prime manifestazioni de gli omosessuali. Gay deriva dalle iniziali di "Good As You" sono buono quanto voi, valgo quanto voi ( riferito agli eterosessuali
Antonino

Anonimo ha detto...


"Ancora sull'incredibile nota 329 della "Amoris lætitia". Una lettera, un racconto"


http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/14/ancora-sullincredibile-nota-329-della-amoris-l%C3%A6titia-una-lettera-un-racconto/

Anonimo ha detto...

"quindi è sconsigliato vivere da divorziati/risposati in castità, ma è molto meglio consumare per certa chiesa attuale.... "

Non è sconsigliato ma certamente è necessario anche qui un accompagnamento spirituale. Se intrapreso senza il dovuto discernimento può davvero rivelarsi pericoloso per la fedeltà.

irina ha detto...

Sulla nota 329
Un ostacolo oggi, a mio parere, è che i sacerdoti scorrazzano tra troppi pensieri riguardanti il sesso. Anche i laici ci pensano e sono indotti a pensarci più del dovuto, ma per i chierici il sesso è diventato una leggenda metropolitana, non solo per quello che li riguarda ma anche per quello che riguarda i laici. Cominciamo col dire che molti felicemente sposati non dormono nella stesso letto e spesso neanche nella stessa stanza e questa abitudine è tanto più diffusa quanto più la vita di entrambi non solo è rivolta a Dio e necessita di preghiera e raccoglimento ma è una vita operosa dal punto di vista dello studio, del lavoro.Sono unioni che si affinano sempre più e sempre meglio approfondendo il loro rapporto proprio in virtù del rapporto che ognuno ha con il Signore e/o con gli interessi di ognuno per il proprio lavoro. Lo stesso dormire nello stesso letto non è,per la gran parte degli sposi, una ginnastica quotidiana di varianti a sfondo sessuale; anche senza che ci sia una deliberata scelta, la vita di due sposi è talmente piena di incombenze che il letto matrimoniale è utilizzato quasi eslusivamente per i giusto riposo. E questo per gran parte dell'anno; quando non diventa, in qualsiasi ora della notte, punto di raccolta di figli piccoli o anche grandicelli con influenza o per qualche brutto sogno.Quindi i don, i monsignori, i vescovi non credano che poi sia così difficile trovare tra marito e moglie felicissimi quelli che felicissimi vivono da fratello e sorella, senza altra intimità che un'anima sola che entrambi sostiene.

Anonimo ha detto...

C'è qualcosa di surreale: queste nuove disposizioni di Bergoglio hanno ribaltato completamente e palesemente gli insegnamenti dei precedenti duemila anni: Gesù diceva va e non peccare più mica va e continua così che vai bene come dice Bergoglio. Invece è in atto una sorta di più o meno consapevole gigantesca negazione della realtà azzeccando garbugli qua e la. Inoltre Gesù e la Chiesa prima di Bergoglio accoglievano tutti (non come va raccontando Bergoglio adesso) ma indicavano qual'era il peccato e quale era la via giusta per il bene delle persone. Ora invece il peccato, in questo caso l'adulterio, Bergoglio l'ha abolito. O lo applica in termini ideologici: se un "ricco" (o un suo nemico politico...) tradisce la moglie è peccato. Se a farlo è uno del suo gregge con l'odore delle pecore allora non è peccato. E' la stessa cosa che ha fatto per il resto: se a rubare è un politico suo nemico allora è un corrotto e peccatore. Se a farlo è per esempio un suo buon (a prescindere) migrante allora non è più peccato. Poi naturalmente applicando le più classiche tecniche da scuola di partito se qualcuno fa notare le "lievi" contraddizioni e differenze tra la sua Chiesa e quella di prima allora si becca del fariseo, duro di cuore, ipocrita e legalista. E giù applausi dai Salotti del bel Mondo che conta.
E questi pretendono di essere sulla stessa linea di Padre Pio per dire che non è cambiato niente? Ma per favore...
In tre anni hanno ribaltato una intera religione bimillenaria, ci lascino almeno il gusto dell'invettiva.
Ah! Prepariamoci al grande spettacolo mediatico global-conformista di sabato, mi raccomando.
Miles

Josh ha detto...

