venerdì 18 agosto 2017

Testo ufficiale della allocuzione di apertura del Card. Robert Sarah - Sacra Liturgia, Milano 6 luglio 2017

Ne avevamo già pubblicato una sintesi e discusso qui.

“La Sacra Liturgia — Il nostro incontro con Dio onnipotente:
Una prospettiva cristologica ed ecclesiologica”

SALUTI

Eccellenze, Monsignori, cari fratelli sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, cari fratelli e sorelle in Cristo:

E’ una gioia che ci viene da Dio quella di essere qui presente nella città di Sant’Ambrogio, e addirittura di stare così vicino alle sue sacre reliquie presso le quali abbiamo appena celebrato solennemente i vespri. Vorrei esprimere la mia profonda gratitudine verso il grande successore di Sant’Ambrogio, Sua Eminenza, il Cardinal Angelo Scola, per il suo saluto di benvenuto nella storica, ricca e bella Chiesa di Milano. È stato un piacere salutare Sua Eminenza personalmente stamattina.
Il semplice fatto di passare alcuni giorni a Milano, e di pregare insieme secondo l’antico rito Ambrosiano, non può che contribuire ad accrescere la nostra formazione nella ricchezza e nella bellezza della tradizione liturgica della Chiesa. Infatti, possiamo dire che siamo in una terra santa (cf. Es. 3:5); dunque avviciniamoci attentamente al Signore in modo tale da ascoltare e capire ciò che Egli ci vorrà dire in questi giorni speciali.

Ancora una volta, sono felice di ringraziare Sua Eccellenza, Mons. Dominique Rey, Vescovo di Fréjus-Toulon, Francia, per le sue parole di benvenuto e per avermi invitato a partecipare nuovamente a questa quarta conferenza internazionale di “Sacra Liturgia”, per tenere questa relazione introduttiva oggi pomeriggio. Eccellenza, le iniziative che Ella sta organizzando attualmente sotto il titolo “Sacra Liturgia” costituiscono uno dei tanti pregiati contributi allo sviluppo del nuovo movimento liturgico nella Chiesa del ventunesimo secolo. Desidero incoraggiarLa a continuare tali iniziative perché l’autentica formazione liturgica e la celebrazione siano promosse ancora e possano nutrire la vita e la missione della Chiesa di oggi e di domani.

Sua Eccellenza Rey è stato gentilissimo nel citare le parole con le quali il Papa Emerito, Benedetto XVI, ha voluto presentare la recente edizione tedesca nella prefazione [qui] del mio libro La forza del Silenzio. Con tutta umiltà devo dire che mi sento profondamente onorato dalle parole di Papa Benedetto e vorrei cogliere quest’occasione per ringraziare Sua Santità per un tale incoraggiamento nel mio continuo desiderio di compiere fedelmente il ministero che mi è stato affidato dal Santo Padre, Papa Francesco.

Prego intensamente per tutti coloro che avranno la pazienza e prenderanno il tempo per leggere attentamente questo volume: che Dio li aiuti a dimenticare la volgarità e la bassezza con la quale certe persone hanno parlato della «Prefazione» e del suo autore, Papa Benedetto XVI. A causa di ciò che Egli è e di ciò che rappresenta nella Chiesa, Papa Benedetto XVI merita rispetto, molta considerazione e onore. In tutte le civiltà e in tutte le culture, ma in particolare nella Sacra Scrittura «gli anziani meritano doppio onore, specialmente quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento» (1 Tm 5, 17). L’arroganza, la violenza del linguaggio, la mancanza di rispetto, l’odio e gli sprezzi nei confronti di Benedetto XVI sono diabolici e coprono la Chiesa con un manto di tristezza e di vergogna. Quelle persone distruggono la Chiesa e inferiscono contro la sua profonda natura. Un cristiano non lotta contro nessuno. Un cristiano non ha dei nemici da abbattere. Il Cristo ha chiesto a Pietro di rimettere la sua spada nel fodero (cf. Mt 26, 52-53). Ecco l’ordine di Cristo a Pietro, e questo comandamento concerne anche ogni cristiano che si ritenga degno di chiamarsi tale.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio tutti e ognuno in particolare per la vostra presenza qui. Ma perché voi siete qui? Voi siete qui perché avete capito ciò che il Cardinal Ratzinger ha detto venti anni fa, allorché egli scriveva:
«La Chiesa si regge e cade con la Liturgia. Se l’adorazione della divina Trinità verrà a meno, se la fede non apparirà nel suo splendore nella Liturgia della Chiesa, se le parole dell’uomo, i suoi pensieri, le sue intenzioni lo opprimeranno, allora la fede avrà perso il suo posto lì dove dovrebbe esprimersi ed abitare. Per questo motivo, in ogni caso, la vera celebrazione della Sacra Liturgia è il centro di ogni rinnovamento della Chiesa».1
Con questa consapevolezza, cari fratelli e sorelle, e con la vostra presenza qui per accrescere la vostra formazione, con il vostro desiderio di incontrare altri per condividere il vostro zelo, e soprattutto con la vostra comunione nel culto a Dio Onnipotente nella Sacra Liturgia, voi state contribuendo positivamente al rinnovamento liturgico di cui tutti abbiamo tanto bisogno nella Chiesa oggi. Per questo la Chiesa vi è riconoscente.

Purtroppo, devo partire per Roma giovedì mattina, e perciò non sarò in grado di salutarvi personalmente alla fine di queste giornate speciali. Pertanto, anche oggi, all’inizio di questa conferenza, vi incoraggio, vi imploro, vi esorto a ritornare, dopo questo incontro di Sacra Liturgia 2017 a Milano, nei diversi paesi e diocesi, parrocchie e comunità di provenienza — ognuno secondo i compiti e le grazie della propria vocazione — e a vivere e lavorare perché «la vera celebrazione della Sacra Liturgia» sia «il centro di ogni rinnovamento della Chiesa».

INTRODUZIONE

«La Chiesa si regge e cade con la Liturgia». Queste parole suonano come una forte provocazione. Infatti, nel contesto delle importanti e giuste preoccupazioni della Chiesa nei nostri giorni – dal nostro dovere quotidiano di testimoniare la Verità di Gesù Cristo attraverso la cura per i poveri e il sollievo della sofferenza così come la lotta contro l’ingiustizia nel mondo, fino ai nostri sforzi per «chiamare tutti nel seno della Chiesa»2, attraverso le molteplici iniziative di ciò che possiamo chiamare la “nuova evangelizzazione”, così come l’adempimento del nostro dovere per raggiungere una piena e forte unità di tutti i battezzati “cum Petro et sub Petro” (con Pietro e sotto Pietro) – affermare che la Sacra Liturgia è così centrale può sembrare sproporzionato e addirittura inopportuno: ci sono tante altre importanti attività affidate da Dio alla Chiesa nelle quali essa deve impegnarsi. Allora, perché non lasciare da parte la liturgia per concentrarsi in questi compiti urgenti? Come potremmo giustificare oggi l’affermazione «La Chiesa si regge e cade con la Liturgia», allorché sicuramente la sua missione e le sue attività nel mondo sono così cruciali?

Questi sono questioni molto importanti. Infatti, mentre oggi i valori sociali e le azioni umanitarie sono aspetti evidenti e ampiamente apprezzati da tutti, la necessità di dare priorità agli atti di culto può essere fraintesa o addirittura anche ridicolizzata, tanto dentro come fuori della Chiesa, nonché essere oggetto di un questionamento da parte di alcuni.

Ma, come il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha spesso sottolineato, la Chiesa non è una O.N.G. Essa è qualcosa fondamentalmente diversa. E’ perfettamente vero che la Chiesa non è mai indifferente alle disgrazie e problemi degli uomini. Però, è altrettanto vero che Gesù non ha fondato la Chiesa per risolvere tutti problemi sociali o politici di immigrazione, di ecologia o per combattere la povertà o le ingiustizie.

Per indagare su questo aspetto e per comprendere chiaramente questa differenza, propongo di affrontare l’argomento attraverso la considerazione di tre questioni: 1. Chi è Gesù Cristo? 2. Come noi incontriamo Gesù Cristo?3. Cosa significa essere cristiano? Una volta che avremo dato una risposta a questi interrogativi penso che potremo vedere chiaramente perché la Chiesa si regge e cada con la liturgia, e perché la Sacra Liturgia gode di priorità nella vita cristiana. Alla luce delle risposte a queste domande, sarà possibile proporre alcune implicazioni per il nostro incontro con Dio Onnipotente nella Sacra Liturgia oggi.

A. CHI È GESÙ CRISTO?

La nostra prima domanda è chiaramente Cristologica: Chi è Gesù Cristo? La risposta personale a questa domanda cambia e determina radicalmente il nostro modo di vivere la nostra vita, e addirittura evidenzia se viviamo o meno nella speranza della vita eterna. Poiché, se Gesù fu un semplice profeta ebreo, o meramente un filosofo del primo secolo le cui intuizioni sono di grande valore per tutti gli uomini, in quanto al modo di vivere serenamente nel mondo, io potrei accettare o rifiutare le sue intuizioni e i suoi insegnamenti secondo il mio giudizio sul valore e sull’opportunità di essi in relazione alla mia vita. Io potrei ‘prendere o lasciare’, come si dice, senza nessuna conseguenza rilevante. Così, questa sua “via” diventa, però, una tra tante altre.

Eppure, se Gesù è l’Incarnazione e la rivelazione definitiva di Dio Onnipotente nella storia umana, inviato per la salvezza di ogni persona umana, di ogni razza, nazione ed epoca sin dalla creazione del mondo, e se Egli è chi ci manifesta la vera natura dell’umanità e chi ci rivela il nostro destino glorioso nella risurrezione di vita che vince la morte, allora le sue affermazioni non possono essere considerate meramente da un punto di vista soggettivo.

Nella mia libertà, che è un dono di Dio, io posso ancora “prendere o lasciare” i suoi insegnamenti, ma le conseguenze di tale scelta nei confronti delle sue oggettive ed esclusive affermazioni sono profonde e decisive. La Sua via è la Via ed è anche la Verità e la Vita (cf. Gv 14,6).

La Cristologia moderna, come risultato della “questione sul Gesù storico”, nella quale molti studiosi si sono impegnati sin dal diciottesimo e diciannovesimo secolo, ha fatto la distinzione tra il “Gesù della storia” e il “Cristo della fede”. Questo tentativo di separare l’uomo storico dalla sua divina missione finisce in una versione demitologizzata di Gesù; cioè in un Gesù che è quasi sorpreso di scoprirsi come il Salvatore dell’umanità. Un tale approccio mette l’accento sulla sua umanità contingente, mentre la sua divinità è quasi negata o al meno vista come una questione di fede, quasi come qualcosa “aggiunta”, che non fa parte della sua realtà storica. Nel suo libro denso e ricco di riflessioni: Abbiamo visto Cristo venire verso di noi, Francesco Braschi riassume chiaramente e con precisione questa visione esegetica molto strana in questi termini:
«La cosa più terribile mi pare essere una concezione che sganci e separi la divinità di Cristo dalla sua umanità: l’abolizione della sottolineatura della dimensione storica dell’avvenimento cristiano, infatti, comporta l’annullamento del buon senso e della sua umanità. Gesù diventa una figura del passato o una delle tante vie del cammino religioso dell’uomo. Praticamente, poi, la vita appare definita da un volontarismo etico, essendo la carità ridotta a una generosità o al “volontariato”, come azione suppletiva a quella del potere politico. Tutto questo ha come origine una fede ridotta a spiritualismo, a moto interiore (soggettivismo). Esattamente venti anni fa, Paolo VI accusava l’introduzione di un pensiero non-cattolico dentro la Chiesa: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede... Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”. Si tratta di un allarme che denuncia l’inizio di uno svuotamento dall’interno della natura e del metodo del fatto cristiano. L’esito è quello indicato: Gesù Cristo ridotto a un “flatus vocis”, a parola astratta. Di conseguenza, non si è più in presenza dell’avvenimento storico di Gesù di Nazareth morto e risorto, qui ed ora, nella sua umanità nella Chiesa, suo Corpo misterioso, ma si tratta, al massimo, di una favola carica di insegnamenti etici.
Eppure la risurrezione di Cristo è un fatto. E non è un caso – mi sembra – che proprio l’affermazione della verità storica della risurrezione di Cristo sia stata riproposta –  durante le omelie dei giorni della Pasqua 2013 – da Papa Francesco come condizione perché la fede non sia “all’acqua di rose”! Oggi purtroppo l’oggettività della presenza eucaristica può essere offuscata nel suo valore e nella sua comprensione, come mostra l’esistenza diffusa di un soggettivismo liturgico e celebrativo da cui sono sovente segnati non solo i presbiteri, ma anche i fedeli. Dobbiamo riscoprire e riapprendere il vero e profondo senso della liturgia.
Per molti, la liturgia non è più vista come Opus Dei, l’Opera di Dio, ma creatività e fabbricazioni umane».3 
Dobbiamo dunque eliminare della nostra Chiesa ogni  pensiero non-cattolico”, combattere ogni sentimentalismo o soggettivismo e ritrovare, con lo studio e la preghiera, la ricchezza dell’oggettività del Cristo morto e risorto, formando il popolo di Dio in una fede viva, vigorosa, che lo porti a quella totale ed indefettibile adesione a Gesù Cristo, contemplato nella sua umanità come colui nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Nell’ambito spirituale e liturgico, questo tipo di pensieri ci portano a considerare Gesù più come nostro fratello che come nostro Signore, e dunque a trattarlo con una familiarità fuori luogo. Il nostro comportamento davanti a Lui non è più ispirato dallo stupore. La sua maestà, la grandezza della sua divinità e lo splendore della sua santità non provocano tremore, prostrazione ed adorazione. Certamente, Gesù è pienamente umano ed è perfettamente vero dire che Egli è mio fratello secondo la sua natura umana. Alcune volte, avvicinarsi a Gesù da questa prospettiva nella preghiera personale e nella devozione può essere di aiuto. Ma questo non è sufficiente in sé stesso. Gesù è più di un mio fratello. Egli è, come ha confessato l’Apostolo san Tommaso, «mio Signore e mio Dio» (Gv 20.28). Egli è il divino Figlio di Dio che si è fatto carne per la salvezza del mondo. Egli è la seconda persona della Santa Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, indivisibilmente un solo Dio. Ricordiamo le sue parole: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 57). E Gesù stesso, attraverso la comunione al suo Corpo e al suo Sangue, ci comunica il suo Spirito. Scrive magnificamente
«sant'Efrem: “Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito. [...] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. [...] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo. Infatti è veramente il mio corpo e colui che lo mangia vivrà eternamente”.4 La Chiesa chiede questo Dono divino, radice di ogni altro dono, nella epiclesi eucaristica. Si legge, ad esempio, nella Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo: [...]. E nel Messale Romano il celebrante implora: “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”.5 Così, con il dono del suo corpo e del suo sangue, Cristo accresce in noi il dono del suo Spirito, effuso già nel Battesimo e dato come “sigillo” nel sacramento della Confermazione».6 
Nell’Eucaristia è veramente tutta la Santissima Trinità che riceviamo. Che dono incredibile! Che amore sconfinato da parte di Dio verso di noi! Comprendo bene l’esclamazione del salmista: «Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo» (Ps 32,8). «Trema, o terra, davanti al Signore, davanti al Dio di Giacobbe» (Ps 113,7). Purtroppo, l’assenza di Dio nelle nostre vite e nelle nostre preoccupazioni, la secolarizzazione, l’offuscamento della nostra mente dai beni terrestri, contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica riguardante il grande Sacramento eucaristico, la cui celebrazione è vissuta come un semplice incontro conviviale e fraterno.

Molto di più può dirsi, e di fatto è stato detto, sulla persona e sulle nature di Gesù Cristo. Mi permetto di sollevare la questione perché se noi dobbiamo comprendere la Sacra Liturgia, e se dobbiamo celebrare i riti della Chiesa fedelmente, adeguatamente ed efficacemente, dovremmo essere chiari su chi è la persona che si trova veramente al centro di tali riti. Dovremmo essere chiari sul fatto che la Sacra Liturgia è qualcosa di simile all’incontro reale, personale e intimo di San Tommaso con il Cristo Signore otto giorni dopo la risurrezione: un incontro con il Cristo risorto, pienamente umano e pienamente divino. È un incontro con Cristo veramente vivo e presente davanti a me. Egli è mio fratello, certamente, ma è anche, e in modo preminente, mio Signore e mio Dio, mio Creatore e mio Redentore.

