mercoledì 19 giugno 2013

"Fate quel che vi dicono, ma non quello che fanno". E quando non vi dicono, o dicono eresie?

Stupenda e attuale riflessione di un giovane credente. Dal Blog Infinito quotidiano:

Un giorno il Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano, chiese ad un suo conoscente: «Angioletto mio, siete stato in banca questa mattina per riscuotere lo stipen­dio?». «Sì, Padre», rispose l’uomo. «E com’era il cassiere? Aveva per caso il naso storto e gli occhi strabici?». Vedendo che il suo interlocutore era rimasto senza parole, Don Dolindo riprese: «Eh sì, perché se il cassiere fosse brutto io rifiuterei lo stipendio...». «Padre, cosa dite mai? - chiese me­ravigliato il signore. - E che importa a me che il cassiere ha il naso storto? Egli mi dà lo stipendio. E a me interessa solo questo!». Allora Don Dolindo, cogliendo l’occasione, lo am­monì dicendo: «E allora perché quando vai a confessarti, a riscuotere la Grazia del Signore, stai a criticare il prete e di­ci: “se non è un santo, io dal prete non ci vado!”? Egli è l’am­ministratore del Sangue Redentore di Cristo. Cosa t’importa il resto? Se il prete è buono o cattivo a te non deve interessa­re. Buono o cattivo che sia, la sua consacrazione e la facoltà ricevuta dal Vescovo per la confessione a te devono bastare. Il sacerdote attinge alla Cassa della Chiesa, ricca dei meriti di Cristo: ricordalo!».” [De vita Contemplativa – Giugno 2013]

Leggendo questo aneddoto mi viene da pensare alla particolare situazione in cui ci troviamo noi oggi a vivere. E mi tornano alla mente le parole del Signore Gesù quando ammonì la folla e i suoi discepoli dicendo loro: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.” [Mt 23, 3] Ed è quello che è capitato spesso quando ad una buona predicazione non è seguita un’altrettanta corretta e santa condotta da parte di coloro che hanno avuto il compito di annunciare la buona novella, il Vangelo di Gesù. Oggi viviamo in una Chiesa dove quell’ammonimento evangelico, non me ne voglia il buon Dio, trova difficile accoglimento. E proprio di fronte a tale difficoltà sorge l’angoscia del semplice fedele, come il sottoscritto, che in coscienza soffre a dover dissentire di fronte ai pronunciamenti e agli atti del clero preposto alla sua cura. Infatti oggi come oggi il clero cattolico non dice quello che dovrebbe dire. O perché tace (per viltà o connivenza con le eresie) o perché eretico e convinto che la Chiesa nella sua storia si sia sempre sbagliata e che oggi è giunto il tempo di cambiare la Chiesa. Ipocriti non vogliono cambiare loro stessi e conformarsi alla Chiesa, ma vogliono cambiar la Chiesa alle loro voglie, alle loro dottrine, alle loro miserie. Di conseguenza, di fronte alle loro eretiche predicazioni, seguono atti certamente non santi, spesso anche criminali. Quando non c’è più Dio come riferimento e la Chiesa come Sua garante, quando il riferimento è la propria personale e cangiante idea sulle cose, ecco allora che tutto diventa lecito, anche atti che spesso infrangono il codice penale degli stati nazionali. Il problema serio, però, rimane quello della salus animarum che, per il Codice di Diritto Canonico, è suprema lex (can. 1752). Come può salvarsi un’anima costretta a subire una predicazione eretica e quindi a credere in essa? Come può salvarsi un’anima costretta a ricevere i sacramenti in una forma, è inevitabile, che rispecchia la suddetta predicazione? Della misericordia di Dio non dubitiamo. Cattolici eterni (e non mondani) come siamo, sappiamo che questo sarebbe uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo (nello specifico il primo che sottostà, nel Catechismo di san Pio X, nella sezione Prime preghiere e formule da sapersi a memoria, sì a memoria!). Così come non dubitiamo della misericordia di Dio siamo altrettanto certi che Egli giudica ciascuno di noi nel momento della nostra morte e che la presunzione di salvarsi senza merito è un altro peccato contro lo Spirito Santo. Non essendo tutto buono, lecito e giusto, pena la follia del relativismo, qualcuno e più di qualcuno, con questo clero, rischia fortemente la dannazione. C’è da tremare e temere per la propria salvezza e per essa, soffrire di fronte a questa desolazione.

martedì 18 giugno 2013

Ginevra. Documento sul dialogo cattolico-luterano "Dal Conflitto alla Comunione". Quid?

