lunedì 26 agosto 2013

Mattia Rossi. Sul "canto" del celebrante...

Torniamo alla musica sacra e al gregoriano, cui abbiamo dedicato molti interessanti articoli che ci donano tesori di arte e spiritualità da non lasciar seppellire come di fatto sta accadendo nel nuovo corso ecclesiale. Di seguito pubblico una riflessione di Mattia Rossi che ci dà ulteriori approfondimenti che possono ben rispondere all'osservazione di un lettore emersa nella precedente discussione, riguardante i sacerdoti i quali nec rubricant nec cantant per difetto, purtroppo, di formazione.
Colgo l'occasione per inserire un dato interessante esplicitato nella nota, ricordando come lo stesso Discorso della Montagna sia - al pari, mi risulta, dei testi ebraici più antichi del Pentateuco - costruito sulla cantillazione.(1)
Approfitto anche per respingere uno dei più frequenti pregiudizi che i profani o i modernisti sono soliti tirar fuori sull'argomento: che si tratti, cioè, di un aspetto talmente aulico della Tradizione cristiana che in realtà probabilmente non è mai stato veramente apprezzato in tutte le sfumature che lo rendono aulico [e magari solo per questo da ritenersi sorpassato, con l'allineamento al ribasso che va per la maggiore], da quelli che di solito si definiscono "semplici fedeli".
L'errore non sta nel fatto di considerare che si tratta di arte e spiritualità somme, ma nel credere che i "semplici fedeli" per avervi accesso debbano comprenderle con l'intelletto e conoscerne tutti i dettami tecnici. Nella Bellezza, e nell'Armonia (quindi nella buona musica, specie se è sacra), semplicemente ci si "immerge" e si gusta. È lo spirito e la psiche che ne traggono giovamento, a prescindere dal fatto di possederne la tecnica.
Lo stesso vale per il Rito. I fedeli cattolici, non celebrano, è il Signore (il Sacerdote in sua vece) che celebra: i fedeli assistono, partecipano, vi si immergono, si uniscono, accolgono, ringraziano, impetrano, lodano e adorano. Il resto lo fa il Signore... Il mistero non può essere compreso tutto e subito, ma gradualmente e ha bisogno dei sacri silenzi ma anche della sacre armonie. Il chiasso fa uscire da sé, lascia nella periferia, in superficie...

Mattia Rossi. Sul "canto" del celebrante

Non è mio compito indagare (e nemmeno la sede) sulla veridicità delle affermazioni di quanti assicurano che la riforma liturgica fu dettata dal desiderio di restituire la liturgia agli antichi usi dei primi secoli o, addirittura, dell’età apostolica. Mi limito solamente a notare come, a parità di “usi primitivi”, non si segua anche la norma delle prime comunità secondo cui il celebrante canta il rito e non lo recita. Quanto questo “uso primitivo” (questo, sì, provato!) sia “in uso” tra i sacerdoti credo stia sotto gli occhi di quanti frequentano le nostre messe domenicali.

Musica e culto rituale, da un punto di vista storico, furono da sempre connesse: nell’antichità anche i culti pagani erano cantati (da qui il termine ‘incantesimo’, ovvero ‘in-canto’) e il cristianesimo, e prima ancora l’ebraismo, videro nel canto il miglior metodo per sacralizzare il rito. Questo fu chiarissimo sin da subito: da san Paolo ai primi Padri della Chiesa. Perché, allora, chi spaccia un’indiscutibile “dogmaticità” (che non esiste) del Vaticano II in tema di liturgia (lingua, orientamento della celebrazione, architettura sacra, per esempio) non la osserva anche in tema di musica sacra?

Il principio-guida è, in semplici parole, che non si canta nella messa, ma si deve cantare la messa. Musicam Sacram pone, come ricordava un lettore, “al primo posto” le parti «spettanti al sacerdote ed ai ministri, cui deve rispondere il popolo o che devono essere cantate dal sacerdote insieme con il popolo» (I, 7), come, ad esempio, il saluto del celebrante, le orazioni, il prefazio con il dialogo, le formule di congedo, etc.

La prassi, però – inutile dirlo –, non è questa: si attribuisce al Vaticano II una priorità (il canto dell’assemblea) che, in realtà, questi vuole solamente in seguito all’adempimento del primo obbligo, il canto del celebrante. È solamente se il sacerdote, l’alter Christus, canta che tutti noi “formati al suo divino insegnamento, osiamo dire”.

Da un punto di vista musicale, le parti proprie del celebrante fanno parte dei cosiddetti recitativi: quei testi, cioè, che vengono proclamati su una sola nota (corda di recita) dalla quale ci si discosta con leggere inflessioni in corrispondenza dei segni di punteggiatura. Essi sono, storicamente, le parti più antiche del repertorio gregoriano: a prova di ciò vige il fatto che esse sono le forme musicalmente più semplici e in esse, proprio perché sono le prime a essere nate, vi è l’embrione di quello che sarà il gregoriano. Il loro abituale impiego liturgico è dimostrato dal fatto che, essendo le parti che più di tutte venivano cantate, proprio per la loro ‘ordinarietà’ non si sentì il bisogno di scriverle.