@Anonimo 14 aprile 2016 22:26 dice, citando quanto sopra:

"quindi è sconsigliato vivere da divorziati/risposati in castità, ma è molto meglio consumare per certa chiesa attuale.... "

_anonimo lei risponde: Non è sconsigliato ma certamente è necessario anche qui un accompagnamento spirituale. Se intrapreso senza il dovuto discernimento può davvero rivelarsi pericoloso per la fedeltà.

_dico io: che significa? per lei non è sconsigliato vivere in castità da divorziatirisposati, bene, ma è necessario un accompagnamento spirituale. Ok. E' necessario un accompagnamento spirituale anche per vivere da divorziatirisposati NON in castità? il prete si trasforma in consulente erotico?

E poi cosa mai vuol dire che la castità per fede vissuta in una relazione sentimentale tra divorziatirisposati può rivelarsi pericolosa per la fedeltà?? Non significa nulla!

E in che senso? Siamo credenti o SCHIAVI degli impulsi? si è inaugurata ora l'era del (falso) cristiano-bestia governato dai genitali e non dallo Spirito Santo.

Cosa vuole dire se marito e moglie di 2nde nozze divorziatirisposati scelgono la castità per il Signore, tra loro 2, ma la castità "può rivelarsi pericoloso per la fedeltà" nel senso che sarebbero casti tra loro 2, ma si cercherebbero avventure al di fuori della coppia? E di che "castità" stiamo parlando allora?

ma questi di cui stiamo parlando sono almeno credenti? hanno davanti agli occhi il Signore Gesù Cristo o sono dei puttanieri?
Ma di che diavolo si sta parlando! Ma per favore....

Anonimo ha detto...

Antonino,
grazie dell'informazione. Avevo sempre letto che il termine "gay" era l'aggettivo equivalente al nostro "gaio, allegro, contento". Se è invece come dice lei, il tentativo di lavaggio del cervello portato avanti dalla lobby LGBT con la loro neolingua è persino peggiore.

Cesare Baronio ha detto...

Io credo che ci sia un passo del commento di padre Scalese che è estremamente indicativo:

"Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se un’affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme?"

Ora, al di là delle domande retoriche - che contengono in sé già la risposta al quesito che sollevano - io credo che si dovrebbe applicare questo passo anche al Concilio: non è forse vero - per usare una domanda retorica - che anche i documenti del Vaticano II abbiano suscitato commenti contrastanti? che il linguaggio usato non è sufficientemente chiaro? che vi sia chi considera il Concilio in chiave di ermeneutica della continuità e chi di ermeneutica della rottura?

Il Card. Burke afferma che non esista uno spirito del Concilio che si oppone al Concilio stesso: che cioè non si può far dire al Concilio ciò che esso non afferma, essendo questo un atto del Magistero. Poi però sostiene che la Amor laetitiae non è un atto magisteriale. A me pare invece che vi sia già chi cerca di appellarsi allo spirito dell'Esortazione postsinodale, proprio appellandosi al testo volutamente equivoco dell'Esortazione stessa, esattamente come si poté fare col Concilio.

Ma per continuare con le domande retoriche di padre Scalese:

"Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?"

Non è forse vero che anche il Concilio sfugga a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale? non ha fosse rimesso in discussione - ad esempio con la Dignitatis humanae un insegnamento definitivo?

E per quale motivo padre Scalese, nonostante questa contraddizione, cita fonti del Concilio a sostegno delle proprie tesi, quando queste fonti, per deliberata volontà del loro estensore, si sono volute meramente pastorali e non magisteriali?

Eppure c'è chi si ostina a non voler riconoscere l'evidenza e a trarne le conseguenze: è stato il Concilio ad inaugurare questa stagione nefasta della pastorale. E' stato il Concilio - e con esso Giovanni XXIII, Paolo VI e i loro eredi - a voler annacquare la chiarezza dottrinale del Magistero cattolico con frasi volutamente equivoche che hanno consentito ai novatori di dichiararlo un atto rivoluzionario e - paradossalmente e nonostante le prove evidentissime - i conservatori citano a sostegno delle tesi opposte.





Cesare Baronio ha detto...