Per dirlo in un altro modo, mentre è certamente legittimo affrontare la questione della persona e delle nature di Gesù, e mentre alcune volte può dare buoni frutti nella  preghiera privata e nelle pratiche devozionali contemplare l’una o l’altra delle sue nature, nella Sacra Liturgia la Chiesa rende culto a tutto il Cristo. Noi non celebriamo il “Gesù della storia” oppure “il Cristo della fede”. Con umiltà noi confessiamo l’unico Cristo risorto come nostro Signore e nostro Dio. Noi non lo possiamo demitologizzare nel senso di tentare di spogliarlo di tutto ciò che riguarda la fede perché, aldilà di ogni valutazione accademica, un tale tentativo è semplicemente illegittimo nel culto della Chiesa. Quando celebriamo la Sacra Liturgia rendiamo culto a Colui che è diventato uomo per la nostra salvezza, a Colui che è stato ed è pienamente umano e nel contempo pienamente divino.

I Vangeli non ci offrono ulteriori informazioni riguardo i dubbi di Tommaso nel momento del suo incontro con il Cristo risorto otto giorni dopo la risurrezione. Possiamo soltanto immaginare e contemplare l’impatto che questa singolare e privilegiata esperienza ha avuto su di lui. La Tradizione ci insegna che San Tommaso divenne il grande apostolo dell’India e morì martire per Cristo. Potremmo anche domandarci se i nostri incontri privilegiati con il Cristo risorto oggi, nella Sacra Liturgia della Chiesa, sono ugualmente efficaci nella nostra vita e nella vita dei nostri contemporanei. Se la risposta è che essi non producono simili frutti, allora dobbiamo domandarci perché. Certamente, la liturgia della Chiesa usa dei segni sacramentali, ma in essi e attraverso di essi il nostro incontro con il Cristo risorto non è meno reale. Non sarà forse che la colpa è in noi stessi, nella nostra mancanza de fede in Gesù Cristo?

Può darsi che una parte del problema sia nel fatto che noi abbiamo demitologizzato il Cristo nella nostra mente, e forse abbiamo demitologizzato anche il nostro approccio alla Sacra Liturgia. Se quando io partecipo a una celebrazione liturgica penso semplicemente che mi trovo in un convivio fraterno in memoria di mio fratello, un grande maestro e un profeta del passato, il mio approccio e la mia comprensione saranno molto diverse rispetto al mio approccio se io sono consapevole di partecipare ad un culto a Dio Onnipotente, un culto che è sacrificale e redentore, un culto al Dio che si è fatto uomo per la nostra salvezza, Gesù Cristo morto e risorto che ci coinvolge e ci introduce nel mistero pasquale facendoci passare con Lui dalla morte alla vita eterna.

La Chiesa in tutta la sua vita e nelle sue attività, compresa la Sacra Liturgia, non può mai cessare di proclamare la realtà espressa nelle potenti parole del bel rito di benedizione del cero pasquale che hanno arricchito la veglia pasquale del Rito Romano dal 1951: Christus heri et hodie. Principium et Finis, Alpha et Omega. Ipsius sunt tempora et saecula. Ipsi gloria et imperium per universa aeternitatis saecula. Amen. (Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen).7

È a Lui che noi rendiamo culto: il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza (cf. Eb 4,14), che convoca la sua ecclesia, cioè la sua Chiesa. È Lui che continua la sua opera di salvezza nel nostro mondo in ogni celebrazione liturgica della Chiesa oggi.8

Il Dio al quale crediamo, Colui che adoriamo e davanti al quale restiamo in preghiera silenziosa, è il Dio fatto uomo: Gesù Cristo. In effetti, per insegnare agli uomini la sua dottrina di salvezza e per manifestare loro l’Amore di Dio, il Cristo, Dio perfetto e uomo perfetto, ha agito contemporaneamente in maniera umana e divina. Dio condiscende a diventare Uomo perché l’uomo divenga Dio: «Deus homo factus est ut homo fieret Deus», ha detto Sant’Ireneo. Egli ha preso la nostra natura umana senza riserve, eccezione fatta del peccato (Eb 4, 15). In questo modo, Dio ci ha donato la possibilità di partecipare alla sua natura divina (cf. 2 Pt 1, 4). Chi non tremerebbe di stupore e non cadrebbe in ginocchio davanti a un tale incredibile privilegio?

Dio mi ama con il cuore di un uomo. Mi guarda con tenerezza attraverso degli occhi umani:
«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4, 7-11). 
Gesù Cristo è Dio tra di noi. Egli è nostro Signore e nostro Dio. Egli rende presente tutta l’intera Santissima Trinità. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2, 9). Egli porta nel suo Cuore trafitto il profondo desiderio di un incontro e di una relazione personale e intima con ciascuno di noi.

B. COME INCONTRIAMO GESÙ CRISTO?

Una volta stabilito che Colui al quale rendiamo culto è l’unico e indivisibile Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio, domandiamoci come noi, uomini e donne di ogni tempo, lo incontriamo. Certo, come Dio, nostro Signore Gesù Cristo è capace di rivelarsi alle singole persone attraverso vie straordinarie, come alcune volte testimoniano le vite dei santi. Ma ordinariamente, come incontriamo Colui che ha offerto se stesso in un sacrificio di amore per la nostra salvezza?

La domanda può essere risposta con una parola: noi incontriamo Gesù ecclesialmente. Entriamo in relazione con Cristo nell’unica vera Chiesa cattolica e attraverso di essa, che Egli ha fondato proprio a tale scopo. Adoperando le parole di Papa Benedetto XVI, possiamo dire che «Cristo lo scopriamo, lo conosciamo come Persona vivente, nella Chiesa. Essa è il “suo Corpo».9

Pertanto, noi non incontriamo ordinariamente Gesù Cristo come persone individuali isolate. Piuttosto, entriamo in rapporto con Lui nella Chiesa e attraverso di essa. Certamente è possibile che un nostro contatto iniziale con Cristo possa aver luogo attraverso la testimonianza e la missione di persone cristiane, eppure in questo caso tali persone agiscono al di là di loro stessi: esse sono parte del Corpo di Cristo, e l’esperienza trasmessa attraverso di loro è molto di più di un semplice incontro umano tra due persone. In tale contesto, Cristo è presente, mi chiama e mi invita a diventare parte della Chiesa attraverso la grazia del battesimo e le grazie della vocazione particolare che vivifica e anima il cristiano con il quale io sono entrato in contatto.

Oggi questa realtà è spesso dimenticata o addirittura negata. Si sentono alcuni che affermano di essere molto contenti di avere una relazione personale con Gesù, ma non desiderano avere a che fare con la Chiesa. Avere un rapporto personale con Gesù è un buon inizio, ma esso non è sufficiente! Esso è come un seme che rimane addormentato o che incomincia solo a germogliare, ma non riesce a maturare e non produce frutti. Il seme della fede per crescere ha bisogno di un terreno fertile e di un nutrimento dato dalla vita della Chiesa. Prendiamo un esempio: San Paolo, dopo aver incontrato Gesù in modo particolarmente sconvolgente sulla via di Damasco, è stato subito affidato alla Chiesa di Damasco per la sua nascita piena e la sua crescita nella fede: «Alzati e prosegui verso Damasco», dice il Signore Gesù, «là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 9, 6). Ed Anania, probabilmente il capo della Chiesa di Damasco gli disse: “Saulo, il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto ed udito. Ed ora perché aspetti? Alzati, ricevi il Battesimo, e lavati dai tuoi peccati, invocando il Suo Nome” (At 22, 14-16). Non possiamo essere cristiani senza essere parti del Corpo di Cristo, la Chiesa. Senza i sacramenti della Chiesa, la vita cristiana è come un seme caduto tra le pietre, che quando cresce, inaridisce per la mancanza di umidità (cf. Lc 8, 6).

Sono molto consapevole che le colpe e i peccati di alcuni membri della Chiesa, compresi – e mi vergogno a dirlo – alcuni preti e vescovi, scandalizzano molte persone e le allontanano dalla Chiesa. Non dobbiamo smettere di far penitenza e tante mortificazioni per questo, non dobbiamo mancare di esaminare le nostre coscienze per non renderci colpevoli di tali gravi peccati, e nemmeno tollerarli in coloro che sono sotto la nostra responsabilità. Eppure, anche il peggiore dei peccatori o il più grave degli scandali non altera il fatto che è volontà di Dio, come insegna il Concilio Vaticano II, che «tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo»; perciò «l'attività missionaria conserva in pieno – oggi come sempre – la sua validità e necessità»10. Se noi abbiamo messo degli ostacoli nel cammino per raggiungere questo scopo, dobbiamo rimuoverli.

Un primo incontro con Gesù Cristo, uno sguardo fugace rivolto a Lui, oppure un mero rapporto personale con Lui, ha bisogno di essere nutrito per raggiungere la pienezza  della vita cristiana nella vita e nella missione del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Ho bisogno della Chiesa perché essa mi porti alla presenza del Cristo totale, dove io posso incontrare il suo sguardo amorevole faccia a faccia, non come uno al quale piace qualcosa di Gesù o dei suoi insegnamenti, ma come uno che appartiene totalmente a Lui in una meravigliosa comunione e nella compagnia di tutti coloro che Gli appartengono – quelli presenti, quelli assenti, quelli vivi e quelli che sono già morti in Cristo lungo i secoli. Come dice san Paolo ai Corinzi:
«come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, cosi anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» ( 1 Cor 12, 12-13).
In questo modo, la mia vita ed il mio ministero sacerdotale possono crescere e fiorire in quanto io sono un membro in piena comunione e senza ostacoli con il Corpo di Cristo, la Chiesa. Io, in quanto persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26) posso occupare il posto che Dio mi offre nella sua divina assemblea. Non sono più da solo. Il desiderio espresso nella preghiera di Sant’Agostino, «Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore non ha pace finché non riposi in Te», diventa realtà. Non solo ho incontrato Gesù Cristo, ma come membro della ecclesia sono capace ora di rallegrarmi in quel continuo e vivificante rapporto con Lui, che è la vita cristiana, mentre vivo nella speranza di ricevere la lode del Maestro della parabola dei talenti (cf. Mt 25,14-30): «Bene, servo buono [...] sei stato fedele», perché la mia vita cristiana ha dato il suo frutto.

C. COSA SIGNIFICA ESSERE CRISTIANO?

Un cristiano, quindi, è una persona che vive in un rapporto ecclesiale con Gesù Cristo. C’è gente che può aderire agli ideali o alle filosofie del cristianesimo, che può rispettare alcuni o addirittura tutti gli insegnamenti cristiani e che può cercare di vivere secondo tali ideali. Molti uomini e donne di buona volontà in tutto il mondo fanno proprio questo. Ma se una persona non vive in un rapporto ecclesiale con Gesù Cristo, se non è un membro dell’unica Chiesa cattolica da Lui fondata, allora a quella persona manca ciò che è fondamentale alla natura cristiana, cioè qualcosa di essenziale per essere un cristiano. Manca cioè questa relazione vitale e quasi ontologica col Corpo mistico di Cristo: la Chiesa, e cioè con Cristo risorto stesso che vive nella sua Chiesa e dà vita a tutti i suoi membri tramite i sacramenti.

Cosa è questa “relazione ecclesiale”? Non dobbiamo andare molto lontano nel tempo per trovare una eloquente e veramente bella spiegazione di questo concetto, perché la troviamo nel quarto secolo nel trattato De mysteriis (Sui misteri) dello stesso Sant’Ambrogio. In quest’opera il grande Padre e Dottore della Chiesa, vescovo della città dove abbiamo il privilegio di incontrarci, cerca di “esporre il significato dei sacramenti”11, esortando i suoi neofiti in questi termini:
«Aprite dunque gli orecchi e gustate il buon odore della vita eterna diffuso sopra di voi dal dono dei sacramenti. Questo vi abbiamo indicato quando, celebrando il mistero dell’apertura, dicevamo effetha, che significa “apriti”, perché ognuno che stava per giungere alla grazia sapesse quale domanda gli sarebbe stata rivolta e si ricordasse a dovere che cosa rispondere»12
«Dopo di ciò, è stato aperto il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricordati le domande che ti sono state rivolte, ripensa alle tue risposte! Hai rinunciato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alle sue pompe, ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba dei morti, ma nel libro dei viventi»13.
«Là tu hai visto il diacono, il sacerdote, hai visto il vescovo. Non considerare il loro aspetto fisico, ma la grazia dei loro misteri»14.
«Una volta entrato, per vedere il tuo nemico al quale hai pensato di dover rinunciare a faccia a faccia, tu ti rivolgi verso oriente. Poiché chi rinuncia al diavolo si volge verso Cristo, lo fissa diritto con lo sguardo faccia a faccia »15.
Cosa significa questo voltarsi verso l’oriente e guardare Cristo faccia a faccia? Si  tratta della stessa vita alla quale i nuovi membri della Chiesa sono stati iniziati. E’ il culto ecclesiale di Cristo, nostro Signore e nostro Dio, cioè la Sacra Liturgia. In piede insieme con gli altri fratelli e sorelle in atteggiamento di adorazione e adottando una postura fisica comune e di profondo significato (guardando verso l’oriente) il neofito prende il suo posto come cristiano, come parte della ecclesia nel culto. Dopo il battesimo, il cristiano è ormai introdotto in una relazione personale ed intima, e contempla Gesù faccia a faccia, assieme alla comunità orante, condotta dal vescovo, il quale è assistito nella sua funzione liturgica dal sacerdote e dal diacono. E tutti in adorazione, sorretti e guidati dallo Spirito Santo pregano Dio guardano verso l’Oriente, verso Cristo, vittorioso del male e del diavolo. Secondo sant’Ambrogio, è cristiano colui che ha rinunciato a Satana e alle corruzioni di questo mondo, e si è rivolto a Cristo e lo guarda faccia a faccia. Il cristiano contempla la vita di Cristo, e Cristo stesso lo illumina così da divinizzare la sua esistenza.

Ho parlato molte volte sull’importanza di ricuperare questo orientamento. Qui vorrei semplicemente evidenziare che in queste parole di Sant’Ambrogio possiamo percepire ancora di più la forza, la bellezza e addirittura il significato profondo  dell’orientamento, cioè il fatto di rivolgerci verso l’Oriente, ed essenzialmente verso il Cristo nella celebrazione attuale della liturgia.

Sono queste parole di sant’Ambrogio ad esprimere il vero senso del guardare ad Oriente, che più che una direzione geografica, indica la necessità per il cristiano, di orientare la sua vita verso il Cristo, di contemplare costantemente Gesù, de guardarlo faccia a faccia perché Egli trasfiguri la nostra vita. Così anche nella liturgia la Chiesa si rivolge verso il suo Signore, lo guarda faccia a faccia, anticipando in questo modo quella contemplazione che sarà piena della visione beatifica di Dio.

E’ necessario affermare chiaramente, ed essere convinti, che l’iniziazione del neofito ha come oggetto il culto a Cristo nella liturgia. Lui o lei prende fisicamente e spiritualmente il suo posto nell’assemblea liturgica. Sant’Ambrogio parla del diacono, del sacerdote, del vescovo, e continua nei capitoli successivi del suo trattato a spiegare le realtà spirituali incarnate in diverse parole, riti e altri simboli adoperati nella liturgia della Chiesa. I riti, le parole e altri “segni” creati, che fanno parte della liturgia, provengono dal disegno salvifico di Dio: essi hanno un carattere “sacramentale”. È questo principio della sacramentalità del culto cristiano, che Sant’Ambrogio insegna al suo gregge – e lo insegna anche a noi oggi – nel De mysteriis.

Pertanto, il cristiano è colui che prende legittimamente e fisicamente il suo posto nell’assemblea liturgica della ecclesia e che attinge da questa fonte la grazia e  l’istruzione necessarie per la vita cristiana. Il cristiano è uno che incomincia ad entrare, e così a vivere, sempre di più i profondi misteri cristiani che la Sacra Liturgia trasmette. In questo modo, la partecipazione alla Sacra Liturgia diventa l’essenza dell’essere cristiano. Detto in un altro modo, in risposta alla domanda “Cosa significa essere cristiano?” possiamo rispondere: un cristiano è colui che è stato purificato dalla Chiesa nel battesimo e che continuamente attinge la vita della grazia, sempre più profondamente, dall’unica fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa: la Sacra Liturgia.