Aggiornamento. Parole di un Sacerdote sul sofisma «non è “raccontare una storia diversa”, ma “raccontare la storia diversamente”»: "se io non chiamo più il cieco, cieco, ma non vedente, gli ho forse ridato la vista? E così va avanti un certo ecumenismo gerarchico tutto di facciata. Se fossi protestante, mi offenderei per tutti questi giochetti, perché nel Magistero ecclesiale c'è scritto che non sono in comunione ed è la verità, non riconosco tutti e sette i sacramenti perciò non posso essere in comunione. E allora, o si prende il coraggio di fare apostasia fino in fondo e si dica che il Concilio di Trento fu anticattolico, oppure la si finisca di prenderci in giro. Certo che la storia può essere raccontata anche a fumetti, addolcita nelle scene, romanzata, ma se è di storia che si vuol parlare, sempre quella delle condanne di Trento è e rimane, qui mi pare che Satana sta giocando alla grande e vorrà offuscare le apparizioni di Fatima e condurre la Chiesa a rinnegare se stessa...
Nel 2017, ha concluso, non obbedirò ad alcuna richiesta di festeggiamenti, lo trascorrerò in adorazioni Eucaristiche, Rosari e Confessioni..."

Riprendo da Radio Vaticana, la notizia del giorno.
Veniamo al punto condensato in una domanda: « L’intenzione di questo documento – come è detto specificamente – non è “raccontare una storia diversa”, ma “raccontare la storia diversamente”. Cosa significa questo, esattamente? Come si procede su questa strada? » Che ha provocato questa risposta: « divisioni nella Chiesa spesso si fondano su malintesi e su interpretazioni diverse dei medesimi contenuti di fede e delle stesse convinzioni teologiche ».
Il testo del documento ancora non lo trovo disponibile in rete; per cui non posso esprimermi più precisamente. Per ora, vi lascio - costernata quanto basta - alla lettura del resto, che ripropone indefettibilmente la "commemorazione della Riforma" come se fosse un evento da festeggiare in quanto « evento ecumenico e dovrà chiamarci a una testimonianza comune, sottolineando quanto condividiamo piuttosto che porre in risalto quanto ancora ci divide ». 
Non faccio commenti. Di parole ne abbiamo già dette tante; ma vi richiamo al documento pubblicato dal blog sul "falso ecumenismo" e su quanto abbiamo espresso in proposito in precedenti articoli qui - qui - qui - qui - qui. Buona lettura, discussione spero costruttiva e poi preghiera e ancora preghiera ché, al momento, altro non ci resta....

Guarire il ricordo della divisione e collaborare per giungere a una ritrovata unità, passando “dal conflitto alla comunione”. E “Dal Conflitto alla Comunione” è anche il titolo del documento sul dialogo cattolico-luterano illustrato ieri in conferenza stampa a Ginevra, alla presenza del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani. Il porporato è stato invitato alla presentazione degli eventi celebrativi per il 2017, con i quali la Federazione luterana mondiale ricorderà i 500 anni dalla Riforma. Sull’importanza del documento, Philippa Hitchen ha chiesto a mons. Matthias Turk responsabile delle relazioni cattolico-luterane del dicastero pontificio:

lunedì 17 giugno 2013

La loquela del papa in Santa Marta. Perplessità e problemi.

Mi sono imbattuta in questo scritto del cardinal Siri, che mi offre lo spunto per il discorso successivo:
“Eccoci ad un punto grave: i mezzi di propaganda generalmente non diffondono idee; iniettano solo e con persistenza stati d’animo. Gli stati d’animo entrano in tutti e non hanno bisogno di cultura per forzare la porta. Ma quando sono entrati fermentano, si riesprimono a poco a poco in idee subcoscienti… Quelle idee sono tali da dare una fisionomia al proprio orientamento mentale e ad indicare ad un uomo dove si debba inquadrare come metodo di vita e criterio di azione. La tecnica dello stato d’animo oggi governa il mondo e francamente non so cosa pensare di un mondo che è arrivato al punto di farsi governare soprattutto dalla tecnica dello stato d’animo” (Non per noi Signore Lettere pastorali, Editore Stringa, Genova 1971, vol. I, pag. 241).
Queste parole descrivono l'humus della moderna teologia in dialogo col 'mondo' (basta ricordare Rahner, De Lubac e le nutrite correnti alimentate dal loro pensiero), che hanno trasformato gli 'stati d'animo', il sentimentalismo, in teologia al passo con i tempi, che non solo ha alimentato, ma ha preso il posto del Magistero, spodestando la conoscenza e l'insegnamento dogmatico, certo e definitorio, orientante e fondante. Ed ecco il dogma liquidato e contrabbandato come ingabbiante fissismo, rifiutandone il rigore, colto sotto l'aspetto del rigorismo perché non se ne riconosce più la saporosa sapienza che si svela progressivamente ad ogni credente e nutre la sua fede viva. Per averne conferma basta ripercorrere il discorso di Benedetto XVI del 14 febbraio e prendere atto del blitz dell"Alleanza renana" e delle esplicitate motivazioni. [di altri passaggi del discorso, che tocca diversi punti ed è più rivelativo di quanto si potesse mai immaginare, abbiamo un po' parlato qui - e anche qui]