Una interessante particolarità, che non deve assolutamente sfuggire ai nostri occhi, è come quasi ogni recitativo preveda due possibili forme: una semplice e una solenne. Questo significa che il canto non era visto come un qualcosa in più, ma sostanzialmente diverso, dalla quotidianità del parlato: il canto era elemento strutturale della liturgia sempre, non solo nella festività; la liturgia era canto. Questo è il primario compito del canto liturgico che il Vaticano II, nell’Istruzione sopracitata, richiede espressamente prima ancora di qualsiasi supposta partecipazione assembleare. Ma da quest’orecchio, i preti, non ci sentono proprio… peccato.
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1. La cantillazione secondo lo studioso Giacomo Baroffio:
a) un fatto puramente fisico esigito dalla necessità di far pervenire il messaggio divino a una cerchia vasta di uditori presenti in uno spazio ampio. La semplice pronuncia parlata in casi del genere non permette a un discorso di raggiungere lunghe distanze. Il gridare ad alta voce distorce i suoni e rende incomprensibile il messaggio. Di qui la scoperta di un tono di voce che canta il parlato su una corda di recita ricca di armonici che permettono alla voce stessa di correre e raggiungere un vasto uditorio.
b) un fatto di rilevanza spirituale: ogni proclamazione è sempre anche un’interpretazione di quanto viene annunciato. Il tono della voce, il mutare del timbro, la fluidità o gravità nella pronuncia, il tono sommesso o forte sono tutte componenti che a livello istintivo, in modo intuitivo e quasi sempre al di là di un processo razionale voluto coscientemente, rivelano ciò che è realmente percepito quale nucleo centrale del discorso che si pronuncia o della parola che si legge.
Quest’ultima è forse la ragione principale per cui i nostri padri nella vita liturgica di Israele [di cui siamo eredi e che è stato conservato nel gregoriano] hanno elaborato un sistema di proclamazione della Parola di Dio - la cantillazione - che è costituito da una serie di segmenti musicali con particolari caratteristiche atte a permettere di identificare le grandi sezioni del pensiero e del discorso con cui tale pensiero viene espresso. Ci sono pertanto formule di intonazione che evidenziano l’inizio di ciascun periodo, formule di cadenza che esprimono la conclusione intermedia o definitiva del discorso e altre strutture musicali tutte elaborate al fine di rendere comprensibile la Parola nel suo dispiegarsi verbale. In tale modo essa è sottratta alla proclamazione-interpretazione di chi la pronuncia; in tale modo essa è libera di dire se stessa a quanti l’ascoltano nella fede senza condizionamenti dei mediatori (i lettori, i salmisti).

19 commenti:

Anonimo ha detto...

Ora mi spiego perche' il vangelo viene proclamato salmodiando nelle messe solenni.

Renzo T. ha detto...

Anche su questo articolo: nulla da eccepire. Tutto corretto, tutto secondo i documenti vigenti. Una sola amarezza: chi queste disposizioni e applicazioni dei documenti conciliari, al Pontificio Istituto di Musica Sacra l'università della musica del Vaticano)li ha dovuti studiare e portare agli esami, per porle in atto nella S. Messa deve scontrarsi quotidianamente con il "prete di turno" il quale, non avendo ricevuto un'adeguata formazione liturgica (e men che meno musicale) in seminario, vuole imporre la "sua liturgia" quella imparata ai campi scouts e negli alpeggi estivi dell'A.C.R.
Cosa devono fare allora questi professionisti della musica sacra che il Pontificio Istituto ha preparato affinché i sacri riti possano risplendere davanti a Dio per dignità e bellezza?
Scuotere la polvere dai sandali e andare altrove!
Altrove, dove il Canto Sacro non è disprezzato e bistrattato, ma è considerato parte integrante del rito che è prima di tutto a Maggior Gloria di Dio e solo dopo anche "a santificazione dei fedeli"
E' triste, ma dobbiamo prendere atto che il degrado è talmente diffuso e protetto dal clero che non vedo altre soluzioni.
Se alla gerarchia va bene la situazione attuale...

minstrel ha detto...

Riguardo alla cantillazione ebraica e alla lettura della TaNaK consiglio questi mp3

http://www.gliscritti.it/dchiesa/shmueloff.htm

li sto utilizzando per delle musiche dedicate al Cantico dei Cantici che mi ha commissionato una compagnia teatrale e sono davvero affascinati.

bernardino ha detto...