E qui torniamo all'articolo di ieri: il problema di stabilire se l'Amor Laetitiae - o qualsiasi altro documento conciliare e postconciliare - sia o meno un atto magisteriale dev'essere affrontato solo dopo aver chiarito se il suo contenuto sia ortodosso o eretico, e questo ce lo dice anzitutto la ragione, ancor prima del ricorso all'analogia fidei. D'altra parte, se contenuto e forma di questi documenti fossero cattolici e coerenti con la dottrina cattolica, che bisogno ci sarebbe di note previe o capire se siano o meno documenti magisteriali?

Bene fa quindi il Card. Burke a dire che l'Amor laetitiae non è un atto del Magistero, ma deve anche dire che non lo è non perché a ciascuno sia lecito decidere arbitrariamente il Magistero cui prestare assenso, ma semplicemente perché quel documento contiene errori dottrinali.

Bisogna quindi procedere per passi logici: primo, evincere dal contenuto di un documento la sua coerenza o contrapposizione alla dottrina; secondo, se il documento si dimostra eterodosso, prender atto del fatto che non è cattolico; terzo, se è un documento eretico, dedurre che non può esser parte del Magistero cattolico e che pertanto, quarto, ad esso non solo non va prestato alcun assenso, ma che dev'esser confutato e condannato.

Affermare che un documento non è magisteriale costituisce una foglia di fico, che rivela la vergogna di un peccato già compiuto, ma per il quale è necessario un atto di accusa, il pentimento, la riparazione e il proposito di non peccare più. Se ci si limita, come fece Adamo, alla foglia di fico, non c'è possibilità di perdono.

La Gerarchia conciliare (attenzione: non sto parlando della Chiesa, che è esente da errore) deve quindi saper andare oltre la semplice petizione di principio circa la magisterialità dell'Amor laetitiae: deve accusarsi di aver distorto deliberatamente l'insegnamento di Cristo a danno della salvezza delle anime e dell'onore di Dio e della Chiesa; dele pentirsi per esser venuta meno al mandato del Salvatore; deve riparare alla propria colpa, iniziando da quel peccato originale che è rappresentato dal Vaticano II, che contiene in nuce tutti gli errori odierni; deve emendarsi e riproporre in modo chiaro ed inequivocabile l'insegnamento tradizionale.

Citare la Gaudium et spes o la Dei verbum per confutare l'Amor laetitiae equivale a citare quale testimone a discarico di un delitto il mandante di quel delitto stesso.

Baronio

(l'intero commento è qui: http://opportuneimportune.blogspot.it/2016/04/glosse-alla-salutare-autocritica-di.html)

exodus-B. ha detto...

@ Anonimo 15,57 di ieri:

Io non me la sentirei più di parlare di Chiesa Cattolica Apostolica Romana (e tutto questo, perchè la Chiesa è stata fondata su Roma non è un rebus); ormai con bergoglio parlerei di chiesa latino/americana della TdL - non capisco di che chiesa parliamo - altrimenti.
forse i cardinali già da qualche decennio non sapevano più chi eleggevano sul Soglio di Pietro, e chi veniva eletto vescovo o cardinale; in altri tempi si stava molto attenti ai Pastori.
Grazie, grazie mille alla rivoluzione conciliare vaticansecondista che ha spostato tutti i paletti di sempre perchè dovevamo essere tutti uguali - comunque guardate come è andato e come ci troviamo - continuate pure a dire, anche se pochi, che i danni di spostare la gerarchia da roma in altri posti del mondo.......
E' vero la Chiesa Cattolica (Universale) è Cattolica per questo, ma l'aver posto nei posti chiave della gerarchia il cambiamento universale di questo genere ci posto in queste condizioni.
Attenzione, lo Spirito santo sostiene la mente, poi i Pastori dal Primo non lo elegge lo Spirito santo; e se mettiamo tutte le culture e mentalità senza attenzione e senza seguire certe norme di intelligenza, poi viene fuori questa Chiesa Cattolica, ma 2,00, poi se vogliamo chiamarla ancora Cristiana/Cattolica pensiamoci bene,dopo quello che vediamo che avviene da 50 anni.

Paolo Pasqualucci ha detto...