Brunero Gherardini. L'antropocentrismo della Dichiarazione Dignitatis Humanae

Come già ricordato nel thread precedente, l’equivoco antropocentrico trova per Mons. Brunero Gherardini le sue radici nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), nella dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) e nel decreto sul dialogo ecumenico (Unitatis redintegratio).
L’antropocentrismo ha contaminato tutta la cultura moderna e il pensiero maggioritario conciliare, e nulla «nel modernismo e nella sua assatanata reviviscenza neomodernista è risparmiato del tesoro di verità ricevute e trasmesse», ovvero la Sacra Scrittura, i dogmi, la Liturgia, la morale.
Oggi quel tarlo modernista che erodeva dal di dentro è emerso con spavalderia, ma l’aula conciliare ne fu già testimone quando si trattarono tematiche nodali, che si distanziavano, nella loro elaborazione, dalla Tradizione. (la numerazione delle note è su questo brano, non segue quella del libro: Il Vaticano II alle radici d’un equivoco, Lindau, pp. 410, € 26.00, pp.195-204).
Abbiamo già pubblicato uno studio su Nostra Aetate tratto da Divinitas e quello sull'antropocentrismo della Gaudium et Spes, pure tratto dal volume citato.

2. L'antropocentrismo della dichiarazione DH

Se qualcuno potesse aver ancora dei ragionevoli dubbi sull'orientamento antropocentrico del Vaticano II, tutti verrebbero fugati dall'attenta lettura della Dichiarazione sulla libertà religiosa. I principi in essa contenuti son infatti il trionfo definitivo dell'antropocentrismo conciliare. Con essi s'aprì una nuova base dottrinale, cui rispose la molteplicità di contraddittorie interpretazioni, di cui a tutt'oggi si soffre. Il peggio è che, più il tempo passa, più difficile diventa il ricupero della retta dottrina.

La storia di questo documento e la sua approvazione conciliare son fonte di non poche perplessità. De Mattei[1] ricorda che ben settanta oratori s'espressero al riguardo, tra i quali tre cardinali: Ruffini, Siri ed Arriba y Castro. Dall'alto della loro statura morale, questi porporati dimostraron l'errore teorico e pratico che il Concilio, con il suo eventuale si, avrebbe commesso. Avrebbe infatti decretato sia «la rovina della religione cattolica» come unica vera religione, da Dio stesso voluta e rivelata, sia il suo allineamento fra le tante e come una delle tante. Né questa sarebbe stata l'unica conseguenza. Altre ne sarebbero derivate, quali l'umanesimo naturalista e quindi la concezione antropocentrica delle cose e della storia, l'indifferentismo religioso, il laicismo, l'irenismo. Non solo, ma alla resa dei conti e tutto ben considerato, si poteva già prevedere che le conseguenze negative sul piano del diritto internazionale e del diritto pubblico ecclesiastico sarebbero state ancora più gravi.

domenica 16 giugno 2013

Ruini e il gioco democratico. La libertà religiosa nella civiltà liberale

Riprendiamo l'articolo pubblicato di seguito da Riscossa Cristiana
Ricordiamo che la Libertà religiosa è uno dei punti controversi sorti dal Concilio ed è tornata alla nostra attenzione in seguito alle recenti dichiarazioni del papa ai parlamentari francesi, ai quali egli richiama la "difesa di tutte le libertà religiose", in questo momento in cui sono in ballo questioni vitali per il futuro dell'umanità secondo il disegno di Dio e la legge da Lui inscritta nell'ordine naturale. 
Ribadiamo che l'obiettivo - non potendosi prescindere dalla ragion d'essere della Chiesa - non è "l'inclusione nei dibattiti" delle religioni, ma l'affermazione forte e chiara di cos'è l'uomo che, se non è ordinato al suo Creatore - e noi aggiungiamo in Cristo - non è nulla e nel nulla rischia di svanire. Noi crediamo de fide che alla fine trionferà la Verità; ma di questo passo dobbiamo dire: a che prezzo?

