sabato 24 luglio 2010

Gaudium et Spes, (12; 24) o della 'discontinuità'

Riporto i punti salienti di una riflessione e conseguente discussione su un'affermazione di un documento conciliare: Gaudium et Spes (12 e 24), che ne attesterebbe la 'discontinuità'. Per comodità di consultazione pubblico prima i testi di riferimento, cioè il contesto in cui è contenuta la frase incriminata.
Possiamo ripartire da questi testi e dall'approfondimento successivo per trarre ulteriori salutari conclusioni.
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12. L'uomo ad immagine di Dio.
Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.
Ma che cos'è l'uomo?
Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'angoscia.
Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e vocazione.
La Bibbia, infatti, insegna che l'uomo è stato creato « ad immagine di Dio » capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene (9) quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio (10).
« Che cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu ti prenda cura di lui?
L'hai fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, e l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai suoi piedi » (Sal8,5).
Ma Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li creò » (Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone.

24. L'indole comunitaria dell'umana vocazione nel piano di Dio.
Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At 17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm 13,9); (1Gv 4,20).
È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l'unificazione.
Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv 17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.
Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, (v. proverbi 16,4) non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (44).
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(9) Cf. Gen 1,26 (E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine (be-tzalmenu), a nostra somiglianza (ki-demutenu) come somiglianza), e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”); Sap 2,23. (sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura).
(44) Cf. Lc 17,33. (chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi la perde la salverà)

L' affermazione del Documento conciliare è in contraddizione con la Tradizione.
Eccone le ragioni:

La Costituzione Gaudium et spes, 24, afferma che l’uomo «in terris sola creatura est quam Deus PROPTER SEIPSAM voluerit»: «l’uomo è nel mondo la sola creatura che Dio abbia voluta per sé stessa». Il richiamo scritturistico è Proverbi 16,4: «Universa propter SEMETIPSUM operatus est Dominus »: Il Signore ha fatto tutte le cose per sé stesso.

La citazione di GS riferisce al complemento oggetto ciò che nelle Scritture appartiene al soggetto rovesciandone il senso: il senso della Scrittura viene piegato nel dire che il Signore ha fatto tutte le cose e l’uomo stesso per il loro valore intrinseco, per la loro interna dignità. La dignità e il valore della creazione si fondano così sulle cose create e non sul loro Creatore, sul pensiero che le ha pensate, sulla volontà che le ha volute.

Notare che il Testo biblico dice «propter semetipsum»: per sé stesso, e questo valore causale è incontrovertibilmente riferito, nel singolare maschile, al Dio fattore delle cose e non alle cose fatte – femminile plurale.

L’uomo non è un fine in sé, ma un fine secondario e ad aliud, che sottostà alla signoria di Dio, fine universale della creazione.

Conseguenza che è sotto gli occhi di tutti: l'antropocentrismo che riconosciamo nella celebrazione da parte dell'Assemblea (laddove invece il celebrante è Cristo: Sacerdote, Altare, Vittima e Sacrificio); nella banalizzazione del rito per rendere tutto accessibile subito a tutti, ignorando il senso della Sacralità e del Mistero: e quindi l'Opera del Signore diviene un 'fare' dell'uomo; l'offerta non è più "l'Hostia pura, Santa, Immacolata", ma "il frutto della terra e del lavoro dell'uomo"...

Poiché lex orandi è lex credendi e vivendi il passaggio dalla Liturgia alla vita è ovvio. Il resto è tutto conseguenza di questo 'vizio' in radice.

Abbiamo l'opportunità di approfondire, perché il solito 'novatore' di turno, in una discussione mi ha obiettato:

Accosti al testo della Gaudium et Spes un testo biblico che c'entra come i cavoli a merenda.