@ Exodus-B - Non si tratta di nomi

Ai tempi della crisi ariana, qualcuno disse che il mondo cristiano si stupi' un giorno di essersi svegliato "ariano". L'errore, grazie alla negligenza della Prima Sedes, forse interiormente complice, era dilagato e dilagava. Non per questo chi resisteva pensava che la Chiesa cristiana (oggi cattolica, unica rimasta fedele al Deposito) avesse cambiato nome, fosse diventata in quanto Chiesa, "ariana". L'arianesimo, come sappiamo, era quell'eresia che negava la natura divina del Verbo, la sua consustanzialita' con il Padre. Praticamente, distruggeva il cristianesimo sino alle fondamenta. La Chiesa restava tale, immacolata Sposa di Cristo, bisognava solo ripulirla dall'eresia in essa penetrata. Non era un'altra Chiesa, era solo una Chiesa la cui Gerarchia era temporaneamente afflitta da un grave oscuramento della fede. Come oggi. E come ieri, si tratta di combattere contro l'eresia intra moenia, dandosi da fare per organizzare la resistenza e la controffensiva di pastori e fedeli.
Resistenza e controffensiva sinora timide, bisogna pur dirlo, da parte dei chierici, che vanno stimolati ancora di piu' senza peraltro sottoporli a "processi" che non ci competono e che sarebbero ingenerosi. Ed auspicando anche prese di posizione da parte della parte sana delle suore, della parte femminile della Chiesa. Pensiamo a S. Caterina da Siena, come intervenne contro i cardinali indegni e come stimolo', sempre con il dovuto rispetto, i Papi di Avignone a fare il loro dovere (che era in primo luogo quello di tornare a Roma).

ToniS ha detto...

Condivido pienamente il commento di "irina" sulla nota 329.

Irina esprime, con particolare acutezza, tutta la criticità di una visione della sessualità coniugale che vorrebbe farsi realistica mentre non lo è affatto.
Il modo alquanto mondanamente puerile col quale gran parte dei nuovi chierici tratta parole come sesso desiderio o amore, fa sì che questi tre aspetti risultino sempre più fusi e confusi.
Il dramma è che, quest'idea banale diventata dominante nella comunicazione giornalistica e letteraria come pure nei prodotti per l'intrattenimento popolare, oggi sembra difesa e fatta propria anche dal vertice della Chiesa, quindi applicata al matrimonio "cristiano".

Ma né il sesso, né il desiderio nella vita reale si antepongono all'amore, che li integra ma anche li trascende. Ed è impossibile amare senza sentire quell'impulso irrevocabile a sacrificare tutto (anche certe intimità) per il bene della persona amata, senza cristianamente preoccuparsi di custodirla come un bene prezioso, non solo durante questa esistenza terrena, ma per l'eternità.

Anonimo ha detto...

...Il modo alquanto mondanamente puerile col quale gran parte dei nuovi chierici...

non sanno nulla del vero amore, perché non lo hanno mai provato in vita loro, innanzitutto per la Chiesa, la loro Sposa.

exodus-berni ha detto...

Gentile Dr.ssa, Lei sà con quanto amore e quanta passione seguo questo blog sul quale passo molti commenti ad articoli eccellenti; stamane ho letto l'art. (ripreso anche da questo blog, su P. Scalese) del 15 aprile ""Glosse alla ""salutare autocritica"" di P. G. Scalese, apparso prima sul blog Querculanus, sul blog del Rev.do Baronio - opportune importune -
E' un'articolo eccellente.








Suo aff.mo Bernardino

mic ha detto...

Sia tu che Baronio avete preso come "rivelazione" anche il testo di don Elia (che cita parole della rivelazione solo nel'ultimo paragrafo).
Non è un'informazione corretta.
E, francamente, ho pronto nelle bozze l'articolo di don Elia. Ma non mi sento pronta io ad usare certe espressioni nei confronti di un papa, che non considero un buon papa, ma che non ho nessuna autorità per dichiarare illegittimo.
Socci ha fatto un'ipotesi che può anche avere la sua attendibilità. Ma nessuno è autorevolmente intervenuto per confermarla o smentirla. Ci prendono anche per stanchezza o ignorandoci...
Vedete bene che comunque non taccio e ciò che dico (mi riferisco, tra l'altro, al card. Burke) non è mai strumentale ma frutto di riflessione e di preghiera.
Ognuno, in questo momento, deve agire secondo coscienza e sana prudenza, Deo adiuvante. Va fatto in ogni caso. ma diventa indispensabile quando ci mette la faccia. E non dico altro.