Ricordiamoci una volta tanto, cio' che fece Papa Pio IX quando i francesi lo detronizzarono;
diede una risposta che fa' quasi rabbrividire, e che il popolo dei fedeli VERI CRISTIANO/CATTOLICI dovrebbe dare all'attuale gerarchia di Roma - NON POSSIAMO/NON DOBBIAMO/NON VOGLIAMO
piu' seguire la vostra strada corrotta.
Padre Pio e' l'esempio piu' eclatante di obbedienza a Dio, tanto che piu' di qualcuno di alto rango della Chiesa ha avuto paura di incontrarlo negli anni 60, forse aveva paura di essere convertito a Dio.
Anche un altro Vescovo eroe ha utilizzato gli stessi metodi che significavano sempre ""Non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo disobbedire a Dio per seguire una Roma che va' verso l'eresia.Forse e' gia' eretica.
Forse tutti e due hanno sofferto abbastanza e chissa' se per loro non e' stato un martirio vedere la Chiesa da loro tanto amata in mano a coloro che ne hanno fatto sfregi incalcolabili. Padre Pio che celebrava la S.Messa Apostolica che durava ore, per quanto lui aveva fede e sapeva quello che stava facendo.
E' ora che anche noi tutti che amiamo la nostra vera Chiesa "quella vera di Cristo e non quella dell'attuale gerarchia conciliarista" gridiamo a gran voce davanti al mondo quel ""NON VOGLIAMO-NON DOBBIAMO-NON POSSIAMO SEGUIRVI SULLA VOSTRA STRADA CHE VA DA GIOVANNI XXIII AL BERGOGLIANESIMO"" E' vero e' una lotta impari, ma con l'aiuto del Signore, tutto e' possibile.
Lui che e' risorto dal sepolcro, puo' far risorgere e risplendere la Sua Chiesa.

??? ha detto...

Ancora una volta ho il piacere di applaudire all'ottimo articolo di M. Rossi, che meriterebbe ulteriori approfondimenti in rapporto alla situazione attuale. Come è noto, uno dei mantra postconciliari è la "partecipazione attiva" dei fedeli che si dovrebbe esprimere in primis con il canto. Vale la pena di rileggere quanto è scritto al n. 40 dell'Ordinamento Generale del Messale Romano postconciliare: "Nella celebrazione della Messa si dia quindi grande importanza al canto, ponendo attenzione alla diversità culturale delle popolazioni e alle possibilità di ciascuna assemblea liturgica. Anche se non è sempre necessario, per esempio nelle Messe feriali, cantare tutti i testi che per loro natura sono destinati al canto, si deve comunque fare in modo che non manchi il canto dei ministri e del popolo nelle celebrazioni domenicali e nelle feste di precetto.

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme".

E' chiaro che sia così. Il medesimo documento, al n. 35, spiega infatti che "Le acclamazioni e le risposte dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di Messa, per esprimere e ravvivare l’azione di tutta la comunità".

Ci si può dunque chiedere come mai proprio queste parti sono quelle che nella gran parte delle Messe odierne NON vengono cantate!
Mi vengono in mente tre spiegazioni: o i preti sono una massa di disobbedienti che vogliono disattendere il Concilio e i suoi documenti) o sono formati male o c'è un retroterra ideologico che per qualche ragione a me incomprensibile porta a trascurare questo aspetto...

Certo è che qualcosa non va nella prassi liturgica attuale ed è singolare che ciò si verifichi anche laddove le disposizioni conciliari e postconciliari indicano che si dovrebbe realizzare il massimo di "partecipazione attiva". Mah...

Luisa ha detto...

OT, ancorchè...
Molto interessante quel che ha fatto UNA FIDES e cioè ha risposto alle domande del questionario per i FFI.

http://unafides33.blogspot.ch/2013/08/error-magnus-in-principio-maximus-in.html

Anonimo ha detto...

???, mi pare tutte tre le cause ;-)
Ori

Anonimo ha detto...

Ottimo articolo di Mattia Rossi.
Purtroppo parlare apertamente di questa grave mancanza dei nostri sacerdoti può essere alquantopericoloso. Io l'ho fatto col mio parroco e ancora ne pago le consequenze ... Nella migliore delle ipotesi, se sei fortunato e il parroco non decide di trovarsi un altro organista, ti tocca sentire la solita scusa ipocrita: non canto perché non ho voce.

"O ignoranza, nemica dei sacerdoti, quanto sei nociva ad essi, quanto indecorosa!" (Da un'Omelia ai sacerdoti, tenuta il 3 gennaio 1584
da S. Carlo Borromeo)

Anonimo ha detto...