Francamente non mi sembra che l'accostamento dei testi sia arbitrario: proverbi si riferisce ad universa propter SEMETIPSUM operatus est Dominus cioè "tutte le cose Dio ha creato per se stesso", GS si riferisce all'uomo come sola creatura quam Deus voluerit per se ipsam

L'uomo, in quanto creatura e appartenente ad universa quae operatus est Dominus non può uscir fuori da quel propter semetipsum. Se l'uomo è inserito, come è inserito, nell'ordine della Creazione, un'affermazione come quella della Gaudium et spes, 24 non vede l'uomo ordinato Dio, ma a se stesso, con la conseguenza che la sua dignità e il suo valore si fondano su se stesso e non in quanto egli è ordinato alla gloria di Dio, come la Creazione intera (Universa) alla quale appartiene, fino a prova contraria. Ed ecco la radice dell'antropocentrismo post- conciliare e di tutte le sue applicazioni, compresa la Liturgia, che è culmine e fonte della nostra Fede e ci ha trasformati da Adoratori in protagonisti.

E' evidente che in questo modo la citazione di GS riferisce al complemento oggetto ciò che nelle Scritture appartiene al soggetto rovesciandone il senso: il senso della Scrittura viene piegato nel dire che il Signore ha fatto tutte le cose e l’uomo stesso per il loro valore intrinseco, per la loro interna dignità. La dignità e il valore della creazione si fondano così sulle cose create e non sul loro Creatore. Ecco la conferma dell'origine da cui proviene l'"antropocentrismo" spinto che caratterizza il post-concilio o quanto meno la 'mens' che lo ha permesso.

Cito la conclusione del cap 205 di "Iota unum" di Romano Amerio: "La centralità finalistica dell'uomo è dunque conforme all'uomo contemporaneo, ma non ha fondamento alcuno nella religione [aggiungo e nemmeno nella Scrittura -vedi Proverbi 16,4- che il concilio ha "piegato" a suo uso e consumo], la quale ordina tutto a Dio e non all'uomo. L'uomo non è un fine in sé, ma un fine secondario e ad aliud, che sottosta alla signoria di Dio, fine universale della creazione."

Poche righe prima Amerio cita San Tommaso, che malauguratamente è stato bandito da tutti i seminari: "sic igitur Deus vult se et alia: sed se ut finem, alia ad finem" Quindi Dio vuole le cose finite per se stesso non per se stesse, non potendo il finito essere il fine dell'infinito né potendo la divina volontà essere attratta e passiva rispetto al finito. Le cose finite non sono create da Dio perché amabili, ma sono amabili perché volute da Dio con la loro amabilità.

Ricordo che la filosofia non è fine a se stessa ma è per conoscere e amare la Verità ed è per la vita, non per una sterile trattazione.

Tutto questo discorso serve solo per capire da dove nascono la teologia e l'antropologia, generate da certi testi del concilio, che hanno messo l'uomo al centro della storia spodestandone il Signore. Non ho tolto una frase dal contesto: ho analizzato un'affermazione gravemente e seriamente in contrasto con la S. Scrittura, che stravolge l'antropologia e la teologia cristiane, inserendovi l'antropocentrismo che sta sovvertendo l'ordine naturale delle cose e la stessa missione della Chiesa.

Questo discorso ha un suo rigore logico dal quale non si può uscire, pena l'approssimazione, tipica del post-concilio, che porta ai sofismi (opinabili) che fanno dire tutto e il contrario di tutto... Viceversa, asserti "veritativi" come quello appena evidenziato, non sono opinabili, ma indiscutibili e vincolanti: alla Verità si può solo aderire e basta.

E' l'ambiguità che genera confusione e disorientamento.

Infatti, nonostante le mie precisazioni, lo stesso interlocutore è tornato alla carica (consentendo un'ulteriore fondamentale puntualizzazione), citando dalla conclusione di GS 24:

Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.
Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (44)."
Verissima la prima affermazione, ma non tiene conto che Gesù prega per "i Suoi" e non per il mondo... invece la Chiesa, aprendosi al mondo e dichiarando l'uguaglianza di tutte le religioni ha cambiato le carte in tavola. Inoltre questa similitudine e anche questa affermazione non mostrano alcun 'legame logico' tra il "dono sincero di sé che lo farebbe ritrovare" e il fatto che "Dio abbia voluto l'uomo per se stesso" (dove il se stesso è l'uomo e non Dio come invece dice la Sacra Scrittura) non sono altro che una libera interpretazione, che non ha fondamento nella Scrittura né nella Tradizione.