Oggi molti si chiedono, di fronte alla demolizione che pare inarrestabile dei fondamenti etici della società, in che misura sia venuto a mancare quell'argine naturale offerto per secoli dalla Chiesa. Infatti, fino agli anni sessanta i suoi insegnamenti in tema di morale, e la speculare idea di peccato, erano rimasti indiscussi e combaciavano con il sentire comune indipendentemente dalla intensità della vita religiosa individuale.

Ma quando la ventata libertaria prese a rendere incerti i profili dell'etica che la legislazione si accingeva a ridisegnare, anche i contenuti della morale cattolica hanno cominciato ad appannarsi e a perdere univocità. Il dettato della Chiesa è diventato meno stringente man mano che si faceva strada la versione assolutoria e generalizzata del comandamento dell'amore a tutti i costi, privo cioè di ogni criterio normativo. Intanto lo stesso soggetto Chiesa si è andata frantumando al proprio interno in realtà ormai non solo differenziate ma addirittura contrapposte e ad avere voci discordanti: ad un magistero pontificio spesso illuminante e forte, ma inascoltato e svuotato della propria forza propositiva perché privo della volontà di attuarsi autoritativamente, si è sovrapposta spesso la Chiesa delle variegate conferenze episcopali, delle burocrazie diocesane e dei seminari, delle facoltà teologiche e delle parrocchie, tutti lasciati più o meno liberi di dare vita ad un cattolicesimo autogestito, spesso sedotto da marxismo e protestantesimo, quasi sempre dominato dal complesso antiromano, e comunque ansioso di adeguarsi al tempo nuovo.

Questa Chiesa, come diceva Amerio, “per volere prestare attenzione al mondo secondo la raccomandazione del Vaticano II, ha dato vita a quel cristianesimo secondario che prende a modello il mondo e le sue istituzioni piuttosto di fornire un proprio modello al mondo e facendo propria quell'idea di progresso che poco ha a che fare con la salvezza cristiana”.

Ecco dunque che di fronte alla pressione ossessivamente concentrata sulle questioni etiche e bioetiche dal nichilismo progressista, questa Chiesa ha seguito la propria nuova vocazione mondana rinunciando all'onere di orientare idee e comportamenti e attestandosi nelle retrovie della politica.

Ma di una possibile connessione tra la crisi etica e il venire meno del ruolo di guida della Chiesa, non si mostra preoccupato il cardinale Ruini; anzi, a leggere il suo lungo intervento all'assemblea di Magna Charta e certe sue affermazioni contenute in una recente intervista con Ezio Mauro, sembra compiaciuto di una Chiesa che si sublima in sapienti strategie politiche, ma che non crede più indispensabile guidare il proprio gregge anche contro un mondo avverso. Dato il suo prestigio personale e l'importanza del ruolo ricoperto per tanti anni, vale la pena di tornare sui punti salienti della lezione del cardinale.
Qui una sintesi, mentre qui l'audio integrale fornito da Radio Radicale della Lectio Magistralis

Egli muove dal precetto evangelico che, pur delimitando lo spazio di Cesare rispetto a quello di Dio, non esclude per questo la rilevanza pubblica della religione cristiana, nata dalla predicazione pubblica di Cristo, dal suo processo e dalla condanna da lui subita pubblicamente. Anzi, il cristianesimo, in quanto religione del logos, della libertà, dell'amore e della persona può come nessun altro entrare in dialogo col mondo moderno, e le posizioni che si ispirano ad esso non sono inevitabilmente prigioniere del passato, ma capaci di aprirsi al futuro in virtù del proprio originario principio di libertà, ridefinito dal Concilio come libertà religiosa. Non a caso la moderna civiltà liberale, sull'esempio delle esperienze costituzionali americane, a quella stessa libertà religiosa ha riconosciuto il rango di diritto fondamentale dell'uomo. Più in particolare, dice Ruini, bisogna considerare che il relativismo e il determinismo naturalistico hanno indotto nelle società occidentali uno “spaesamento e un'inquietudine” legate alla perdita delle ragioni della vita che solo il cristianesimo è in grado di restituire, sia allo Stato sia al singolo uomo. Infatti poiché nessuna società può sussistere senza dotarsi di norme che valgano per tutti i suoi membri, e poiché in una società libera ciò che conta è che queste vengano stabilite attraverso il libero gioco democratico, il cristianesimo può dare un grande contributo per il superamento del grave travaglio esistenziale della società occidentale entrando con i propri esponenti nella formazione di quelle norme.