Quanta verità nell'affermazione di Mattia Rossi sulla presunzione che i semplici, i "comuni fedeli", non intendano il sublime. Mi viene in mente una bella pagina di Gabriele D'Annunzio (non cattolico, è vero, ma evidentemente capace di cogliere quanto certi cattolici di oggi, e di ieri, non sono riusciti a cogliere):

"S’interrompe la santa messa perché il Padre Semeria
concioni. ei sale in una bigoncia che domina l’altare.
parla con una eloquenza facile e pedestre, ma persuasiva.
non v’è bellezza nella sua parola. anch’egli professa
l’errore di credere che i cuori umili non sieno tocchi a
dentro da una voce di altura
."

Urizen ha detto...

Ho letto le risposte, o meglio l'ottima analisi delle domande e dei loro reconditi intendimenti, nel sito di UNA FIDES. La scelta di uno strumento quale il questionario è farisaica, dato che dalla natura e dalla formulazione dei quesiti traspare chiaramente l'intenzione di intimidire e vessare i buoni Frati. Questa indecenza rende eccellente (e sulfurea) testimonianza al grave stato di dissipazione e malanimo in cui versa la nuova chiesa vaticansecondina.

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A sollevarci un po' d'animo il bel post di Mattia Rossi, che è doveroso ringraziare.

Michele ha detto...

Quale futuro per la cantillazione se il papa attuale non canta una sola nota nelle parti che gli sono proprie quando celebra? L'esempio viene dall'alto...

mic ha detto...

Se il papa avesse qualche impedimento, non dovrebbe costituire un esempio negativo, come di fatto si rischia.

mic ha detto...

Dal sito citato da Minstrel,

"...Aveva registrato su cassette la lettura integrale del Tanak (la Bibbia ebraica). Ne ascoltai da studente alcune, lette nel suo ebraico ricco di tutte le sfumature delle gutturali e delle aspirate...."

La lettura in perfetto ebraico non equivale alla "cantillazione".
Sarà anche suggestiva, ma non è la stessa cosa.

Diverso è il fatto di cui parlavo nella premessa, e cioè che i testi più antichi del pentateuco sono individuabili perché se ne può riconoscere la 'musicalità' (probabilmente anche ad uso liturgico), che è stata ricostruita da alcuni studiosi attribuendo ad ogni lettera ebraica una nota musicale, evidentemente con un criterio che non conosco, ma il risultato è di una suggestione indicibile.

rocco ha detto...

"Approfitto anche per respingere uno dei più frequenti pregiudizi che i profani o i modernisti sono soliti tirar fuori sull'argomento: che si tratti, cioè, di un aspetto talmente aulico della Tradizione cristiana che in realtà probabilmente non è mai stato veramente apprezzato in tutte le sfumature che lo rendono aulico [e magari solo per questo da ritenersi sorpassato, con l'allineamento al ribasso che va per la maggiore], da quelli che di solito si definiscono "semplici fedeli".
L'errore non sta nel fatto di considerare che si tratta di arte e spiritualità somme, ma nel credere che i "semplici fedeli" per avervi accesso debbano comprenderle con l'intelletto e conoscerne tutti i dettami tecnici. Nella Bellezza, e nell'Armonia (quindi nella buona musica, specie se è sacra), semplicemente ci si "immerge" e si gusta. È lo spirito e la psiche che ne traggono giovamento, a prescindere dal fatto di possederne la tecnica."

sacrosanto! lo avevo scritto in merito al precedente articolo di mattia Rossi , ma mic lo ha espresso in maniera perfetta. Ci si dimentica che da sempre i papi hanno speso ingenti somme per donare il bello e il sublime e adornarne le chiese. per farne fruire chi? il popolo, noi che almeno in chiesa e gratis et amore Dei,ne abbiamo goduto e ancora ne possiamo godere. livellare in basso sa tanto di ghigliottina giacobina...

minstrel ha detto...

mic, alcuni momenti delle registrazioni sono cantati.
Ad esempio il primo e l'ultimo capitolo del cantico dei cantici. Registrazioni che naturalmente sto usando per le composizioni. Quelle sono cantillazioni su melodie prestabilite che ritornano sulla base del testo.
Ascoltare per credere.

mic ha detto...

Beh quei momenti sono interessanti e forse rispondono a quell'esperienza di cui ho parlato.

Di certo c'è che nelle celebrazioni sinagogali quelle sonorità sono state abbandonate, mentre le conserviamo noi...

mic ha detto...

Il verbo si fa suono,
ricama melodie,
vestendo le parole
che la Chiesa proclama
davanti al Trono
dell'Altissimo.

È la Chiesa che ama
ascolta e riproduce
ciò che Colui che chiama
riveste di Sua luce,
per risanar le menti
e i cuori dei credenti.

Dissacratori folli,
seminando rovine,
decretano un silenzio
profanatore.
Fino a quando. Signore?

cristiano ha detto...

Fino a quando, Signore?

mic ha detto...


http://www.museosanpiox.it/sanpiox/motu02commenti.html