Infatti cosa vuol dire "dono sincero di sé", se non è rapportato al Sacrificio espiativo di Cristo? E' chiaro che il dono reciproco di sé e la relazione vitale che lo consente fa parte dell'economia Trinitaria, ma l'uomo e il suo peccato ne sono stati estromessi e ne vengono reintrodotti solo da Cristo e dalla Sua Incarnazione, Morte in Croce, Risurrezione, Ascensione al Cielo.

Se non chiariamo queste cose stiamo facendo solo uso di parole al vento, magari anche belle, ma il cui contenuto resta astratto e sa di vaghezza letteraria e non di Fede dal gusto 'sapienziale', che è vero 'cibo solido'.

8 commenti:

Don Curzio ha detto...

Nel capitolo XXX, al n° 205 del libro Iota unum (Torino, Lindau, 2a ed., 2009) di Romano Amerio (“L’ autonomia dei valori. Teologia antropocentrica di Gaudium et spes 12 e 24”) si trova una interessantissima dissertazione del filosofo luganese sulla contraddizione tra la dottrina cattolica, che è teo-centrica e contempla in Dio il Fine ultimo dell’ universo e dell’uomo, e quella del Concilio, considerato nei suoi testi e non solo nelle cattive interpretazioni post-conciliari (il famoso “spirito del Concilio”).
Scrive l’Autore: «Le varie deviazioni della morale rispondono tutte all’esigenza antropocentrica del mondo moderno, che sostituisce all’idea divina regolatrice del mondo l’idea dell’uomo auto-regolatore […] onde si crede che l’uomo sia il fine del mondo» (p. 427). Poi osserva che tale concezione propria della filosofia immanentista e soggettivista della modernità, la quale nasce con Cartesio ed arriva sino ad Hegel, trova corrispondenza in Gaudium et spes n° 12 che recita: «Omnia quae in terra sunt ad hominem tamquam ad centrum suum et culmen ordinanda sunt [tutte le cose di questo mondo devono essere ordinate all’uomo come al loro centro e vertice]». Inoltre sempre Gaudium et spes al n° 24 precisa che l’uomo «in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit [l’uomo su questa terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa]». Così il testo conciliare, e non lo “spirito del Concilio o post-Concilio”, fa dell’ uomo il fine della terra, voluto da Dio come fine di essa e non per cogliere il Fine ultimo, che è solo Dio infinito e onnipotente. Amerio in nota spiega che la traduzione italiana corrente di questo testo è: «l’uomo è stato voluto da Dio per Se stesso», ossia fine dell’uomo e della terra non sarebbe più l’uomo, ma Dio stesso (anche se la traduzione si presta ad una duplice interpretazione, potendosi pur sempre quel per se ipsum intendersi riferito al soggetto Homo, oltre che al complemento d’agente Deus). Il Luganese osserva che tale traduzione erronea del testo conciliare, che lo fa apparire ortodosso o in “continuità con la Tradizione”, «annulla la variazione di dottrina» (p. 427, nota 2). È chiaro, invece, che il testo ufficiale in latino (ad uso dei teologi) di Gaudium et spes rappresenta una variazione sostanziale di dottrina, e che la traduzione in volgare maschera l’enormità di tale variazione, che è una vera e propria “rivoluzione copernicana”, simile a quella kantiana: un’«inversione» teologica a 360 gradi, la quale mette la creatura-uomo al posto del Fine e Creatore-Iddio. È la famosa “svolta antropologica” di cui già negli anni settanta parlava padre Cornelio Fabro

Don Curzio ha detto...

Monsignor Brunero Gherardini ha scritto un libro intitolato Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana Editrice, Frigento, 2009) e lo ha indirizzato al Papa con la supplica di chiarire in maniera definitiva gli interrogativi che Il Vaticano II pone alla coscienza cattolica.

Egli prende coraggiosamente atto che la continuità tra Vaticano II e Tradizione cattolica è stata finora asserita, ma non dimostrata: «non s’andò oltre una declamazione puramente teorica» della suddetta continuità (p. 14). Perciò chiede che si dimostri ciò che si afferma (“ermeneutica della continuità”), dacché i dubbi permangono. Onde la «necessità di una riflessione storico-critica sui testi conciliari, che ne ricerchi i collegamenti – qualora effettivamente vi siano – con la continuità della Tradizione cattolica. Reputo questo uno dei doveri più urgenti del Magistero ecclesiastico» (p. 17).

mic ha detto...