Faremmo bene a considerare questa realtà: io sono veramente un autentico cristiano pieno di vita nella misura in cui vivo la vita liturgica della Chiesa. Per aiutarci, la Chiesa stessa ha stabilito un livello minimo indispensabile per ciò che riguarda la nostra partecipazione liturgica: come una saggia madre la Chiesa richiede la nostra presenza alla Santa Messa ogni domenica e nei giorni di precetto, la confessione al meno una volta all’anno e la valida recezione della Santa Comunione a Pasqua.16 Ma questo è solo un minimo, per garantire che la vita di Cristo in noi non muoia ! Se noi dobbiamo vivere in Cristo, se noi dobbiamo vivere da Cristo e con Cristo, e dare frutti che rimangano per sempre (cf. Gv 15,16), allora dobbiamo vivere la vita liturgica della Chiesa non secondo il minimo di una regola, ma tanto pienamente come ci sia possibile secondo il nostro stato di vita. E questo perché nella Sacra Liturgia, come Sant’Ambrogio insegna nel capitolo IX del suo De mysteriis, «con questi sacramenti Cristo nutre la sua Chiesa, con essi la sostanza dell’anima si corrobora...».17 Poi, egli aggiunge che nei sacramenti tocchiamo fisicamente, abbracciamo davvero Cristo stesso: «O Signore Gesù, tu non ti riveli a me attraverso gli enigmi come in uno specchio, ma faccia a faccia: nei tuoi sacramenti, ho la possibilità di abbracciarti».18

Infatti, nostro Signore Gesù Cristo alimenta la sua Chiesa attraverso tutta la sua vita liturgica, perché come insegna il Concilio Vaticano II – in perfetta continuità con il magistero perenne della Chiesa – la Sacra Liturgia è l’ambito dove Cristo è all’opera nella sua Chiesa oggi, come si legge nella Costituzione sulla Sacra Liturgia:
«[Cristo] È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza (cf. St. Agostino, Tractatus in Ioannem, VI, n. 7). È  presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre».
«Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra».19
La Costituzione Dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa parla eloquentemente della natura intrinsecamente ecclesiale, sacramentale e liturgica del cristiano:
«I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti  di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata».20
Pertanto, non esiste la possibilità di vivere come cristiano in modo isolato o non liturgico. Un cristiano che non prega mai, né partecipa alla santa liturgia domenicale è paragonabile ad un cadavere ambulante. Ogni cristiano a motivo del suo battesimo è un essere liturgico che, nel culto della Chiesa, contempla Cristo il Signore “faccia a faccia”, e che si disseta sempre più profondamente dalla sorgente viva di grazia aperta dalla Sacra Liturgia, trovando in essa l’efficacia per tutte le suppliche e i ringraziamenti che la vita cristiana rende possibile.

Ora possiamo vedere più chiaramente, spero, perché «la Chiesa si regge e cade con la liturgia», perché «in ogni caso, la vera celebrazione della Sacra Liturgia è il centro di ogni rinnovamento della Chiesa». Alla luce di tutto questo, vorrei considerare alcune conseguenze ed implicazioni delle nostre riflessioni cristologiche ed ecclesiologiche in relazione alla vita liturgica della Chiesa oggi.

D. ALCUNE IMPLICAZIONI LITURGICHE

Nel discorso della sua Udienza Generale del 3 ottobre 2012, Papa Benedetto XVI ha riflettuto sulla “Natura ecclesiale della preghiera liturgica”. Le sue riflessioni, che raccomando vivamente per uno studio approfondito, sono le seguenti:
«Dobbiamo tenere presente e accettare la logica dell’incarnazione di Dio: Egli si è fatto vicino, presente, entrando nella storia e nella natura umana, facendosi uno di noi. E questa presenza continua nella Chiesa, suo Corpo. La liturgia allora non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui. Ogni giorno deve crescere in noi la convinzione che la liturgia  non è un nostro, un mio «fare», ma è azione di Dio in noi e con noi».
«Quindi, non è il singolo – sacerdote o fedele – o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. Questa universalità ed apertura fondamentale, che è propria di tutta la liturgia, è una delle ragioni per cui essa non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale».
Tutto questo è di fondamentale importanza. Laddove la liturgia è diventata semplicemente la celebrazione di una umana o anche di una cristiana e amichevole compagnia, una tale celebrazione liturgica deve essere elevata fino al Trono di Dio e perfezionata per diventare culto al Dio onnipotente in comunione con Cristo e con l’intera Chiesa dei battezzati.

Secondo me, ci sono ancora troppe implicazioni di questo principio che vanno analizzate in dettaglio, per la nostra prassi liturgica oggi, ma qui vorrei soltanto richiamare ognuno di noi ad un esame di coscienza su questo punto. Le nostre celebrazioni liturgiche sono veramente fedeli alle forme stabilite dalla Chiesa universale? Se non lo sono, allora dobbiamo correggere qualsiasi prassi erronea che si sia sviluppata. Nostro Signore Gesù Cristo stesso ci chiede questo.
Tra le tante implicazioni che potremo considerare, io vorrei offrire tre proposte concrete alla luce delle nostre riflessioni cristologiche ed eccelesiologiche per la vita liturgica della Chiesa oggi.
  • La prima implicazione da riconoscere è l’esistenza di un grave e diffuso scandalo nella Chiesa dei nostri giorni in cui molti dei nostri battezzati fratelli e sorelle si assentano dalla Sacra Liturgia. Molti cristiani cattolici non vanno in chiesa per assistere e partecipare alla santa Messa. Questo è un grave male che mette in pericolo le loro vite spirituali e la loro eterna salvezza. Lo scandalo dell’assenza dei nostri fratelli o sorelle battezzati dall’assemblea della Chiesa spinge ognuno di noi ad esercitare la correzione fraterna con carità. Già verso l’anno 67 della nostra era, l’autore della Lettera agli Ebrei aveva scosso il piccolo numero dei cristiani che erano diventati tiepidi, e li invitava a non abbandonare la pratica della religione: «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza», egli scriveva, «perché è fedele colui che ha promesso. Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone, senza disertare le nostre assemblee, come alcuni hanno l'abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (Eb 10, 23-25). Questa esortazione è valida anche per la nostra epoca. Quando i fratelli che sono assenti dalla Sacra Liturgia sono tanti – infatti, in alcuni paesi molti dei battezzati sono in questa situazione – dovremo ripetere ancora una volta il paternale grido che si levò dal cuore di Papa San Giovanni Paolo II: «Tornate a casa!». Questo appello, fato più di trenta anni fa, è ancora più urgente oggi:
    «A tutti coloro che si sono allontanati dalla loro casa spirituale, desidero dire: Ritorna! La Chiesa ti apre le braccia, la Chiesa ti ama! Nella mia enciclica Dives in  misericordia ho scritto come “occorre che la Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della necessità di render testimonianza alla misericordia di Dio sulle orme della tradizione dell'antica e della nuova Alleanza e, soprattutto, dello stesso Gesù Cristo e dei suoi apostoli”. Nel sacramento di Penitenza o di Riconciliazione vi sarà possibile sperimentare in modo meraviglioso l’incondizionata misericordia di Dio in Cristo (Dives in Misericordia, 7). Per questo dico: Non abbiate paura! Tornate a casa! La comunità di fede in cui siete rinati, e fino ad un certo punto cresciuti, vi chiede insistentemente di accogliere la misericordia di Dio. Vi prega di riprendere il vostro posto tra il popolo di Dio, il posto che voi soli potete occupare. Questo invito viene da Cristo. Dire sì significa aprire i vostri cuori al suo amore».21
    Naturalmente, se stiamo invitando la gente a tornare a casa, dobbiamo essere sicuri che la casa alla quale essi ritornano sia come deve essere, che la Sacra Liturgia sia ciò che la Chiesa intende che sia. L’anno scorso ho parlato su come dovremmo applicare più fedelmente la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II. Non è necessario ripetere qui quello che già è stato detto, però penso che abbiamo parecchia strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo mentre restiamo superficiali e molto orizzontali nei nostri rapporti con Dio.
    Mi preme tuttavia sottolineare come quella Costituzione, cosi come tutta la riforma conciliare, non si ponga in opposizione a quanto la Chiesa ha celebrato prima del Concilio. Per tale ragione ho affermato in alcune occasioni in che senso intendiamo la “riforma della riforma”. Questa espressione significa che la forma ordinaria e quella straordinaria dello stesso Rito romano possono arricchirsi reciprocamente. Sono certo che uno studio serio dell’arricchimento di queste due forme attuali ha bisogno di una urgente considerazione. Purtroppo, in alcuni ambienti è diventato popolare parlare della “liturgia del Vaticano II” come se si trattasse di qualcosa costruita secondo una nuova ecclesiologia separata e intenzionalmente diversa della “vecchia” ecclesiologia e della vita liturgica della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Non dobbiamo permettere che questa opposizione tra “vecchio” e “nuovo” vada avanti! La liturgia della Chiesa, come ha detto Papa Benedetto,
    «non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale». La liturgia non si disegna completamente a nuovo ogniqualvolta c’è uno sviluppo nell’ecclesiologia. La Chiesa prima del Concilio e la Chiesa dopo di esso non sono due entità separate e differenti. Il Concilio non auspicava una rottura, ma uno sviluppo e un arricchimento, cosi come risulta evidente quando leggiamo con serenità la storia della Chiesa, dove nella fede enunciata e nella fede celebrata c’è sempre continuità, e mai rottura con il passato. Ogni rottura ci porta agli antipodi e in totale contraddizione con il pensiero dei Padri del Concilio e soprattutto del Papa san Giovanni XXIII, che ha affermato con chiarezza nel suo discorso in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II: «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace [...] Il ventunesimo Concilio Ecumenico [...] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà [...] Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa DOTTRINA CERTA ED IMMUTABILE, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione».22
    Pensare diversamente e modificare la dottrina oppure inventare una liturgia diversa, significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo, la Roccia stabile e la Fonte d’acqua viva.
    Cari amici, il fatto che tanti discepoli di Gesù, uomini e donne in tutte le parti del mondo hanno smesso di prendere il loro posto nell’assemblea ecclesiale, che è il cuore della celebrazione della Sacra Liturgia, fa nascere un imperativo critico e missionario per la Chiesa del ventunesimo secolo! Dobbiamo fare tutto ciò che sia necessario, ad extra e ad intra per correggere questo scandalo. Se i cristiani non partecipano alla liturgia eucaristica domenicale, perché essa è banalizzata, secolarizzata, trasformata in uno spettacolo e in una celebrazione puramente umana dove Dio è assente, come potranno incontrare il Risorto? Se i discepoli di Cristo non vengono più alla Messa domenicale, come potranno nutrirsi della sua Parola e del Pane del Cielo e incontrare Gesù vivente nella sua Chiesa? Se numerosi cristiani mancano all’incontro domenicale con il Risorto per celebrare con i fratelli e sorelle nella fede il suo mistero di morte e risurrezione in memoria di Lui, per contemplare e adorare il suo santo Volto, come Gesù risorto potrà manifestarsi e far risplendere la sua presenza nella sua Chiesa e nel mondo? Se disertiamo le nostre assemblee per indifferenza religiosa o ateismo pratico, come il Risorto potrà darci il suo corpo e il suo sangue per rinnovare e rigenerare profondamente il nostro essere cristiano? Il Giorno del Risorto è la “Pasqua settimanale” della Chiesa, tempo nel quale la comunità cristiana incontra e riconosce il Signore presente nella Parola e nell’Eucaristia, rafforza la speranza nella risurrezione e fa risuonare nel mondo la stessa acclamazione di gioia della comunità apostolica: «Il Signore è veramente risorto» (Lc 24, 34). Vorrei far notare un fatto molto importante a mio avviso: la prima apparizione di Gesù a Maria Maddalena stava prima di tutto a confermare quello che Gesù aveva predetto e quello che i
    «due uomini [...] in vesti sfolgoranti» hanno voluto ricordare alle donne la mattina di Pasqua: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno". Ed esse si ricordarono delle sue parole» (Lc 24, 1-8) 
    Invece, le apparizioni di Gesù ai suoi discepoli hanno luogo spesso in un contesto che evoca la liturgia eucaristica, come a dire che d’ora in poi Gesù appare e si manifesta allorché la Chiesa celebra la liturgia eucaristica. Osservate il capitolo 24 di San Luca: l’episodio di Emmaus. Incominciando dai profeti, Gesù risorto spiega loro il Messia. È la più bella lectio divina di tutti i tempi! Il Cristo commentato dal Cristo; il Cristo spiegato dal Cristo. Il Cristo spiega se stesso attraverso la Bibbia! Si arriva a destinazione. E lì, Egli deve separarsi da loro. Eppure, qualcosa nel cuore di quegli uomini si rifiuta alla separazione: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc, 24,29), dicono loro a Lui. Lo Sconosciuto viandante obbedisce. Rientrano tutti e tre nella locanda, dove ha luogo il pasto. Succede allora qualcosa di completamente strano, e San Luca adopera lì il vocabolario eucaristico: Gesù «prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24,30). È, infatti, l’Eucaristia, sacramento della Pasqua del Cristo. Tutto ciò accade la sera di Pasqua. E proprio in quel momento essi lo riconoscono: è Gesù, colui a causa del quale essi sono in lutto, Egli stesso è lì, ben vivo. Ma, notate bene – ed è molto istruttivo per noi – nello stesso momento in cui lo riconoscono, essi non lo vedono più. Detto in un altro modo, non si può d’ora in poi raggiungere il Cristo, non lo si può vedere risorto e vivo davanti ai nostri occhi, e non lo si può riconoscere che per la fede nell’Eucaristia celebrata ecclesialmente. Ecco un altro episodio: il Cristo risorto apparso ai suoi apostoli per la terza volta, sulla riva del lago (cf. Gv 21, 1-14). Anche qui, Gesù dice: «Figlioli, non avete nulla da  mangiare?». Poi Egli aggiunge: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». I discepoli obbediscono e l’obbedienza alla Parola di Gesù si rivela feconda. Gesù dice loro di nuovo: «Venite a mangiare». Un denso ascolto della Parola. In seguito, san Giovanni adopera il vocabolario dell’Eucaristia: «Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, non senza aver pronunciato la benedizione. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti» (Gv 21, 13-14). Analogamente, le apparizioni ai discepoli, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, in assenza di Tommaso, e la domenica successiva, in presenza di Tommaso, hanno avuto luogo nel contesto di una liturgia eucaristica. Infatti, nei primi secoli della Chiesa, la domenica era sinonimo di Eucaristia. La domenica era il giorno dell’assemblea, il giorno della Chiesa, il giorno dell’Eucaristia, Dies Domini. La celebrazione eucaristica dominicale è, così, il cuore della domenica. «Tra le numerose attività che una parrocchia svolge, “nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione dominicale del Giorno del Signore e della sua Eucaristia”».23 «La celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa. [...] C’è un influsso causale dell’Eucaristia, alle origini stesse della Chiesa. Gli evangelisti precisano che sono stati i dodici Apostoli a riunirsi con Gesù nell’ultima Cena (cf. Mt 26, 20; Mc 14, 17; Lc 22, 16)» 24. Un cristiano non può vivere senza la domenica: cosi testimoniano i 49 cristiani martiri di Abitene, località della provincia romana detta Africa proconsularis (odierna Tunisia, a sud-ovest dell’antica Mambressa [oggi Medjez el-Baba]), i quali disobbedendo gli ordini dell’imperatore Diocleziano, si riuniscono nel Giorno del Signore per celebrare l’Eucaristia domenicale. Scoperti, vengono imprigionati e condotti in tribunale per essere sottoposti a giudizio. Alla domanda del proconsole che chiede a Emerito se, contro l’editto dell’imperatore, si erano tenute nella sua casa le assemblee, il martire risponde affermativamente, e aggiunge che non l’aveva impedito perché «noi, cristiani, senza la domenica, non possiamo vivere». In latino, la frase ha una forte carica espressiva: «Sine dominico non possumus». Che cosa significa “dominicum” ? Il termine allude al Dominus, a Gesù Cristo, il Kyrios risorto. È lui il Signore della vita e della storia, «il Primo e l’Ultimo, il Vivente» (Ap 1, 17-18). La risposta di Emerito mette in evidenza il legame strettissimo che intercorre tra Cristo Signore, la sua morte e risurrezione, la comunità cristiana e l’Eucaristia celebrata nel suo Giorno. Questa ricchezza di significato fa comprendere che la domenica “sacramento della Pasqua”, è il Giorno in cui il Risorto rivela il suo splendore e la sua gloria, riunisce i suoi discepoli intorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, li costituisce comunità eucaristica e missionaria, fa pregustare la gioia della gloria futura. Anche la risposta che Saturnino, il presbitero della comunità, dà al giudice è di una profondità spirituale eccezionale. Egli conosce il divieto dell’imperatore, ma è anche convinto che non è possibile «smettere di celebrare la Pasqua dominicale, così ordina la nostra legge!». In altri termini, per Saturnino, il mistero della morte e della risurrezione di Gesù deve essere celebrato tutte le domeniche, in ossequio al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Co 11, 25) e alla sua promessa di essere con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf Mt 28, 20). Però, celebrare il “Dominicum” significa disporsi al martirio, al dono di se stesso fino all’effusione del sangue. Il martirio di Saturnino è raccontato come se fosse una azione liturgica. Infatti, nell’imminenza del supplizio, il presbitero Saturnino supplicava il Signore con queste parole: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo grazie, O Dio. Fà che io sia decapitato! Ti prego, Cristo, abbi misericordia. Figlio di Dio, soccorrimi!». Commentando la preghiera del martire, l’anonimo autore degli Atti scrive che «Saturnino da presbitero predica anche in mezzo ai tormenti la santità di quella legge per la quale con gioia sostiene i supplizi».25 I martiri di ieri e di oggi ci esortano dunque a riscoprire l’inscindibile rapporto che esiste tra Eucaristia e martirio, tra liturgia vissuta nel tempo presente e quella che si celebra in Cielo.26 L’Eucaristia, presenza del Risorto, è ri-presentazione sacramentale della Passione e della morte del Signore alla quale il cristiano è invitato a prendere parte, per immedesimarsi totalmente con Cristo, facendo un solo corpo con lui, già nel tempo presente, per esserlo pienamente nella gloria. San Paolo dice che ognuno di noi dovrebbe sforzarsi «perché io possa conoscere Lui, Gesù Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11). Le reliquie dei martiri vengono collocate sotto l’altare per significare che l’altare di Cristo è l’altare del cristiano, e che vi è una stretta unità tra il sacrificio della croce e quello eucaristico, tra l’immolazione di Cristo e quella del cristiano.27 Anche la  nostra vita cristiana di oggi è una azione liturgica e un offrirsi liturgico. Diventiamo pienamente cristiani e figli di Dio nell’Eucaristia. Lì sta la nostra vita. Lì si manifesta Gesù Cristo, che noi riconosciamo e che si offre a noi come cibo, perché senza di Lui, noi, non possiamo vivere.
  • La seconda proposta che vorrei fare consiste nel riflettere più profondamente sul fatto che è proprio il Cristo totale che agisce nella Sacra Liturgia, cioè che prima e soprattutto è a Lui che noi rendiamo culto. Sono convinto che questa riflessione potrà rivelare come un atteggiamento di rispetto e di timore reverenziale sia assolutamente necessario nei confronti di tutte le cose liturgiche, davanti al privilegiato e divino incontro che i riti liturgici favoriscono. Ciò ci ricorderà che dobbiamo prepararci, nel silenzio, la contemplazione e l’adorazione, per questo incontro, in modo tale che esso possa diventare sempre più profondo e ci permetta di attingere sempre più profondamente dalle sue ricchezze per ottenere ancora frutti più abbondante per la nostra vita cristiana. In presenza di questi grandi misteri, attualizzati e celebrati nella Sacra Liturgia, la preghiera silenziosa e contemplativa, la lettura meditata e pregata della Parola di Dio, sono necessarie, così come il digiuno, la confessione e soprattutto una disposizione di profonda umiltà.
    Se noi riflettiamo ancora più profondamente sul fatto che è tutto il Cristo stesso che agisce nella Sacra Liturgia, vedremo chiaramente che, in questo contesto, non ossiamo separare Gesù, nostro fratello, dal Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Il nostro culto liturgico non deve fare questa separazione. Dobbiamo stare in piedi per acclamare con gioia gli insegnamenti di Gesù nel Vangelo e inginocchiarci per adorare la Presenza Eucaristica del Signore. La nostra arte liturgica e la nostra architettura, la nostra musica liturgica, le preghiere liturgiche e le altre forme di espressione liturgica non devono adottare forme di espressione concentrate esclusivamente sulla nostra fratellanza umana con Gesù, con esclusione della natura divina. L’unico Gesù Cristo, pienamente umano e pienamente divino, è presente realmente e in modo totale nella Sacra Liturgia, non semplicemente questo o quell’aspetto di Lui; e tutti gli elementi della Sacra Liturgia dovrebbero rispecchiare questa verità.
  • La mia terza proposta prende spunto dalla questione con la quale ho iniziato questo intervento: “Chi è Gesù Cristo”? Se io lascio che questa domanda penetri nel mio essere, se nel silenzio del mio cuore e della mia anima contemplo la realtà che tale domanda indica, non posso smettere di crescere in quell’amore, timore reverenziale e adorazione verso Colui al quale San Tommaso ha confessato e adorato come «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). E se mi rendo conto che oggi, nella Sacra Liturgia noi abbiamo il privilegio ineguagliabile di incontrare il Cristo risorto come lo ha avuto San Tommaso otto giorni dopo la risurrezione, come possono le nostre celebrazioni liturgiche non essere piene di riti e gesti che siano segni di amore, timore reverenziale e adorazione verso Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio?
    La liturgia è fatta da molti piccoli riti e gesti – ognuno di essi è capace di esprimere questi atteggiamenti carichi di amore, di rispetto filiale e di adorazione verso Dio. Oggi vorrei espressamente proporre di riflettere e promuovere la bellezza, l’appropriatezza e il valore pastorale di una pratica sviluppata durante la lunga vita e tradizione della Chiesa, cioè l’atto di ricevere la Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. La grandezza e la nobiltà dell’uomo, così come la più alta espressione del suo amore verso il suo Creatore, consiste nel mettersi in ginocchio davanti a Dio. Gesù stesso ha pregato in ginocchio alla presenza del Padre: «Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: Pater, si vis, transfer calicem istum a me; verumtamen non mea voluntas sed tua fiat: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”» (Lc 22,42; Mc 14,35-36; Mt 26, 38-39). La liturgia del Cielo insiste e raccomanda che, davanti all’Agnello immolato, ci si prostri:
    «Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi» (Ap 5,6-8).
    Per la nostra riflessione voglio proporre l’esempio di due grandi santi dei nostri tempi: san Giovanni Paolo II e santa Teresa di Calcutta.