sabato 15 giugno 2013

Il Papa ai parlamentari francesi: chi fa politica dia un'anima alle leggi che propone

Riporto da Radio Vaticana di oggi - Qui il testo integrale. Un discorso che più sfumato e sulle generali non si potrebbe. L'occasione avrebbe potuto essere quella del riferimento esplicito alla legge Taubira che sta infiammando gli animi e le coscienze. Si può soltanto intuire; ma è vago: sostanzialmente politicamente corretto, non altro. E non manca di allargare l'orizzonte dall'ambito antropologico e sociale, a quelli politico, economico e culturale. Il che è sacrosantamente giusto; ma non coglie e non si pronuncia esplicitamente sul tema più 'caldo' e in questo momento dirompente. Fino a quando svicolerà? Mi raccomando poi la "difesa di tutte le libertà religiose", in questo momento in cui sono in ballo questioni vitali per il futuro dell'umanità secondo il disegno di Dio e la legge da Lui inscritta nell'ordine naturale. L'obiettivo non è "l'inclusione nei dibattiti" delle religioni, ma l'affermazione forte e chiara di cos'è l'uomo che, se non è ordinato al suo Creatore - e noi aggiungiamo in Cristo - non è nulla e nel nulla rischia di svanire. Noi crediamo de fide che alla fine trionferà la Verità; ma di questo passo dobbiamo dire: a che prezzo?

“Il principio della laicità dello Stato non deve significare ostilità né esclusione delle religioni dal campo sociale e dai dibattiti che lo animano”. Lo ha detto Papa Francesco ricevendo i parlamentari francesi del Gruppo di amicizia Francia-Santa Sede"
Esistono relazioni di fiducia in Francia tra i responsabili della vita pubblica e quelli della Chiesa cattolica, sia a livello nazionale che locale, e questo incontro è occasione per sottolinearlo, al di là di quelle che possono essere le diverse sensibilità politiche che ogni parlamentare rappresenta. Papa Francesco accoglie con questo pensiero gli esponenti del Gruppo di amicizia Francia-Santa Sede, andando poi però nel suo discorso al cuore di un dibattito secolare:
"Il principio di laicità che governa le relazioni tra lo Stato francese e le diverse confessioni religiose non deve significare in sé un’ostilità alla realtà religiosa, o un’esclusione delle religioni dal campo sociale e dai dibattiti che lo animano".
Ci si può rallegrare del fatto che la società francese, prosegue il Papa, riscopra proposte fatte dalla Chiesa, tra le altre, che offrono una certa visione della persona e della sua dignità in vista del bene comune:
"La Chiesa desidera così offrire il proprio contributo specifico su questioni profonde che impegnano una visione più completa della persona e del suo destino, della società e del suo destino. Questo contributo non si situa solamente nell’ambito antropologico o sociale, ma anche negli ambiti politico, economico e culturale".
La riflessione del Papa va quindi al dovere di chi è eletto da una nazione: contribuire, dice, al miglioramento della vita dei concittadini. Un compito certamente tecnico e giuridico, che consiste nel proporre, emendare o abrogare le leggi, ma non solo:
"Ma è anche necessario infondere in esse un supplemento, uno spirito, direi un’anima, che non rifletta solamente le modalità e le idee del momento, ma che conferisca ad esse l’indispensabile qualità che eleva e nobilita la persona umana".
L’incoraggiamento che il Papa lascia dunque ai parlamentari è quello di proseguire una missione alla ricerca sempre del bene della persona e promuovendo la fraternità.

Mattia Rossi. Il canto gregoriano nella raffigurazione estetico musicale del Purgatorio dantesco

Un vero godimento culturale e spirituale. Ringrazio di cuore Mattia Rossi che ha voluto condividere con noi questo suo testo, inedito sul web.

Introduzione: la musica nel Purgatorio.

L’abbondante inserimento di canti gregoriani, da parte di Dante, all’interno del Purgatorio, oltre che rappresentare un’interessante materia di studio recante un notevole contributo alla figura di Dante-musicografo, si rivela basilare per la comprensione dell’opera letteraria nella sua interezza. La presenza della monodia liturgica lungo tutto il Purgatorio, infatti, non si esaurisce in una semplice ‘decorazione’ musicale della cantica, ma funge da elemento portante nella costruzione estetico-musicale dell’opera.
Ho già accennato, in altra sede, [vedi anche qui - e qui - e qui] come il canto gregoriano rappresenti una «musica terrena legata alla pratica liturgica che ben si addice alla condizione espiativa della peregrinatio purgatoriale»[1]. La dimensione narrativa, in Purgatorio, è sostanzialmente ‘umana’: le anime purganti sono ancora legate al canto liturgico del quale hanno viva memoria. L’intera seconda cantica diventa «un unico solenne rito liturgico»[2]. Il canto monodico, perlopiù nella sua forma sillabica, diventa, così, espressione sonora del viaggio oltremondano delle anime penitenti in marcia verso la beatitudine paradisiaca: esse diventano, nell’espressione di De Sanctis, «esseri musicali»[3]. A dire il vero, però, il primo accenno al canto gregoriano si trova già nell’ultimo canto dell’Inferno:

Vexilla regis prodeunt inferni
   verso di noi; però dinanzi mira”,
   disse ’l maestro mio, “se tu ’l discerni”.[4]

Come si vede, qui, l’intento dell’autore è, in primis, parodistico: al testo originale dell’inno di Venanzio Fortunato (Vexilla regis prodeunt / fulget crucis mysterium), Dante aggiunge inferni attribuendo le insegne del Re a Lucifero, «lo ’mperador del doloroso regno»[5]. A questa funzione denigratoria dell’inno liturgico, Dante aggiunge un secondo scopo di ordine intertestuale: egli, citando un inno gregoriano, si allaccia idealmente con quello che avverrà nel Purgatorio, ovvero – come si è detto – l’istituzione del canto gregoriano a ‘colonna sonora’ dell’intera cantica.
Presento, di seguito, una tabella in cui riporto i testi citati da Dante, i relativi luoghi in cui essi sono contenuti e la fonte biblica o liturgica dalla quale sono tratti:

venerdì 14 giugno 2013

Tramonto della teologia, ma soprattutto del Munus docendi: prassi ateoretica e collegialità...

Conclusioni di Le Figaro, nel documentare la visita del primate Anglicano Justin Welby al papa. Qui la notizia riportata da news.va.
Che dire? Se non ribadire lo sconcerto e lo sgomento di fronte all'ormai più che evidente sovvertimento della Chiesa e del Papato così come consegnatici da due millenni di storia e di Tradizione?
Singolare che sia stato il primate anglicano a citare Benedetto XVI, nominato di striscio da Francesco per citare l'Ordinariato (Anglicanorum Coetibus), ma solo per dire « sono certo che ciò permetterà di meglio conoscere e apprezzare nel mondo cattolico le tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali che costituiscono il patrimonio anglicano ». Capito? La citazione di Benedetto del primate Anglicano: « la nostra "meta è così grande da giustificare la fatica del cammino" (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 1) ». Aggiungo ancora: Dice tra l'altro Francesco a Welby: « La storia delle relazioni tra la Chiesa d’Inghilterra e la Chiesa di Roma è lunga e complessa, non priva di momenti dolorosi ». Sta sorvolando sul fatto che in questa storia ci sono migliaia di martiri a causa della fedeltà alla Santa Messa cattolica e alla Fede cattolica. Non è il caso di tornare sul passato, ma nemmeno di evocare eventi drammatici in modo così banale. Infine, mi sembra grave che con queste parole il papa (dico un Papa) e dunque la Chiesa Cattolica riconosca agli anglicani lo status di Chiesa, invece che di confessione eretica.
La rivoluzione innescata dal Concilio sembra stia prendendo il largo, accelerata dall'abdicazione di Papa Benedetto e dalla prassi ateoretica instaurata da Bergoglio. Risultato: una Chiesa sempre più fluida e cangiante, in continuo divenire, costantemente "al passo con i tempi". Non più nel mondo ma non del mondo:  più simile ad una ONG, che ad alla divina Istituzione che è. Se si confermeranno le avvisaglie che si vanno prefigurando. Potremmo dire che le fonti ci danno una visione progressista. Ma ormai cosa c'è rimasto che non lo sia? Realismo o allarmismo, in questa conclusione?