Egli prende coraggiosamente atto che la continuità tra Vaticano II e Tradizione cattolica è stata finora asserita, ma non dimostrata: «non s’andò oltre una declamazione puramente teorica» della suddetta continuità

su diversi punti è necessaria una pronuncia autoritativa e veritativa del Papa

jonathan ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
mic ha detto...

Così la intende mons. Gherardini

mic ha detto...

Riproduco il cuore della supplica di Mons. Gherardini al Santo Padre

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"Pare, infatti, logico e doveroso che ogni suo aspetto e contenuto venga studiato in sé e contestualmente a tutti gli altri, con l'occhio fisso a tutte le fonti, e sotto la specifica angolatura del precedente Magistero ecclesiastico, solenne ed ordinario. Da un così ampio ed ineccepibile lavoro scientifico, comparato con i risultati sicuri dell'attenzione critica al secolare Magistero della Chiesa, sarà poi possibile trarre argomento per una sicura ed obiettiva valutazione del Vaticano II in risposta alle seguenti - tra molte altre - domande:
1. Qual è la sua vera natura?

2. La sua pastoralità - di cui si dovrà autorevolmente precisare la nozione - in quale rapporto sta con il suo eventuale carattere dogmatico? Si concilia con esso? Lo presuppone? Lo contraddice? Lo ignora?

3. È proprio possibile definire dogmatico il Vaticano II? E quindi riferirsi ad esso come dogmatico? Fondare su di esso nuovi asserti teologici? In che senso? Con quali limiti?

4. È un "evento" nel senso dei professori bolognesi, che cioè rompe i collegamenti col passato ed instaura un'era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il passato rivive in esso "eodem sensu eademque sententia"?

È evidente che l'ermeneutica della rottura e quella della continuità dipendono dalle risposte che si daranno a tali domande. Ma se la conclusione scientifica dell'esame porterà all'ermeneutica della continuità come l'unica doverosa e possibile, sarà allora necessario dimostrare - al di là d'ogni declamatoria asseverazione - che la continuità è reale, e tale si manifesta, solo nell’identità dogmatica di fondo.
Qualora questa, o in tutto o in parte, non risultasse scientificamente provata, sarebbe necessario dirlo con serenità e franchezza, in risposta all'esigenza di chiarezza sentita ed attesa da quasi mezzo secolo."
....

mic ha detto...

Recentemente, nella sua postfazione a "Zibaldone" di Romano Amerio edito dalla Lindau (ne parlo nel thread successivo), Enrico Maria Radaelli cita mons. Gherardini ma va oltre, auspicando che il chiarimento autorevole del Trono più alto abbia stile impositivo -come si richiede dal una piena attività di governo- e non propositivo...

Ockham's Razor ha detto...

"Dio stesso è legato alla Natura da un amore libero: egli non ha bisogno di essa, e tuttavia non
vuole essere senza di essa. Perché non esiste amore dove due esseri hanno bisogno l'uno dell'altro,
ma dove ciascuno potrebbe esistere per sé, come per esempio Dio che è già in se stesso l'Essente,
dove dunque ciascuno potrebbe essere per sé, e senza che ciò fosse da ritenersi un'usurpazione, ma tuttavia non vuole, moralmente non può, essere senza l'altro. Questa è la vera relazione tra Dio e la Natura – non un rapporto unilaterale". (F.W.J. SCHELLING, Lezioni di Stoccarda in L'empirismo
filosofico e altri scritti, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1967, pp. 122-123).

Scusa se mi intrometto Mic, so che Schelling non fa parte della Tradizione cattolica ma potrebbe essere un aiuto per interpretare il passo di "Gaudium et Spes" n.24: l'uomo è l'unica creatura che Dio ha voluto per se stessa ovvero l'uomo ha tutte le facoltà necessarie affinchè possa scegliere liberamente Dio, senza vincoli ontologici, altrimenti sarebbbe una scelta viziata.
Il fine è sicuramente l'unione con Dio ma Egli vuole essere scelto con assoluta autonomia da parte dell'uomo.