    -- L’intera vita di Karol Wojtyla è stata segnata da un profondo rispetto per la Santa Eucaristia. Ci sarebbe da dire molto e molto è stato scritto su questo. Oggi vi chiedo semplicemente di ripensare agli ultimi anni del suo ministero petrino: un uomo  segnato nel corpo dalla malattia, che lo condusse progressivamente ed irreversibilmente verso un deterioro fisico quasi totale. Ma, malgrado che egli era estenuato e senza forze, letteralmente distrutto dalla malattia, quasi inchiodato con Cristo, Giovanni Paolo II non si permetteva mai di sedersi al cospetto del Santissimo Sacramento esposto. Chi non si ricorda con emozione ed affetto quelle immagini di Papa Giovanni Paolo II, schiacciato dalla malattia, stremato, ma sempre in ginocchio davanti al Santissimo durante il percorso della processione del Corpus Domini da San Giovanni Lateranense alla Basilica di Santa Maria Maggiore? Il Papa ammalatissimo si è sempre imposto di inginocchiarsi davanti al Santissimo. Era incapace di inginocchiarsi e alzarsi da solo.
    Aveva bisogno di altri per piegare le ginocchia e poi alzarsi. Fino ai suoi ultimi giorni, ha voluto darci una grande testimonianza di riverenza al Santissimo Sacramento.
    Perché siamo così orgogliosi ed insensibili ai segni che Dio stesso ci offre per la  nostra crescita spirituale e la nostra intima relazione con Lui? Perché non ci inginocchiamo per ricevere la santa Comunione sull’esempio dei santi? È veramente troppo umiliante prostrarsi e stare in ginocchio davanti al Signore Gesù Cristo? Eppure, «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, [...] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di Croce» (Fil 2, 6-8).
    -- Santa Madre Teresa di Calcutta: questa religiosa eccezionale che nessuno oserebbe trattare da tradizionalista, fondamentalista o estremista, la cui fede, santità e dono totale di sé a Dio e ai poveri sono da tutti noti, aveva un rispetto ed un culto assoluto verso il Corpo divino di Gesù Cristo. Certamente, ella toccava quotidianamente la “carne” di Cristo nei corpi deteriorati e sofferenti dei più poveri dei poveri, come dice Papa Francesco. Eppure, riempita di stupore e di rispettosa venerazione, Madre Teresa si asteneva di toccare il Corpo transustanziato del Cristo; piuttosto ella lo adorava e lo contemplava silenziosamente, rimaneva per lungo tempo in ginocchio e prostrata davanti a Gesù-Eucaristia. Inoltre, ella riceveva la Santa Comunione nella sua bocca, come un piccolo bambino che si lasciava umilmente nutrire dal suo Dio. La Santa si rattristava ed era in pena allorché vedeva i cristiani ricevere la Santa Comunione nelle loro mani. Ecco le sue proprie parole: «Ovunque io vado in tutto il mondo, ciò che mi rende più triste è vedere la gente che riceve la Comunione nella mano», come riporta Padre George Rutler nella sua omelia del Venerdì Santo del 1989 nella chiesa di Sant’Agnese a New York. Il giorno in cui il Padre Rutler domandò a Madre Teresa di Calcutta: «Quale è, secondo lei, il più grande problema nel mondo di oggi?». Senza indugio, ella diede la citata risposta. In più ella affermò che, secondo quanto era di sua conoscenza, tutte le sue sorelle ricevevano la Comunione soltanto sulla lingua. Non è questa l’esortazione che Dio stesso rivolge a noi: «Sono io il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»? (Ps 81,11).
    -- Fatima è per noi anche un appello dal Cielo e un’esortazione esplicita di Dio a ricevere la Santa Comunione in ginocchio e sulla lingua. Noi celebriamo quest’anno il centenario delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima. Prima dell’apparizione della Vergine Maria, nella primavera del 1916, l’Angelo della Pace apparve a Lucia, Giacinto e Francesco, e disse loro: «Non abbiate paura, io sono l’Angelo della Pace. Pregate con me». L’Angelo s’inginocchiò a terra e toccò con la fronte il suolo. Allora, posseduti da una forza soprannaturale, i bambini lo imitarono e ripeterono dopo l’Angelo questa preghiera: «Mio Dio io credo, adoro, spero e Ti amo, ti chiedo perdono per tutti quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Ti amano». Poi l’Angelo sparì. Nella primavera del 1916, alla terza apparizione dell’Angelo, i bambini si resero conto che l’Angelo, sempre lo stesso, teneva nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un ostia. Qualche goccia di sangue cadeva da quell’ostia nel calice. Lasciando il calice e l’ostia sospesi per aria, l’Angelo venne presso i bambini, si prostrò a terra, ripetendo tre volte questa preghiera: «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: io Ti adoro profondamente e Ti offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli stesso viene offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, io Ti chiedo la conversione dei poveri peccatori». Poi, levatosi, l’Angelo prese di nuovo nelle sue mani il calice e l’ostia, diede la santa Ostia a Lucia, e il Sangue del calice a Giacinto e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e  consolate il vostro Dio». L’Angelo si prostrò nuovamente a terra ripetendo con Lucia, Giacinto e Francesco ancora tre volte la stessa preghiera. L’Angelo della Pace ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo. Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione ai segni di Dio? Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo. I santi ci danno l’esempio. Loro sono i modelli da imitare che Dio ci offre! 
Sono ben consapevole che l’attuale legislazione della Chiesa che risale al 1969 contiene anche l’indulto che prevede la possibilità di ricevere la Santa Comunione in piedi e sulla mano. Come sappiamo Papa Benedetto ci ha ricordato, con il suo esempio, che la pratica di ricevere la Santa Comunione in ginocchio e sulla lingua è la norma per i cattolici di rito latino. L’Angelo della Pace inviato da Dio a Fatima ce lo chiede. Ogni cattolico infatti ha il diritto di ricevere la Santa Comunione in questo modo. Papa Benedetto XVI non ha scelto di imporre questa pratica. Il Santo Padre Francesco non intende imporla e nemmeno io.

In questo caso, quello che desidero fare – come vostro fratello nella fede, come prete e vescovo, e anche come Cardinale Prefetto che riceve parecchi reclami riguardo la grave mancanza di rispetto per la Santa Eucaristia in tutto il mondo – è lanciare un appello in favore di una riscoperta e una promozione della bellezza e del valore pastorale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. Secondo la mia opinione e il mio giudizio, questa è una questione importante su cui la Chiesa di oggi deve riflettere. Questo è un ulteriore atto di adorazione e d’amore che ognuno di noi può offrire a Gesù Cristo. Mi fa molto piacere vedere tanti giovani che scelgono di ricevere nostro Signore così riverentemente in ginocchio e sulla lingua. Mi ha molto colpito questa mattina a Messa la riverenza con cui i fedeli si sono avvicinati a ricevere il Santissimo durante la santa Messa in rito ambrosiano. Infine, una formazione appropriata dei bambini che si preparano a ricevere la Prima Comunione deve essere una priorità pastorale per la Chiesa.

CONCLUSIONE

Nell’Udienza Generale del Papa Benedetto XVI che ho precedentemente ricordato (3 ottobre 2012), egli ha citato la sua Lettera Enciclica Deus Caritas Est, richiamando la “storia di amore tra Dio e l’uomo”, nella quale entriamo come in nessun altro modo nella Sacra Liturgia, in questi termini:
«Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima» di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi» (n. 17).
Cari fratelli e sorelle, cosa è la Sacra Liturgia se non la realizzazione in mezzo a noi dell’amore del Dio Onnipotente per ciascuno di noi? Se comprendiamo questa realtà, se la sua verità penetra nei nostri cuori e nelle nostre anime, noi non avremo nessun dubbio sul fatto che «la Chiesa si regge e cade con la Liturgia», e che «in ogni caso, la vera celebrazione della Sacra Liturgia è il centro di ogni rinnovamento della Chiesa». Pieni di profondo amore per Dio e per i nostri fratelli e sorelle nella fede, non smettiamo di lavorare per la corretta e autentica celebrazione di questa realizzazione dell’amore di Dio in mezzo a noi.