Non teologi ma pragmatici: Entrambi appassionati di questioni sociali
[...] Contrariamente ai loro predecessori (Rowan Williams e Benedetto XVI), non hanno un profilo di teologi ma di pastori, molto pragmatici entrambi.
Justin Welby, 56 anni, è un padre di famiglia di 5 figli. Diplomato all'Università di Cambridge, ha svolto una carriera come quadro finanziario nell'industria petrolifera. Esattamente come papa Francesco è appassionato per le questioni sociali.
È dunque prevedibile che il loro confronto verterà sulla crisi mondiale, il ruolo della finanza, la giustizia sociale. Un tema che interessa moltissimo papa Francesco. Contemporaneamente all'enciclica sulla fede iniziata da Benedetto XVI e che egli porterà a termine - lo ha confermato giovedì - il papa sta lavorando alla sua prima vera enciclica sul tema della povertà. 
[...] Il problema della decisionalità nella Chiesa è basilare nel quadro degli incontri formali delle discussioni teologiche (ciclo Arcic III) tra anglicani e cattolici. Ma dietro questa questione, apparentemente tecnica o manageriale, c'è il tema dell'autorità e del potere affrontato direttamente.
Ora tutti i segnali dati da papa Francesco fin dall'inizio vanno nel senso di una maggiore «collegialità» e «sinodalità» nel governo della Chiesa. Lo ha ribadito pubblicamente giovedì alla struttura vaticana incaricata all'Organizzazione di Sinodi. Al contrario, dunque, di una visione piramidale e centralizzatrice.
Se questa evoluzione fosse confermata, il che sarebbe una sorta di rivoluzione, non sono solo gli anglicani che se ne rallegrerebbero - come al momento dell'elezione di papa Francesco -, ma ciò avverrebbe anche nel mondo ortodosso e in quello protestante. Essi attendono da molto tempo un'evoluzione della Chiesa cattolica in tal senso. [Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]
Collegialità, sinodalità emerse - insieme ai rischi del "pelagianesimo" e dello "gnosticismo" non meglio identificati - nell'incontro di giovedì con i vescovi
[...] Quanto agli argomenti indicati dai membri del Consiglio, il Pontefice si è soffermato in particolare sulla famiglia, denunciando soprattutto la crisi del matrimonio e dicendo che nell'incontro di ottobre del gruppo di cardinali costituito il 13 aprile scorso sarà discussa l'iniziativa di uno studio da realizzare sulla pastorale familiare. Dopo aver sottolineato il profondo legame tra ecologia del Creato ed ecologia umana, il Santo Padre ha invitato i presenti a riflettere anche sul «grave problema» dell'antropologia secolarizzata. «La laicità è diventata laicismo» ha avvertito. E ha messo in guardia dai rischi dello gnosticismo e del pelagianesimo, la cui mescolanza dà vita oggi a una «cultura nuova» che costituisce per i cattolici «un problema antropologico molto serio». [Sorprendono e inquietano questi reiterati riferimenti, buttati lì senza sviluppare alcun discorso più approfondito, già emersi con scalpore a apprensione per i riferimenti alla Tradizione, intrisi di pregiudizio, nell'incontro col CLAR.]
Venendo infine alla questione del rapporto tra sinodalità ed esercizio del ministero del vescovo di Roma, Papa Francesco ne ha sottolineato la grande importanza e ha assicurato che già da ora è al centro della riflessione del gruppo degli otto porporati [vedi anche]. È necessario, a suo avviso, ricercare una «strada nuova» sulla quale la sinodalità possa esprimere «la sua propria singolarità unita al ministero petrino». Per il Pontefice si tratta di «una sfida grande», nella quale un ruolo decisivo spetta proprio alla segreteria del Sinodo dei vescovi.

Ricordo la Messa in diretta domenicale dalla Cappella FSSPX di Rimini

Con questa pagina, il Priorato Madonna di Loreto della FSSPX propone, per chi è legittimamente impedito, di seguire in diretta la Messa domenicale delle ore 10.30. 

Ricorda che il 1° precetto della Chiesa, che obbliga di assistere alla Santa Messa la domenica e le feste di Precetto, richiede una presenza fisica. Chi guarda la Messa in televisione o su internet non adempie di per sé a questo precetto. Ma chi non può assistere alla Santa Messa per una ragione grave (malattia, distanza troppo grande...) può recitare la corona del S. Rosario, leggere i testi della Messa o anche unirsi in preghiera ad una S. Messa che si guarda su internet. L'essenziale è dedicare un tempo della domenica o della festa al Signore.

Il Papa sprona i religiosi latinoamericani. E depotenzia la Curia

È così che la vedono i media : "Sberla al Sant’Uffizio" - Cronaca del 13 giugno 2013. È l'ennesima esternazione dirompente di papa Bergoglio, dagli esiti inquietanti. Strano silenzio della comunicazione Vaticana, per contro molto presente e sollecita in tutti i momenti di questo pontificato; un silenzio che non impedirà strumentalizzazioni di ogni genere.
Anche se si tratta di dichiarazioni non ufficiali - come lo sono del resto le omelie di Santa Marta - il loro grande risalto a livello internazionale esigerebbe chiarimenti e approfondimenti, oppure una maggiore e mirata selezione delle esternazioni papali, privilegiando quelle delle occasioni ufficiali.