Vi ringrazio per la vostra attenzione. Possa il Signore benedire ognuno di voi, principalmente nel vostro apostolato liturgico. Per favore, vi chiedo umilmente di pregate per me.
© Robert Cardinal Sarah
Prefetto, Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
____________
1. Prefazio a Franz Breid, ed., Die heilige Liturgie, interventi al “Internationale Theologische Sommerakademie 1997” del Circolo di Sacerdoti di Linz, Ennsthaler Verlag, Steyr 1997.
2. cf. Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, 1.3 Cf. Francesco Braschi, Abbiamo visto Cristo venire verso di noi, Itaca, Castel Bolognese, La Casa di Matriona, Malono 2013, pp. 9-11.
3 Cf. Francesco Braschi, Abbiamo visto Cristo venire verso di noi, Itaca, Castel Bolognese, La Casa di Matriona, Malono 2013, pp. 9-11.
4 Omelia IV per la Settimana Santa CSCO 413/Syr 182, 55, citata nella Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia, n. 17.
5 Preghiera Eucaristica III, citata nella Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia, n. 17.
6 Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia, n. 17.
7 Ordo Sabbati Sancti Quando Vigilia Paschalis Instaurata Peragitur (Typis Polyglottis Vaticanis, 1951) pp. 8-9.
8 Cf. Scrosanctum Concilium, 7.
9 Udienza Generale, “La natura ecclesiale della preghiera liturgica”, 3 ottobre 2012.
10 Decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad Gentes 7; 7 dicembre 1965.
11 MIGNE PL 016, col. 389 – 410.
12 cap. I, 3: Opera Omnia di Sant’Ambrogio, Città Nuova Editrice, Roma 1982, vol. 17, p. 137.
13 cap. II,5: ibidem p. 139.
14 cap. II,6: idem.
15 cap. II, 7: idem.
16 Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2042.
17 MIGNE PL 016, col. 407, cap. IX, 55: Opera Omnia, op. cit. p. 165.
18 Te in tuis teneo sacramentis. Cfr. Apologia David, 58.
19 Sacrosanctum Concilium, 7.
20 Lumen Gentium, 11.
21 GIOVANNI PAOLO II, Omelia durante la Concelebrazione eucaristica per le Diocesi del Nuovo Galles del Sud nell’Ippodromo «Randwick Racecourse» Sydney, Australia, 26 novembre 1986.
22 GIOVANNI XXIII, Discorso in occasione dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 29162.
23 Dies Domini, n. 35.
24 Ecclesia de Eucharistia, n. 21.
25 Cf. XXIV Congresso Eucaristico Nazionale: Senza la domenica, non possiamo vivere. Linee teologico-pastorali per una catechesi mistagogica sulla domenica, EDB, Centro editoriale dehoniano, 2004, pp. 15-18.
26 Sacrosanctum Concilium, n. 7.
27 Cf. XXIV Congresso Eucaristico Nazionale: senza la domenica non possiamo vivere. EDB. Centro editoriale dehoniano 2004, p. 18.

61 commenti:

marius ha detto...

L’anno scorso ho parlato su come dovremmo applicare più fedelmente la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II. Non è necessario ripetere qui quello che già è stato detto, però penso che abbiamo parecchia strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo mentre restiamo superficiali e molto orizzontali nei nostri rapporti con Dio.
Mi preme tuttavia sottolineare come quella Costituzione, cosi come tutta la riforma conciliare, non si ponga in opposizione a quanto la Chiesa ha celebrato prima del Concilio. Per tale ragione ho affermato in alcune occasioni in che senso intendiamo la “riforma della riforma”. Questa espressione significa che la forma ordinaria e quella straordinaria dello stesso Rito romano possono arricchirsi reciprocamente. Sono certo che uno studio serio dell’arricchimento di queste due forme attuali ha bisogno di una urgente considerazione. Purtroppo, in alcuni ambienti è diventato popolare parlare della “liturgia del Vaticano II” come se si trattasse di qualcosa costruita secondo una nuova ecclesiologia separata e intenzionalmente diversa della “vecchia” ecclesiologia e della vita liturgica della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Non dobbiamo permettere che questa opposizione tra “vecchio” e “nuovo” vada avanti! La liturgia della Chiesa, come ha detto Papa Benedetto,
«non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale». La liturgia non si disegna completamente a nuovo ogniqualvolta c’è uno sviluppo nell’ecclesiologia. La Chiesa prima del Concilio e la Chiesa dopo di esso non sono due entità separate e differenti. Il Concilio non a u s p i c a v a una rottura, ma uno sviluppo e un arricchimento, cosi come risulta evidente quando leggiamo con serenità la storia della Chiesa, dove nella fede enunciata e nella fede celebrata c’è sempre continuità, e mai rottura con il passato. Ogni rottura ci porta agli antipodi e in totale contraddizione con il pensiero dei Padri del Concilio e soprattutto del Papa san Giovanni XXIII, che ha affermato con chiarezza nel suo discorso in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II: «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace [...] Il ventunesimo Concilio Ecumenico [...] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà [...] Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa DOTTRINA CERTA ED IMMUTABILE, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione».22
Pensare diversamente e modificare la dottrina oppure inventare una liturgia diversa, significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo, la Roccia stabile e la Fonte d’acqua viva.

marius ha detto...

Stiamo per partire in pellegrinaggio a Fatima.
Un caro saluto e ... buone proficue discussioni a tutti voi.
Portiamo nel cuore alla Vergine la nostra cara Mic e tutti gli amici del blog.
Laudetur Jesus Christus

mic ha detto...

Non ci sono parole.
Non ho fatto di proposito commenti riservandoli alla discussione.
Intanto quel dire IL Cristo, anziché Cristo, mi disturba sempre chiunque lo dica.
Quando sarò in postazione (ora scrivo dal cell) tornerò sul testo.

Maria Guarini ha detto...

Così velocemente. Le affermazioni sono giuste, tranne il diniego di una nuova ecclesiologia. Finché questo nodo non sarà sciolto qualunque riforma della riforma non ci restituirà un Rito autentico.

Anonimo ha detto...


# Il cristiano non ha nemici da abbattere? Falso, siamo circondati da nemici

Ma lo stesso cardinale non ha forse detto che ogni cristiano deve essere "un vandeano"? E che significa ciò se non prendere anche le armi, quelle vere, per difendere la fede attaccata esplicitamente da un nemico implacabile? Se è vero che la rivolta della Vandea fu dovuta soprattutto alla difesa della religione (c'erano anche altri motivi) ciò dimostra che è legittimo combattere manu militari per la difesa della fede (oltre che della Patria). E non fu legittimo farlo con le Crociate, per impedire la distruzione dei Luoghi Santi e per iniziare la controffensiva contro l'islam aggressore?
L'episodio di S. Pietro, al quale Cristo disse di rinfoderare la spada, non c'entra. Si trattava di una intromissione indebita di Pietro nella missione di Cristo, che in quel momento non doveva naufragare in un conflitto armato con le guardie del Sinedrio, che poteva concludersi anche con l'uccisione del Signore: Egli doveva, a quel punto, morire sulla Croce, dando così la sua testimonianza al Padre, per la nostra salvezza, non in un oscuro scontro notturno con forze di polizia. Resistendo con le armi, sarebbe anche apparso un ribelle all'autorità legittima, cosa che Egli non era.
Ho letto solo i primi paragrafi, il lungo documento richiede una lettura calma e concentrata
Nel riferimento al "non aver nemici" mi sembra sia sempre presente lo spirito di desistenza, di arrendevolezza, di molle "pacifismo" entrato nella Chiesa con il Concilio, duce Giovanni XXIII; mentalità che fa sentire la sua influenza anche in personalità forti e coraggiose come quella del card. Sarah.
(Verità solare, per me: c'è una sola "nuova evangelizzazione" possibile, per la liturgia: abolire la creatura informe di Paolo VI e tornare a celebrare unicamente nell'unico rito sicuramente cattolico, La Messa di rito romano antico, detta "tridentina".) PP

Luisa ha detto...

"Purtroppo, in alcuni ambienti è diventato popolare parlare della “liturgia del Vaticano II” come se si trattasse di qualcosa costruita secondo una nuova ecclesiologia separata e intenzionalmente diversa della “vecchia” ecclesiologia e della vita liturgica della Chiesa prima del Concilio Vaticano II."

Posso condividere la tesi secondo laquale la Sacrosanctum Concilium , malgrado i suoi compromessi, le sue "sottili" se non "subdole" brecce facilemnte squarciabili, non si poneva in rottura, in opposizione, con il passato, ma quel che è uscito dal CONSILIUM difficilmente può essere considerato in continuità, basta leggere il resoconto fatto da Bugnini nel suo libro sulla riforma liturgica per rendersene conto, chiunque negasse questa semplice constatazione, a mio umile avviso, mente o traveste la verità per mettere una pezza sullo scandalo che furono i lavori del Consilium, con i suoi consultori protestanti, le riunioni segrete dei novatores, il susseguirsi delle novità introdotte in virtù di un` interpretazione allargata.

tralcio ha detto...

Nuova ecclesiologia separata dalla vecchia oppure no?
Rottura o continuità del CVII?
Riforma della riforma o annullamento della riforma?
Il Concilio senza dogmi, come mai è così dogmatico da non poterlo criticare?

S'è detto di tutto e se ne discute(rà) all'infinito...

La realtà oggettiva delle cose precede e fonda le nostre idee.
La realtà oggettiva smaschera le ideologie e gli schemi che piacerebbero a chi li impone.
Il vero distinguo sta nel cuore, prima che nelle ragioni.

Per chiarire meglio, prendiamo l'esempio del sacramento del perdono, ovvero la confessione, detta anche riconciliazione, penitenza, conversione, misericordia e guarigione.

La cultura (anche di una certa pastorale) tende ad abolire il senso stesso del peccato.
L'ideologia dice che Dio è misericordioso e comunque perdona tutto.
La teologia semplicistica dice che Dio perdona chi Gli chiede perdono e tanto basta.
La prassi riduce il sacramento a lavatrice: dico i peccati ed esco con la coscienza lavata.
La soggettività sceglie di che cosa pentirsi e fa da sé, a tu per tu con Dio, alla pari.
Il vangelo dice che il peccato contro lo Spirito santo non può essere rimesso.

Nell'idea è presto fatto: credo questo, mi fido, dico di aver sbagliato, sono perdonato.
Tutto è così automatico e assicurato (un diritto) da aver solo bisogno dell'uomo a volerlo.

Nella realtà i passaggi sono molti, ognuno dei quali non banale, né scontato.

Devo credere alla Rivelazione per sapermi peccatore e sapermi salvato a caro prezzo.
Devo prendere coscienza del peccato, conoscendo la legge come difesa da quel disastro.
Devo raffinare la capacità di discernere e sapermi misurare con i criteri di valutazione.
Devo fare l'esame di coscienza.
Se mi scopro peccatore, devo pentirmene non per paura, ma per il dispiacere dato a Dio.
Devo confessare con umiltà l'errore.
Devo proporre di resistere in futuro alla tentazione, contrastandone le occasioni.
Assolto, da un ministro del sacramento, azione sacra, è rimessa la colpa, ma non la pena.
Ecco dunque la penitenza, da fare, per poter aggiungere alle parole anche qualche fatto.
La penitenza diventa occasione di conversione, rinnegando noi stessi, portando la croce.
La conversione trasforma, già in questa vita, aprendo alla grazia della vita che non muore.

Si tratta di una successione di una dozzina di passaggi, ognuno dei quali propedeutico al successivo. L'ideologia risolve tutto in un concetto, ma la realtà è fatta di passi. Non si parte già arrivati. Si parte, si fatica e, si spera, si arriva, fatta la strada necessaria.
In tutto questo cammino il credente è umile, perché non vanta se stesso, ma l'amore che lo conduce, l'amore che lo spinge, l'amore che costituisce il senso della vita e la sua méta.

Con la liturgia, che ci pone in adorazione del sacrificio eucaristico di Cristo, è lo stesso: un conto è farne un simbolo e la "bella idea" del nostro "fare comunità", altro è introdurvisi, in una vera actuosa partecipazione, non di balli e bla bla, ma uniti a Lui.

irina ha detto...

E' sempre imbarazzante commentare le parole di un Pastore, in particolare di uno dei migliori, più coraggiosi e coerenti che il Signore ci ha donato.

Non posso che ripetere me stessa, altro non mi viene in mente di nuovo. Ho letto tutto una sola volta, quindi scriverò dell'impressione d'insieme mischiata con i miei pensieri fissi. Credo che per molti sacerdoti la liturgia fosse diventata un archivio storico che non si sapeva più leggere, i cui gesti e parole, per buona parte, avevano perso significato, senso. Il problema era rinfrescare, riscoprire, comprendere a nuovo il perchè ed il come. Lo sviluppo se c'era stato lo si sarebbe dovuto valutare a posteriori, decidere quindi se era stato vero sviluppo o arbitrio sconsiderato, solo a questo punto si sarebbe dovuto conservarlo o cestinarlo.
E' facile che il quotidiano cada nell'automatismo, nel mestiere. Anzi è normale. Diverso è ricominciare ogni giorno come una novità assoluta, non per auto-infingimento ma, perchè realmente lo è. Ora il confronto con i protestanti in genere, non solo nel nord Europa ma anche in terra di missione, avevano mostrato che una certa piega orizzontale nel servizio festivo era funzionale alla coesione della comunità. E forse a questo punto molti sacerdoti e fedeli cattolici cominciarono a vedere l'erba del vicino più verde della propria. Naturalmente era un'illusione, uguale a tutte le illusioni che ci avvolgono finché non conosciamo bene l'altro.
Così ora che la nostra Santa Messa sta diventando un servizio festivo della parola, con il sacerdote diventato pastore protestante:no, la liturgia non si tocca, si comincia a dire da parte di molti, raccogliendo la testimonianza di chi subito capì l'inganno di tanta 'comunità'.

"...«La Chiesa si regge e cade con la Liturgia..."
Bisognava averci pensato prima. Chi ci ha pensato? Ci ha pensato chi era stato in missione, chi aveva visto sul campo, chi aveva toccato con mano la differenza. Differenza nella sostanza del rito, differenza sui presenti ai diversi riti. La piega orizzontale comunitaria del rito finisce col diventare tribale. L'adorazione della Santissima Trinità eleva l'essere umano, lo santifica, lo divinizza. Forse bisognava passare per questo inferno per ritrovare quello che abbiamo perduto per noncuranza, per sfiducia, per correre dietro al mondo.

Anonimo ha detto...


@ Impressioni sul testo del card. Sarah [1]

1. Dice quasi sempre "cristiano" e qualche volta "cristiano cattolico". Mai cattolico da solo, me sembra. E'l'uso invalso dal Concilio, uso ambiguo perchè fa del cattolicesimo una variante di un cristianesimo che ricomprenderebbe tutte le "denominazioni" allo stesso modo. E'la concezione ecumenica della Chiesa cattolica, che ne azzera l'identità.
2. Critica giustamente la differenza tra "Gesù della storia" e "Gesù della fede", notando che conduce allo spiritualismo, al soggettivismo, allo svuotamento interno del "fatto cristiano". Avrebbe tuttavia dovuto respingerla questa differenza con più decisione. Si tratta di un'assurdità patente: il Gesù della storia è quello della fede, dei Vangeli. Il resto sono solo chiacchere da eruditi.
3. Contro il soggettivismo liturgico e celebrativo dominante, "dobbiamo riscoprire e riapprendere il vero e profondo senso della liturgia". Giusto. Ma non equivale ad una dichiarazione di bancarotta dell'intera riforma liturgica? A 54 anni dalla Sacrosanctum Concilium e a 48 dalla Nuova Messa, sommersi dal "soggettivismo liturgico", ci troviamo ancora a dover "riscoprire e riapprendere il vero senso della liturgia?". E in più di mezzo secolo, la Gerarchia che cosa ha fatto? Pur tentando di frenare qualche eccesso, ha collaborato attivamente alla "creatività liturgica", a cominciare da GPII, che, nelle sue messe, ha sempre detto "per tutti", contro la lettera dell'Institutio ("per molti").
4. Il cardinale conferma l'impressione generale: la Messa è ormai sentita come uno (sciatto) incontro conviviale nel quale si celebra soprattutto il Cristo Glorioso. Ciò significa che nella mente dei partecipanti nulla è rimasto della vera Messa cattolica. E perché frequentarla, una Messa così?
5. Il cardinale dice, a p. 5, che nella Chiesa, noi "incontriamo Colui che ha offerto se stesso in un sacrificio di amore per la nostra salvezza". Ma il sacrificio di Cristo non fu anche e soprattutto di propiziazione per i nostri peccati ed espiatorio delle colpe degli uomini nei confronti di Dio, per placarne l'ira? Di misericordia ed espiazione mai si parla.
6. "La partecipazione alla Sacra Liturgia diventa l'essenza dell'essere cristiano", p. 6. Questa frase mi lascia perplesso. L'essenza dell'essere cristiano non è "servare mandata", fare in tutto la volontà di Dio, secondo gli insegnamenti di Nostro Signore? Tra questi, importantissimo è il dovere di partecipare alla liturgia,che non costituisce però da sola "l'essenza". (Errore del liturgismo?). {segue}
PP

Anonimo ha detto...


Riflessioni sulla conferenza del cardinale Sarah [2]

7. Il cardinale fa l'elogio del Concilio, p. 7 e 9, al solito modo di questi elogi: si citano del Concilio solo quelle parti che appaiono del tutto conformi alla dottrina precedente. Ciò significa non voler vedere, fare come gli struzzi. Nella Allocutio inaugurale di Giovanni XXIII non ci sono solo dichiarazioni di fedeltà al Deposito della Fede, ovviamente da mantenere intatto. C'è anche il principio dell'adattamento della dottrina alle esigenze del proprio tempo, in nome di una distinzione tra forma e contenuto mai professata prima dal Magistero e di origine protestante. La dottrina, per il "buon Papa Giovanni", andava simultaneamente mantenuta e adattata (con prudenza, ci mancherebbe) alle esigenze del mondo moderno! E l'Allocutio presentava il Concilio come Nuova Pentecoste, dandogli un afflato millenaristico. Inoltre, cosa gravissima, affermava che la Chiesa doveva sostituire la misericordia alle condanne degli errori; tanto, diceva Roncalli, gli uomini già li stavano condannando da se stessi, gli errori del Secolo! Infatti, si è visto. Era cominciata da qualche anno in America la Rivoluzione Sessuale, con la pillola, e adesso siamo arrivati all'aborto di Stato, ai "matrimoni gay", etc.

8. La nozione della Messa data dal cardinale pone anch'essa al centro la Resurrezione, non può pertanto accettarsi, basta confrontarla con quella del catechismo di san Pio X. Dice egli: "il Giorno del Risorto è la "Pasqua settimanale" della Chiesa, tempo nel quale la comunità cristiana incontra e riconosce il Signore presente nella Parola e nell'Eucaristia, rafforza la speranza nella risurrezione e fa risuonare nel mondo la stessa acclamazione di gioia della comunità apostolica: 'Il Signore è veramente risorto"(Lc 24, 34)". (Cat. s. Pio X, n. 438 : La santa Messa è il Sacrificio del Corpo e del Sangue di GC che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull'altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce). La differenza è abissale o no?

9. Nel ricordare l'episodio di Emmaus, il cardinale dice: "...nello stesso momento in cui lo riconoscono, essi non lo vedono più etc.". Ma il testo di Luca (24, 31) non dice così,dice: "...et ipse evanuit ex oculis eorum", esattamente come l'originale greco : "ed egli disparve dai loro sguardi", sparì di colpo, in modo soprannaturale. La versione del cardinale rende il fatto incerto, perché non si capisce perché i due discepoli non lo videro più.

10. A p. 11, di nuovo: "nella Sacra Liturgia noi abbiamo il privilegio ineguagliabile di incontrare il Cristo risorto come lo avuto San Tommaso otto giorni dopo la risurrezione". SEcondo i catechismi tridentino e di san Pio X, invece incontriamo Cristo sofferente, in stato di vittima ora incruenta sull'altare.

11. Giovanni XXIII docet: contro gli abusi dilaganti, il cardinale Sarah dichiara che non imporrà nulla, così come non imposero nulla Benedetto XVI e Papa Francesco. Si limita a "lanciare un appello"ai fedeli, perché vogliano ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio! In queste condizioni è ridotta la Gerarchia cattolica: ectoplasmi sono, e tanto peggio per loro se si offendono!
PP

marius ha detto...

"... significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo"

si direbbe sia un'equivalenza

Anonimo ha detto...

Ringrazio di cuore PP.

Questa concezione della S. Messa mi rimanda qui, parole che mi fanno rabbrividire:

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/may/documents/papa-francesco_20170512_benedizione-candele-fatima.html

"... Grande ingiustizia si commette contro Dio e la sua grazia, quando si afferma in primo luogo che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre – come manifesta il Vangelo - che sono perdonati dalla sua misericordia! Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio e, comunque, il giudizio di Dio sarà sempre fatto alla luce della sua misericordia. Ovviamente la misericordia di Dio non nega la giustizia, perché

Gesù ha preso su di Sé le conseguenze del nostro peccato insieme al dovuto castigo. Egli non negò il peccato, ma ha pagato per noi sulla Croce. E così, nella fede che ci unisce alla Croce di Cristo, siamo liberi dai nostri peccati;..."

Anna

Anonimo ha detto...


# Ancora sulla Allocutio del card. Sarah: la "riforma della riforma", in che senso va intesa

Certamente il card. Sarah cerca di combattere contro gli abusi liturgici dilaganti, cominciando con lo spiegare il giusto modo di intendere la liturgia. Ormai si è affermato un "soggettivismo liturgico" radicale e il cardinale in primo luogo deve ribadire che il singolo fedele deve sentirsi parte della Chiesa e partecipare alla liturgia non come fatto personale tra lui e Cristo, creativamente inteso questo fatto, ma come fatto ecclesiale, per così dire, cioè atto di culto e di adorazione che è opera dell'intera Chiesa.
Tuttavia, risulta evidente che il cardinale si muove sempre nell'ottica di principi risalenti al Vaticano II e alle sue riforme e non alla Tradizione della Chiesa, già nel modo di intendere il significato della Messa. Principi tuttavia intesi secondo la teoria ratzingeriana della "riforma della riforma", che vuol dire, ci spiega il cardinale, "che la forma ordinaria [NO] e quella straordinaria dello stesso Rito romano [OV] possono arricchirsi reciprocamente" (p. 8).
Questo dello "arricchimento reciproco" in funzione di una possibile evoluzione verso forme nuove e migliori, è un concetto tipico della Chiesa del Postconcilio: la TRadizone intesa come evoluzione perenne e sincretismo di esperienze anche tra loro opposte. Questo concetto spurio di tradizione, non cattolico, informa di sé lo spirito di apertura al mondo del Concilio: aprirsi, mettersi in ascolto del mondo, per imparare, arricchirsi reciprocamente, con tanti saluti all'attività di conversione delle anime a Cristo. Concetto privo di senso in relazione alla vera missione della Chiesa (che ha saputo comunque "arricchirsi" lo stesso nei secoli dei concetti più validi del pensiero profano, pensiamo a ciò che ha saputo utilizzare da Aristotele, p.e.).
Il rito Novus Ordo è una versione gravemente impoverita di quello romano antico e con modifiche tali da spostare, p.e., il significato della Consacrazione dal Sacrificio alla Resurrezione. Quale arricchimento possa l'OV ricavare dal rito nuovo, non si riesce a comprendere. Forse l'applicazione di forme antiche (preghiere dei fedeli p.e.) cadute in disuso da molti secoli per gli abusi cui davano luogo e restaurate dalla riforma lit. (archeologismo), dimostratesi nuovamente fonte degli stessi abusi? Così il NO corromperebbe anche l'antico.
La tesi dello "arricchimento reciproco" è applicazione alla liturgia di un concetto di "tradizione vivente" sbagliato perché il suo presupposto non è il mantenimento immutato del Deposito della Fede (dogmi e morale) ma il suo (ragionevole) adattamento all'evoluzione della mentalità del mondo, cooperando con essa al fine di elucidare e praticare le verità della religione e della morale (ricerca del vero ora solo nel "dialogo ecumenico"!). Secondo questo concetto spurio di "tradizione" la Chiesa non ha più nulla da insegnare e quindi da condannare o imporre disciplinarmente, vedendosi essa come coscienza in ricerca del vero assieme al mondo profano, al fine di realizzare l'unità del genere umano, nella pace politica e religiosa. Ma questa Chiesa, così concepita, è il parto di una teologia malata, frutto di un delirio millenaristico che continua ad imperversare e ci sta conducendo tutti alla rovina, finché qualcuno nella Gerarchia non si deciderà una buona volta ad alzarsi in piedi e a dire: Basta!
PP

Anonimo ha detto...

http://orantidistrada.blogspot.it/2012/06/anima-christi.html
Anima Christi, sanctifica me.
Corpus Christi, salva me.
Sanguis Christi, inebria me.
Aqua lateris Christi, lava me.
Passio Christi, conforta me.
O bone Jesu, exaudi me.
Intra vulnera tua absconde me.
Ne permittas me separari a Te.
Ab hoste maligno defende me.
In hora mortis meae voca me,
Et jube me venire ad Te,
Ut cum Sanctis tuis laudem Te
In saecula saeculorum.
Amen.

Anima di Cristo, santificami,
Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami,
acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami .
Oh buon Gesù, esaudiscimi.
Nelle tue piaghe, nascondimi.
Non permettere che io sia separato da Te.
Dal nemico maligno difendimi.
Nell'ora della mia morte chiamami,
e comandami di venire a Te,
Perché con i tuoi Santi ti lodi,
nei secoli dei secoli.
Amen.

Luisa ha detto...

Mi sia permesso di dire che se capisco, e anche condivido, alcune osservazioni, mi sembra esagerato e ingiusto dissecare la conferenza del cardinal Sarah per alla fine bollarlo al ferro rosso come colpevole di non gettare il Vaticano II nella pattumiera.
Abbiamo un cardinale che già è solo nella sua Congregazione, probabilmente seduto su una poltrona eiettabile alla prima occasione propizia, ostacolato se non neutralizzato da chi Bergoglio gli ha messo accanto=fra i piedi, che osa formulare pensieri e ricordare delle verità basilari, fare delle critiche che solo chi è coraggioso si permette, e noi stiamo qui a criticarlo con estrema severità invece di appoggiarlo e anche ringraziarlo, di riconoscere quel che di giusto, vero e coraggioso dice sulla sacra Liturgia.
Consapevoli anche che ovunque egli vada quando parla si trova davanti ad un pubblico che conosce e pratica solo la liturgia riformata che è quella del 99,99% dei cattolici, cattolici che, grazie a quel che il cardinal Sarah trasmette loro oralmente o attraverso i suoi libri, cominceranno grazie a lui un cammino di riflessione e di trasformazione.

irina ha detto...

Noi laici, per un verso siamo avvantaggiati, non dobbiamo fare i salti mortali per mettere insieme capre e cavoli. Messi da parte i consacrati che, con malizia, hanno portato avanti nella loro vita un doppio gioco, rimane un ampia schiera che, in buona fede, per spirito di obbedienza, per intimo convincimento e/o dovere, ha cercato con tutte le sue forze di far quadrare il cerchio; su questi ritengo che sia veramente ingiusto far cadere la mannaia del nostro giudizio.
Quindi parliamo di quelli che sono i bachi, come li definì mic, del CVII e del post CVII ma prendere il Cardinal Sarah come incarnazione di tutti i bachi mi sembra veramente meschino.
Sappiamo benissimo che molti prelati ed altissimi prelati si trovano nella stessa situazione ed anche molti cattolici cattolici. Qui bisogna smontare i pensieri, le argomentazioni bacate, non le persone. Cominciamo a fare, noi una lista delle contraddizioni più comuni, di quelle che ormai riconosciamo anche dormendo.
Comincio poi venitemi in aiuto correggendomi e ampliando:
1)Perchè, a tutti i livelli, si chiede l'assenso al CVII se non è dogmatico?
2)Tradizione e tradizione, è tempo di esplicitare, parlando e/o scrivendo, il significato che si intende, usando questo termine. Questo lo può pretendere chiunque da chiunque.
3)Chiarire il perchè dell'uso, nei documenti, di un linguaggio aperto a tutte le interpretazioni in conflitto.
4)Per quali motivi il CVII fu indetto, per quali motivi fu continuato...

Anonimo ha detto...

Consiglio a tutti di leggere il nuovo libro del dott. Luigi Martinelli "missa in scena. Riflessioni teatrali sulla liturgia" Cavinato Editore, Brescia, 2017. Il libro tratta il tema della crisi liturgica postconciliare.

Munus

marius ha detto...

"e noi stiamo qui a criticarlo con estrema severità invece di appoggiarlo e anche ringraziarlo, di riconoscere quel che di giusto, vero e coraggioso dice sulla sacra Liturgia."

"ma prendere il Cardinal Sarah come incarnazione di tutti i bachi mi sembra veramente meschino."

L'oggetto della critica non è mica la persona del Cardinale in quanto tale, ma i concetti che egli esprime, che sono alquanto pericolosi, in quanto possono aver molto seguito proprio per il fatto che provengono da una cattedra così alta e da una testimonianza di vita per altri versi così autorevole.

D'altronde è sempre molto arduo parlare degli errori separandoli nettamente dal suo autore, tanto più che qui l'oggetto della presente discussione è proprio la sua allocuzione.

Nel contempo possiamo pure domandarci: dove pone e come considera, il Cardinale, tutte le schiere di cattolici che 50 anni fa non vollero rinunciare alla Tradizione? Erano forse dei visionari?

Anonimo ha detto...


## Si risponda nel merito, una volta tanto

Ho fatto una serie di considerazioni nel merito, articolate e ponderate, punto per punto.
Si risponda nel merito, criticandole se si vuole, dimostrando che sono sbagliate. Ma argomentando. Evitando di metterla sul piano personale,se possibile (che brava persona il cardinale Sarah, e coraggiosa, perché criticarlo, come si osa...).
Si risponda sul piano dei concetti, evitando le frasi fatte e la retorica dei sentimenti, ragionando insomma.
PP

fabriziogiudici ha detto...

Ancora un segnale sul fronte dei Dubia:

https://onepeterfive.com/cardinal-brandmuller-tradition-making-papal-professions-faith/

irina ha detto...

@ marius

siccome molto di quello che qui si sta discutendo è parte di una 'mentalità' ormai, il nostro compito è, a mio parere, cercare di smontare questi pensieri. A volte è facile rintracciarne gli autori a volte non è così semplice. Non importa.Il compito che, in qualche modo, ci siamo assunti è mostrare come molti di questi pensieri e/o ragionamenti non hanno fondamento. Lasciando da parte le persone che in quella certa occasione se ne sono fatti portatori, a volte in totale buona fede come in questo caso. D'altra parte molto raramente ci fermiamo sul discorso del parroco xy. Il più delle volte la nostra attenzione si rivolge a chi viene ascoltato da molti. Il Cardinale Sarah è al centro di un vortice, ringraziamo Iddio se non ne viene risucchiato e riesce ancora ad avere il controllo della situazione. Noi con tutto agio possiamo fare i 'battitori liberi' e dire pane al pane e vino al vino.Questo è il nostro compito, credo. In quello che lui ha detto, tiriamo fuori pur le solite tiritere e facciamo le pulci alle tiritere e non al Cardinale.
Riguardo alle schiere di cattolici, tempo fa in confessione parlai con grande tranquillità della Santa Messa ascoltata dalla Fraternità, il sacerdote, molto anziano,ebbe una reazione che giudicai eccessiva. Ripensandoci poi con calma, capii che lui, per formazione, per età, per fedeltà al Papa, tutta quella storia l'aveva circondata con filo spinato. Era ed è un'ottima ed amabile persona. Questo per dire che non è così facile per noi metterci nei panni di un consacrato e capirne la fedeltà al proprio ministero. Noi cerchiamo di fare il nostro dovere ma non tiriamo in mezzo, in modo particolare, questi consacrati che danno "una testimonianza di vita per altri versi così autorevole". Questo cerchiamo proprio di evitarlo.
In sintesi riusciamo a fare un elenco dei principali luoghi comuni, bacati, che vengono riproposti da innummeri bocche cattoliche ogni giorno, in ogni angolo del mondo?

Anonimo ha detto...

le analisi del Prof. Pasqualucci sono illuminanti e da lui c'è sempre da imparare. Tuttavia reputo molto improbabile che qualcuno che ha fatto carriera nella chiesa vaticanosecondista possa dire basta a tutto ciò. Se anche lo facesse sarebbe velocemente liquidato.

fabriziogiudici ha detto...

Non so qual'è il modo migliore di condividere i luoghi comuni... ma il commento di Irina, e qualche altra cosa degli ultimi giorni, mi hanno "ispirato" questa cosina semiseria.

DIALOGO NON TANTO IMMAGINARIO TRA DUE CATTOLICI

Quello che segue non è un dialogo reale, nel senso che nessun registratore posto in un preciso posto e un preciso momento avrebbe mai potuto captarlo. Ma è realistico, nel senso che è composto da frammenti che chi scrive ha messo insieme, in forma scambio di battute senza discontinuità, a partire da chiacchierate con varie persone. Non è stata un'operazione difficile, dato che i vari frammenti avevano tutti una chiara affinità contestuale. Ovviamente dovete fidarvi di chi scrive, ma tutte le persone fuse nello pseudonimo "Caio" - in parte laici, in parte sacerdoti - sono pie, sinceramente ortodosse e preoccupate delle sorti della Chiesa Cattolica. Esse rappresentano un fronte della guerra che stiamo combattendo, spesso non considerato, o addirittura ritenuto non esistente, ma importante.