Non posso comunque esimermi dall'osservare che depotenziare la Curia nel senso di renderla più efficiente, ma soprattutto trasparente non potrebbe essere che un bene. Il vero problema è aver sminuito o addirittura disprezzato la funzione della Dottrina della Fede, che è quella di salvaguardare dagli errori.
Arrivare ad affermare "preferisco una Chiesa che sbaglia per fare qualcosa ad una che si ammala per rimanere rinchiusa", è grave. Perché l'errore riguarda l'individuo, la persona; ma la Chiesa dovrebbe essere indefettibile e insegnare e trasmettere la retta fede salvaguardando i fedeli dall'errore che li porta fuori strada. E non lo è solo quando "si muove verso le periferie", ma anche quando è chiusa in un chiostro a contemplare o quando non ha che da offrire le sue sofferenze, immettendo nel corpo mistico linfa vitale per chi è chiamato alla missione. 

FRANCESCO STRONCA IL SANT'UFFIZIO
Il Papa sprona i religiosi latinoamericani. E depotenzia la Curia
Articolo pubblicato su Qn (Il Giorno-La Nazione-Il Resto del Carlino), edizione del 12 giugno 2013

LA RIFORMA della Curia si farà, manca la data, ma Francesco ha già fatto capire che non si limiterà al consueto avvicendamento ai vertici dei dicasteri vaticani. Dietro le quinte la commissione cardinalizia, costituita ad hoc dal Papa, studia accorpamenti e stroncature. Nel frattempo Bergoglio continua l’opera di depotenziamento del potere romano in favore delle conferenze episcopali e degli ordini religiosi. Così, dopo aver tolto alla Segreteria di Stato la gestione dei rapporti con la politica e le istituzioni italiane, il gesuita colpisce al cuore della macchina: a quella Congregazione per la dottrina della fede, un tempo Sant’Uffizio, che dal 1542 vigila sul rispetto del magistero della Chiesa a suon di scomuniche e ammonimenti. Anche e soprattutto sotto l’ultimo suo più illustre prefetto, Joseph Ratzinger.

RICEVENDO in udienza privata il 6 giugno i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana dei religiosi), Francesco avrebbe parlato non solo di corruzione e lobby gay in Santa sede, ma anche della necessità per monaci e frati di «avanzare verso nuovi orizzonti, andando verso i poveri e i nuovi soggetti emergenti nel continente». Senza lasciarsi intimidire dai cartellini gialli del Sant’Uffizio: «Anche se vi arriverà una lettera della Congregazione per la dottrina, affermando che avete detto questo o quello, non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, però andate avanti. Aprite porte, facendo qualcosa là dove la vita vi chiama. Preferisco una Chiesa, che si sbaglia per fare qualcosa, che una che si ammala per rimanere rinchiusa». Sempre con i religiosi, Bergoglio avrebbe condiviso anche due preoccupazioni. La prima legata ai «gruppi restauratori», ascoltando i quali «uno ha l’impressione di tornare indietro di sessant’anni, a prima del Concilio»; la seconda connessa a un ritorno montante del panteismo.

DELL’INCONTRO con la Clar non esistono registrazioni, solo una sintesi messa nera su bianco sul sito cileno, Reflexion y liberacion, molto vicino alla Teologia della liberazione. La Sala stampa vaticana ha detto di «non avere alcuna dichiarazione da fare sui contenuti della conversazione», ma fa ‘rumore’ l’assenza di una smentita ufficiale su indiscrezioni così forti piovute sul web. Gli stessi religiosi latinos si limitano a manifestare un certo dispiacere per la fuga di notizia. Nulla di più. In un contesto simile le affermazioni del Papa sulla Dottrina della fede non debbono essere piaciute troppo all’attuale numero uno del dicastero. Quel monsignor Gerhard Ludwig Müller. tra l’altro accusato dalla destra cristiana di essere un sostenitore proprio della Teologia della liberazione. Tuttavia sbaglierebbe chi nelle parole di Bergoglio volesse vedere un via libera a radicali fughe in avanti. Solo ieri, nel corso della messa mattutina a Santa Marta, il vescovo di Roma, guarda caso davanti a un gruppo di sacerdoti, religiosi e laici della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, ha esortato la Chiesa a rifuggire da due tentazioni: quella di andare indietro e quella di «un progressismo adolescente». Colpevole di voler «avere tutto con l’entusiasmo», di non essere «un vero progressismo» e di «far andare fuori strada» il popolo di Dio.
Giovanni Panettiere