Tizio: Buongiorno Caio.
Caio: Salve Tizio!

T: Hai sentito l'ultima? La Bonino che predica in Chiesa...
C: Aaahhh...

T: E quel prete che ha benedetto un "matrimonio" omosessuale...
C: Eeehhh...

T: E quell'altro che "ai tempi di Cristo non c'erano i registratori"...
C: Iiiihh...

T: E il gay pride...
C: Oooohh...

T: E ha visto cos'ha scritto mons. Paglia?
C: Uuuuhh... Ma non dobbiamo farci scoraggiare: Cristo ha promesso che la barca non affonda.

T: Senza dubbio. E la Madonna che il suo Cuore Immacolato trionferà. Ma dobbiamo fare qualcosa; il Signore vuole che cooperiamo con lui, per quanto è nelle nostre possibilità.
C: Certo. Reagire! Testimoniare! Farsi sentire; in modo civile, ma deciso. Senza mezze misure. E se ci sono eretici in giro, denunciare i loro errori.

T: È una guerra. Ma ci diamo da fare. Hai visto a Reggio Emilia? Hanno fatto una processione di riparazione pubblica.
C: Benissimo. Meno male che ci sono cattolici coraggiosi.

T: Però il problema sta più in alto.
C: E cioè?

T: Hai letto cosa ha scritto il vescovo? Ha preso le distanze!
C: Ma si può capire... per evitare contrapposizioni.

T: Ma Cristo non ci ha detto "ho portato la spada"? Non ci ha insegnato che il cristianesimo è contrapposizione, inevitabile, col mondo?
C: Senza dubbio, senza dubbio.

T: Ma allora?
C: Eh, ma è per attirare le persone. Molte persone che prima non venivano in chiesa...

T: Veramente non mi pare vero: la frequenza alla Messa è in calo costante, e così le confessioni. Se poi si comunicano in stato di peccato mortale, è sacrilegio.
C: Senza dubbio, senza dubbio. Eh sì, forse qualche vescovo non ha abbastanza coraggio.

T: Diciamocelo francamente: con Francesco la Chiesa è nel caos. Gli eretici imperversano, gli ortodossi sono pochi, e molti non sanno che fare.
C: Ma non è colpa di Francesco.

T: Ma non leggi cosa dice, cosa fa?
C: Non bisogna leggere i giornali. Si scrivono cose non vere.

T: Ma i giornali di massa lo adorano; lo sostengono sempre. E danno addosso a chi cerca di fare ordine. E certe cose si leggono su Avvenire, Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica.
C: Ma sono certe riviste... certi giornalisti. Sollevano problemi che non ci sono.

T: Ma quali? Il Timone, La Nuova Bussola Quotidiana?
C: No, no... quelli sono ottimi giornali. Anzi, bisogna che li facciamo diffondere.

(segue)

fabriziogiudici ha detto...

(seguito)

T: Allora Sandro Magister?
C: No, no... quello è una persona seria.

T: Giuseppe Rusconi? Aldo Maria Valli?
C: Anche quelli sono bravi giornalisti.

T: Antonio Socci?
C: È un po' pepato, sai, è di Siena... A volte parte un po' per la tangente. Ma segue la sua coscienza.

T: Vabbè, lasciamo perdere i giornalisti. Vogliamo parlare dei cardinali Burke, Sarah?
C: Ottimi cardinali.

T: E Caffarra? Brandmuller?
C: Perbacco.

T: E qualche vescovo coraggioso c'è. Monsignor Negri, per esempio.
C: Certo.

T: Ma sono isolati; retrocessi; sminuiti; anche trattati in modo irrispettoso.
C: Ma no... sono voci maligne, in realtà sono normali avvicendamenti.

T: Ma, scusa, i quattro cardinali non hanno fatto bene a scrivere i dubia?
C: Certo. Il Papa non è sempre infallibile, e quello è un modo di aiutarlo nel suo compito.

T: E allora perché Francesco non risponde?
C: Eh però, ora che guardo l'orologio, si è fatto tardi... Ciao!

Luisa ha detto...

Egregio signor Pasqualucci lei non ha necessariamente ragione sempre e su tutto, ha le sue opinioni e analisi e le difende egregiamente, non c`è nessun bisogno di considerare che chi non condivide il contenuto o il momento o il tono, o tutti e tre insieme, di una sua analisi critica fa "frasi fatte" o è" nella "retorica dei sentimenti", non sento il bisogno di entrare nel merito delle sue considerazioni , da lei già esposte in altre discussioni, sono intervenuta solo per dire che trovo fuori luogo prendersela con il cardinal Sarah in questo momento particolare, uno dei pochi cardinali che ha il coraggio di andare contro corrente, che non teme di far riflettere i cattolici sulle derive e gli abusi liturgici, sulla necessità di ritrovare la sacralità della liturgia, anche celebrando rivolti al Signore, mi sembra molto controproducente prendere il cardinal Sarah come bersaglio, addirittura un "ectoplasma" in buona compagnia, ce ne fossero di cardinali come il card. Sarah!

Luisa ha detto...

Questo articolo di Cascioli ricorda che il card. Sarah è la pietra d`inciampo che ostacola l`avanzata trionfante di chi vuole non solo snaturare definitivamente la sacra liturgia ma ha anche nel mirino il Summorum Pontificum:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-grillo-sparlanteammette-il-complotto-anti-sarah-19908.htm

Anonimo ha detto...


# "Non sento il bisogno di entrare nel merito delle sue considerazioni"

Gentile Luisa, o "Luisa", chiunque ella sia: lei non entra mai nel merito, si limita
a fare il cane da guardia alla reputazione dell'Emerito, supposto Defensor Fidei. Un compito improbo, che lei sembra tuttavia assolvere con grande dedizione, certamente meritevole, a mio modesto avviso, di miglior causa.
PP

mic ha detto...

Questo articolo di Cascioli ricorda che il card. Sarah è la pietra d`inciampo che ostacola l`avanzata trionfante di chi vuole non solo snaturare definitivamente la sacra liturgia ma ha anche nel mirino il Summorum Pontificum:

Il contesto di questo articolo si attaglia molto bene alla "tipologia" di cattolici che poco sopra Fabrizio Giudizi attribuisce a "Caio"...

mic ha detto...

E qui non serve andare d'accordo in tutto per essere una squadra...

marius ha detto...

@ Irina

"Noi cerchiamo di fare il nostro dovere ma non tiriamo in mezzo, in modo particolare, questi consacrati che danno "una testimonianza di vita per altri versi così autorevole". Questo cerchiamo proprio di evitarlo."

Non capisco: come facciamo a non tirarlo in mezzo? Mica lo si sta tirando in mezzo di proposito, ma semplicemente perché è il tema in oggetto. Qui si tratta di una sua allocuzione!
O dobbiamo limitarci a parlarne soltanto in positivo? Anche se dice delle cose discutibili o inaccettabili?
In sede di discussione tra noi si può sempre esporre le proprie argomentazioni per difendere, se lo si ritiene opportuno, le sue posizioni.

marius ha detto...

"Pensare diversamente e modificare la dottrina oppure inventare una liturgia diversa, significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo"

Ma che logica c'è in questa frase?

Chi ha modificato la dottrina?
Il CVII.

Chi ha inventato una liturgia diversa?
Il CVII.

Chi ha tradito il CVII?
Il CVII stesso, anzitutto sostituendone di colpo gli schemi preparatori.

In definitiva, chi ha allontanato i fedeli da Cristo?
Risposta ovvia e conseguente.

Secondo me il Cardinale Sarah vive come in un sogno di cui non conosce i contorni, e sulla base di questo sogno giudica chi non ha le fette di salame sugli occhi.

Giudica?
Certo, perché la grave affermazione "significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo" nella sua mens a chi è attribuita se non ai critici del superdogma vaticansecondista?

Per Lancilotto e Re Artu' ha detto...

https://gloria.tv/article/MbQXq9ngczDu1seKugUa1HX1f
Riguardo alla Amoris Laetitia, Hagenkord afferma che il cardinale Burke è il solo cardinale che critica questo controverso documento nonostante i Dubia (dubbi) riguardo la Amoris Laetitia siano sottoscritti da quattro cardinali.

Per Lancillotto e Re Artu' ha detto...

Padre Nichols crede che la crisi attuale potrebbe essere provvidenziale "per richiamare l'attenzione sui limiti del primato".
https://gloria.tv/article/CrpNe9ozq7ym1d4kuW9UYXFxY

Andiamo avanti lancia in resta cominciando dal primato ?
Vogliamo stare con Pietro o senza Pietro ?
O aveva ragione mia zia suora : " Prudenza , prudenza , prudenza " .

Luisa ha detto...

Apro il computer e trovo questo commento a me rivolto dal signor Pasqualucci:

"Gentile Luisa, o "Luisa", chiunque ella sia: lei non entra mai nel merito, si limita
a fare il cane da guardia alla reputazione rituellement, supposto Defensor Fidei. Un compito improbo, che lei sembra tuttavia assolvere con grande dedizione, certamente meritevole, a mio modesto avviso, di miglior causa."

PP

Non voglio entrare nel merito di una considerazione così fine, sottile, rispettosa, e intelligente, penso che questo blog sia uno spazio di testimonianza e di condivisione ( mic parla di "squadra") che, pur nelle differenze di stile o contenuto, pur nelle dispute anche accese, sa essere rispettoso, oggi mi domando se non dovrei sostituire il "penso che" con un "pensavo che..."

mic ha detto...

Se riuscissimo a vincere la nostra suscettibilità, la squadra di certo funzionerebbe meglio.

mic ha detto...

Andiamo avanti lancia in resta cominciando dal primato ?
Vogliamo stare con Pietro o senza Pietro ?


E' ovvio che vogliamo stare con Pietro, come è altrettanto vero che il primato ha dei limiti, a prescindere da quel che ne dica Padre Nichols che non conosco e che non ho il tempo di andare a verificare.

Luisa ha detto...

Mi sia permesso di aggiungere qualche osservazione.
Partecipo a questo blog sin dal suo inizio, ancor prima che questo blog aprisse mic ed io battagliavamo insieme in altri luoghi, ho visto con entusiasmo i primi passi di Chiesa e postconcilio, l`ho visto prendere sempre più importanza grazie all`impegno e competenza di Maria, oggi sappiamo quanto questo blog costituisca un riferimento serio, consultato e anche monitorato da chi se potesse lo dinamiterebbe.

Con le mie convinzioni, il mio stile e i mei limiti, da anni "entro nel merito" delle discussioni, da anni porto qui le mie domande e osservazioni, da anni mi arrichisco grazie anche alle discussioni avute qui, non è sempre stato facile, ancor meno da quando Benedetto XVI ha deciso di rinunciare, più di una volta ho pensato lasciare fiaccata da sterili controverse, ma per chi come me ha ben poche possibilità di discutere e condividere i suoi pensieri sulla situazione della Chiesa, Chiesa e postconcilio resta uno spazio prezioso.

Se poi oggi non essere d`accordo con chi considera che il Vaticano II è da gettare tutto intero nella pattumiera,
se non aver più voglia di entrare in discussioni sin dall`inizio destinate ad essere dialogi di sordi, e già avute e riavute nel passato,
se rifiutare, malgrado la confusione e le inquietudini attuali, malgrado il disgusto provocato dai silenzi, dalla codardia o dalla complicità della gerarchia della Chiesa,
di allinearsi su un pensiero al limite del settario,
se difendere un cardinale coraggioso già nel mirino dell`autorità,
provoca reazioni come quelle di PP,

allora forse è veramente venuto il tempo di accettare che chi come me rifiuta di lasciarsi rinchiudere in un sistema binario, in un pensiero sempre e comunque rigido(che non è la stessa cosa delle certezze della Fede), ha miglior tempo, come già tanti altri hanno fatto, di farsi da parte e aspettare che la tempesta passi.

mic ha detto...

Luisa,
se mi facessi da parte ogni volta che qualcuno non è d'accordo con me o mi fa delle osservazioni, questo blog sarebbe chiuso da un pezzo ;)

Luisa ha detto...


Cara Maria, Pasqualucci ha detto che non entro mai nel merito delle discussioni e che su questo blog mi limito ad essere il cane di guardia di Benedetto XVI, se per te queste sono solo osservazioni che come tali dovrebebero essere recepite, allora mi inclino.

È vero avrei potuto reagire con un grande sorriso e con ironia, ma poi è risalita alla memoria la storia di questo blog e della mia partecipazione, a ciò viene ad aggiungersi una mia sempre più evidente "lassitude", allora che dopo tutti questi anni un blogger venga a dirmi quel che ha detto PP difficilmente passa senza reazione.

So quel che tu subisci, come attacchi, insulti e anche minacce, con il tuo blog, i tuoi libri e il tuo impegno , non ne hai che ancor maggior merito e tutta la mia ammirazione !

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo con Luisa , se una cosa dopo 50 anni risulta "deformata " bisognera' pure iniziare da qualche parte a provare a rimetterla" in forma " ! O no ? Considerando che tutti in famiglia si oppongono chi per una ragione chi per piu' ragioni che si fa ?
Lasciamo che crolli Sansone con tutti i Filistei ? Cerchiamo di sostenere chi prova ad invertire la rotta , il Cardinale in oggetto e' stato gia' tacitato e messo all'angolo dopo la omelìa in Inghilterra , ed io non faccio altro che far celebrare Messe di riparazione per i Sacerdoti . Non ho piu' denari !

marius ha detto...

Luisa,
rimanga con noi.
Per noi sarebbe un gran dispiacere non più sentire nulla di Lei.
In fondo qui si ripercuotono i problemi della vita. Anche se abbiamo posizioni differenti, anzi proprio perché le abbiamo, possiamo discutere insieme. Altrimenti si immagina ... che noia sarebbe!
E quindi per concludere e per farLa sorridere un po', ora citerò me stesso in quel che dicevo fino al 2013: "W il Papa, W BXVI"

mic ha detto...

Cerchiamo di sostenere chi prova ad invertire la rotta , il Cardinale in oggetto e' stato gia' tacitato e messo all'angolo dopo la omelìa in Inghilterra , ed io non faccio altro che far celebrare Messe

Qui non si capisce o si finge di non capire per superficialità o per partito preso.
Credo che sia lecito e razionale - e di certo non è un attacco alla persona - discutere su alcuni punti del suo discorso.

Anonimo ha detto...

La dottrina cattolica tradizionale sul Santo Sacrificio della Messa spiegata in modo semplice e chiarissimo da mons. A. de Castro Mayer

Qui:

https://www.yumpu.com/it/document/view/5726701/1l-santo-sacrificio-della-messa-don-curzio-nitoglia



Anna

Luisa ha detto...


Grazie marius, ho pensato a lei in questi giorni, spero che, se lo vorrà, condividerà con noi quelle che non possono essere che delle benedizioni vissute durante il suo pellegrinaggio a Fatima.

marius ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
marius ha detto...

Cara Luisa,
le copiose benedizioni le stiamo vivendo proprio adesso.
Siamo arrivati venerdì sera e da sabato mattina qui si fa una vita spirituale intensissima, anche fisicamente parlando.
Sia sabato che domenica, S.Messa solenne e S.Rosario. Si prega tanto.

Oggi Messa dalle 9.30 alle 12.00; dove?
in basilica? no.
sulla grande spianata del sagrato? no.
Per noi è stato messo a disposizione il parcheggio numero 14. Però niente male: si tratta di un vastissimo sterrato disseminato di lecci dove la Fraternità ha allestito un magnifico altare. Circa 10'000 fedeli provenienti da tutto il mondo erano in ginocchio sulla nuda terra come in una grande cappella all'aperto.
Tutto era meraviglioso: il raccoglimento, i canti gregoriani (kyriale e proprium) e polifonici, la toccante omelia di mons. Fellay su una vita contrassegnata dalla riparazione per la salvezza delle anime, la spettacolare processione (del sabato) con le diverse comunità nazionali, ognuna che proclamava i propri canti e sventolava le proprie bandiere in un tripudio di gioia.

A me e a mia moglie ha colpito particolarmente la fraternità giapponese, non solo per i km che ha percorso per venire qui, ma anche per il loro vessillo raffigurante i martiri giapponesi crocifissi (ricordate quelli così ben descritti nel film Silence? Questi sono gli eredi di quelli che non apostatarono).

Il Rosario invece è stato a Os Valinios, nel luogo esatto e nel giorno esatto dell'apparizione del 19 agosto di 100 anni fa. Era impressionante vedere migliaia e migliaia di fedeli in ginocchio sul terreno brullo e secco di questi boschi: sembrava di vedere riattualizzati quei filmati in bianco-nero con le fiumane di gente che invadeva questi luoghi, destinati alle pecore, per incontrare la Madonna. Vi sono molte rassomiglianze: sapete come noi lefebvriani siamo considerati un po' retrò: le donne portano le gonne lunghe, le famiglie sono numerose e prolifiche, la gente non ha "rispetto umano": prega in pubblico. Chi ha detto che "non si può tornare indietro"? Qui abbiamo la dimostrazione palpabile del contrario. Però però..... una differenza c'è: nel 1917 nessuno aveva lo smartphone con cui fare le foto :-)

Lo spirito di sacrificio si comincia ad attualizzarlo qui seduta (si fa per dire) stante, perché si fa un gran "scarpinare" per km e km innanzi e indietro, e mentre si prega, come già detto, ci si intorpidisce le ginocchia.

Ma è un'esperienza che non si può rendere a parole. Bisogna proprio esserci. Anche noi non ci saremmo mai aspettati una magnificenza del genere. Impressionano le centinaia di preti giovani, seminaristi, suore, tutti sinceramente naturali e allegri, non affettati come capita di vedere altrimenti.

Ora vi lascio perché sto scrivendo dallo smartphone e sto facendo una fatica pazzesca a non fare errori di ortografia.
Tra poco cena e poi Via Crucis davanti alla basilica.
Ciao a tutti.

PS: un'esperienza che farebbe un gran bene anche al Card. Sarah, per superare i suoi pregiudizi verso il mondo della Tradizione.

Anonimo ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=F-oyduxFGgE
Lauda, Sion, Salvatorem,
lauda ducem et pastorem,
in hymnis et canticis.
Sit laus piena, sit sonora,
sit iucunda, sit decora
mentis iubilatio. R.

R. Christus vincit,
Christus regnat,
Christus imperat!

Ecce panis angelorum,
factus cibus viatorum:
non mittendus cànibus.
Sit laus piena, sit sonora,
sit iucunda, sit decora
mentis iubilatio. R.

Bone pastor, panis vere,
tu nos bona fac videre,
in terra vivéntium.
Sit laus piena, sit sonora
sit iucunda, sit decora
mentis iubilatio. R.

Anonimo ha detto...

Intenzioni di preghiera nella messa di oggi:
"Per la Chiesa, perchè viva sempre in atteggiamento di dialogo e concordia con le altre confessioni religiose e promuova il bene dell'umanità intera"

Anonimo ha detto...

Kyrie, eléison.
Kyrie, eléison.
Kyrie, eléison.

Luisa ha detto...

Grazie marius, la sua testimonianza mi ha commossa, era come se fossi, se fossimo, lì con voi, state vivendo momenti forti e senza dubbio indimenticabili, a livello personale e nella comunione con il vostro gruppo, grazie ancora di aver preso il tempo di condividerli con noi!

marius ha detto...

Prego, cara Luisa.
Come dicono in tedesco, ist gern geschehen.
Lei mi ha dato lo spunto di farlo subito senza attendere il ritorno a casa.

Vorrei aggiungere una cosa molto importante: la preghiera di consacrazione recitata fai vescovi al termine della Messa che potete leggere qui:

https://www.radiospada.org/2017/08/nel-centenario-di-fatima-i-vescovi-fsspx-hanno-consacrato-la-russia-al-cuore-immacolato-di-maria/

Anonimo ha detto...

@ Marius

Anche io ti ringrazio, per la tua testimonianza in diretta.
Avrei tanto voluto essere lì con voi, ma non è stato possibile Ci sono col cuore.

Anna

irina ha detto...

Aggiungo altri due pensieri che avevo scritto in un commento andato perduto.

I cinquant'anni di chi ha capito subito e di chi ancora deve capire. Ricordo che l'8 settembre 1907 usciva la 'Pascendi Dominici gregis' con la quale San Pio X, che oggi ricordiamo tra i nostri Santi se non erro, condannava il modernismo. Questa analisi è opportuno che venga letta e conosciuta da tutti. In particolare perchè, implicitamente, ci dice che nel 1907 il quadro sintetico di tutte le eresie era già tracciato. E per essere nel 1907 già tracciabile, occorreva che fossero, tutte le eresie, già individuabili. E per essere già individuabili dovevano aver già aver messo radici,esser gemmate e fiorite. Quindi il loro essere state seminate era di molto posteriore al 1907. Retrocedendo retrocedendo, molti arrivano a Lutero. Oggi quasi santificato. Questo per dire che spine nel fianco le abbiamo sempre avute e le abbiamo portate sempre. A noi oggi, che siamo più avanti, ci cascano addosso tutte le eresie, tutti i vizi capitali e tutte le diavolerie sommate. Quindi non stiamo a far la conta di chi ha capito prima e chi dopo. Sproniamoci a vicenda, ricordando che nostro Signore non fu capito dai suoi, da quelli che Lui in persona si era scelti, se non lentamente e con tanti passi indietro e pochi avanti, se non avesse mandato lo Spirito Santo, campa cavallo...

Avevo scritto, proprio per non finire col buttare la croce sopra le spalle di x, piuttosto che di y o di z, di mettere in evidenza solo i bachi ( vedi Maria), per il semplice motivo che il baco nasconde un errore, un'eresia implicita e /o esplicita. Errori, e/o eresie che, alla fin fine , sono come i vizi, fondamentalmente sempre gli stessi. Come le posizioni a letto, (citazione forse di Chesterton!?)
Quindi questo sveltirebbe di molto il nostro lavoro. E ci addestrerebbe a scoprire gli errori all'impronta. Ed anche tutti i lettori e commentatori sarebbero invogliati ad allenarsi con noi.

irina ha detto...

Torno sul caso Cardinal Sarah, tra i Cardinali migliori di Santa Romana Chiesa.
Abbiamo un folto gruppo di Cardinali che avevano realmente la vocazione al sacerdozio. Non fu il loro sacerdozio una strada intrapresa causa disoccupazione, nè causa un'omosessualità latente da coprire con la tonaca. Ebbero però spesso due grandi sfortune e/o prove, essere entrati in seminario da ragazzini ed essere stati formati al tempo della bolla CVII. .... Il Cardinal Sarah, si trova in questa fascia della formazione entusiasmo- CVII. Questo CVII era un'illusione, almeno in gran parte. Molti consacrati avevano, ed alcuni hanno ancora, gli occhi bendati al riguardo e non lo sanno. Togliersi le bende dagli occhi è difficile, perché le illusioni sono spesso legate a persone che sono state importanti per noi, oppure perché legate ad eventi determinanti nella nostra vita.Strapparsi le bende dagli occhi è non solo doloroso ma, anche rischioso perché si rischia di gettare con la cesta anche il bambino. Con l'aiuto del Signore invece si riesce, mano mano che Lui ci prepara, a reggere le delusioni, cioè la vista della realtà nuda e cruda. Questo è un processo lento, e credo in modo particolare, per chi ha a cuore la Chiesa, la sua stabilità e la sua unità.
Quante ne abbiamo dette sui quattro Cardinali temporeggiatori! Come ho scritto altrove per noi è facile, non solo perchè dietro la tastiera, ma perchè la nostra mente, il nostro cuore, cioè la nostra intelligenza ed il nostro sentimento, sono stati formati in modo diverso. Diverse sono le loro vite dalle nostre. Cosa ne sappiamo noi della loro ubbidienza? Certo è, chi di questa santa ubbidienza si approfitta, non è che un vile, un infame.
Proprio perchè siamo tutti diversi, alcuni subito capirono, altri no, altri erano ancora giovani e per altri ancora non era il tempo di guardare in faccia la realtà. In questa varietà non bisogna dimenticare che ci fu un gruppo che portò avanti la rivoluzione ad oltranza, con scaltrezza e doppiezza consumata.
Non solo, credo che non pochi guardarono poi, con favore, alla globalizzazione come piattaforma della cattolicità in espansione, cioè ad un governo mondiale che avrebbe garantito l'esistenza della chiesa in cambio di servizi soft-materiali ai nomadi futuri. Ma questo è un altro discorso.
Concludendo il Cardinale Robert Sarah, sta facendo meraviglie nella difficilissima situazione in cui si trova, dimostrando di avere grande forza interiore nel tenere sotto controllo forze centrifughe laceranti. Ci sono contraddizioni, facile. Il Cardinal Meisner è morto. Vecchiaia, sì. Dolore, potè molto di più.

marius ha detto...

Quante ne abbiamo dette sui quattro Cardinali temporeggiatori!

Irina, i due casi sono molto diversi. I 4 cardinali "temporeggiatori" anzitutto sono nientemeno che i 4 cardinali coraggiosi che si sono esposti nel ricevere insulti assurdi come nel caso che ho raccontato qui
http://chiesaepostconcilio.blogspot.ch/2017/04/strada-regina-maradiaga-spara-zero-sui.html

Da parte mia hanno sempre ricevuto solo il mio plauso e la mia paziente comprensione (anche se avrei preferito, oltre ad una migliore tempistica nel portare avanti la pratica, un tantino di informazione in più al riguardo).

Il Cardinale Sarah avrebbe potuto essere il quinto cardinale, perché no? (visto che si dichiara per la dottrina tradizionale del matrimonio) ma intanto, in foro esterno, possiamo constatare che purtroppo non lo è.
Dice Magister: Ognuno ha il suo stile. Il cardinale Sarah si è sempre trattenuto, in particolare, dall'intervenire pubblicamente in forma esplicita contro le ambiguità – generatici di "dubia" – di "Amoris laetitia". Senza però mai tacere le sue chiarissime posizioni in proposito. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/07/20/dal-cardinale-sarah-unumile-lezione-di-stile/?refresh_ce

Sta di fatto che, come si dice, molti sarebbero quelli che si appellano PERSONALMENTE alla dottrina tradizionale, ma che se ne guardano bene dal dichiararlo in relazione ai dubia sull'Amoris Laetitia.
Facendo passare così, volenti o nolenti, il messaggio indiretto che la dottrina di Cristo e la Tradizione bimillenaria della Chiesa in fondo è un optional, qualcosa che non si può assolutizzare, che bisogna tenersi come convinzione personale.
E per di più di fatto lasciando miseramente soli soletti davanti al mondo intero i loro confratelli nel cardinalato.
Tutto ciò non è solo una "questione di stile".

Un conto è scrivere libri, un altro è prendere aperte posizioni pubbliche davvero attinenti ai problemi in campo nel momento stesso in cui questi sono urgenti da risolvere.
Volendo parlare di "pastori di riferimento" io non avrei dubbi su quali riferirmi o non riferirmi.

Anonimo ha detto...

Il resto son chiacchiere; ma chiacchiere che alla lunga possono spogliare il papato di qualsiasi autorevolezza.
http://querculanus.blogspot.it/2017/08/osservatore-o-pastore.html#more
"Svuotare il papato " - questo e' anche il nostro ( plurale majestatis) timore .

irina ha detto...

"...Sta di fatto che, come si dice, molti sarebbero quelli che si appellano PERSONALMENTE alla dottrina tradizionale, ma che se ne guardano bene dal dichiararlo in relazione ai dubia sull'Amoris Laetitia..."

lo so, marius. Non è detto che sia viltà. Come ho brevemente accennato nel commento precedente in molti, o alcuni se preferisce,può esserci prudenza nel non arrivare, in modo assoluto, alla lacerazione della Chiesa.
Infondo è il dramma che si sta svolgendo nel cuore di milioni di cattolici.
In queste considerazioni che desideriamo oggettive, vanno tenuti presenti anche elementi di più largo respiro e mai conosciuti in modo approfondito, quindi non scientifici, quelli cioè che riguardano la persona e la sua biografia, passata e presente.Nel caso del Cardinal Sarah l'ufficio che ora ricopre è sotto pressioni fortissime esterne ed interne e da quello che capisco si tenta di esautorarlo mentre è in funzione. Non è unicamente questione di scrivere libri, seduto al tavolino, è questione di stare all'erta, ad ogni istante, con chiunque. Com'è successo per molti sacerdoti testimoni di NSGC, nella stessa Chiesa:nella prova si son trovati soli ed isolati. Non credo che molti di loro ora abbiano amici sinceri, l'unico Amico fidato rimane il Signore solo. Ed è Grazia per coloro che hanno il Suo conforto.

fabriziogiudici ha detto...

, in foro esterno, possiamo constatare che purtroppo non lo è.
Dice Magister: Ognuno ha il suo stile. Il cardinale Sarah si è sempre trattenuto, in particolare, dall'intervenire pubblicamente in forma esplicita contro le ambiguità – generatici di "dubia" – di "Amoris laetitia".


Dipende poi da cosa si intende per "modo esplicito". Ha detto che "separare la pastorale dalla dottrina è un eresia". Considerato che lo stesso Francesco e i suoi collaboratori insistono esplicitamente sulla loro separazione (la Legge non può comprendere tutti i casi), l'intervento di Sarah a me sembra esplicito.

Poi Burke ha detto quache volta "non siamo solo in quattro". Penso che siano coordinati con altri e hanno concordato di non esporsi tutti subito.

Sul tema Dubia, un commento di un teologo:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-al-correzioneo-no-canonistial-lavoro-20819.htm

Mi stupisce che non si richiami la correzione di Giovanni XXII come precedente.

PS Se qualcuno della Bussola mi legge... correggete quella "correzZione"!

marius ha detto...

@ Irina

Non è detto che sia viltà

Non dico che sia viltà, perché affermare ciò significa giudicare in foro interno una persona, che, come ha ben detto Lei, Irina, può avere tutti i suoi insondabili motivi, che solo il Padre Eterno può giudicare, per comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Io mi attengo soltanto a quanto è sotto gli occhi di tutti, e cioè al fatto che i cardinali sono solo quattro (di cui uno defunto), lasciati alla berlina dai suoi confratelli di fronte al mondo intero. Ciò passerà alla storia.

può esserci prudenza nel non arrivare, in modo assoluto, alla lacerazione della Chiesa

Può darsi che ci sia questo timore, questo ragionamento. Ma se così fosse veramente bisognerebbe logicamente concludere che gli altri cardinali, Sarah compreso, giudicherebbero imprudente, avventata, inadeguata, potenzialmente scismatica, l'azione intrapresa dai quattro cardinali, che come ben si può pubblicamente osservare, è per nulla imprudente, avventata, inadeguata o potenzialmente scismatica. Anzi è esattamente tutto al contrario, fino allo spasimo.
Tutto il clero e l'alto clero non ha più alcuna scusante plausibile per tenersi nell'ombra, se non quella che si sentono tremare il "cadreghino", la loro carica ecclesiastica.

A questo punto si potrebbe dire, come è stato osservato spesso in passato, che è meglio stare prudenti e temporeggiare in quanto è preferibile rimanere al proprio posto per assicurare la cattolicità con la propria presenza, piuttosto che essere allontanati e vedere il proprio posto occupato da un modernista doc.
Secondo me è pura illusione.
Quando vuole e gli pare e senza preavviso, il Sommo Pontefice può rimuovere e sostituire chiunque.

Ne abbiamo visto un esempio recente con il Card. Müller.
Io l'ho sentito in una conferenza qualche mese fa: ad ogni piè sospinto infarciva il suo discorso con "come dice papa Francesco di qua, come dice papa Francesco di là"... Perché? certamente era sotto pressioni fortissime esterne ed interne.
A che gli è servito?
Ora tuona per come è stato trattato dal Papa dal punto di vista sindacale.
Avrei preferito sentirlo tuonare nella sua funzione precipua di Prefetto della Fede, avrei preferito vederlo schierato insieme ai "magnifici quattro". Ora abbiamo solo un cardinale in pensione che si lamenta e si lecca le ferite.

Il cardinale Sarah, da come la vedo io, se non cambia visibilmente rotta, si sta avviando verso la medesima patetica infelice fine.




irina ha detto...

@ marius

può essere. Per il momento preferisco guardare alle attenuanti e sperare. Se ci sarà una conferma della sua visione, l'accetterò. Senza disperare. Cercando di comprendere meglio.

marius ha detto...

sì Irina, è solo una mia visione personale. Speriamo in meglio.