domenica 21 gennaio 2018

Autorità del Papa e Magistero della Chiesa - Card. Gerhard Müller

Nella nostra traduzione da First Things la seconda di una serie di riflessioni del cardinal Müller, ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, su questioni di importanza attuale nella vita della Chiesa, quali l'Autorità del Papa e il Magistero della Chiesa. La prima riflessione, su soggettività, colpevolezza e confessione, sarà oggetto di successiva traduzione

Con quale autorità? - Sul munus docendi del Papa
Gerhard Ludwig Müller

Il Papa non è un monarca assoluto il cui pensieri e desideri sono legge
(Papa Benedetto XVI)
Come si rapportano il Magistero del Papa e la Tradizione della Chiesa? Quando interpreta le parole di Gesù, il papa deve essere in continuità con la Tradizione e il Magistero precedente, compreso quello dei papi più recenti? O è piuttosto la Tradizione della Chiesa che deve essere reinterpretata alla luce delle nuove parole del papa? Cosa succede se ci sono contraddizioni?
Per rispondere a queste domande, ritengo opportuno iniziare con una importante lettera apostolica che Papa Pio IX ha inviato all'episcopato tedesco il 4 marzo 1875. Nella sua lettera, il Papa ha spiegato che i vescovi tedeschi avevano interpretato il dogma dell'infallibilità papale e del primato petrino in perfetta armonia con le definizioni del Concilio Vaticano I. Causa della lettera del Papa il dispaccio circolare del cancelliere tedesco Bismarck che aveva gravemente male interpretato questo dogma per giustificare la brutale persecuzione dei cattolici tedeschi nel cosiddetto Kulturkampf, o "guerra culturale". Secondo Pio IX, nella loro risposta alla provocazione di Bismarck, i vescovi tedeschi hanno mostrato chiaramente "che non c'è assolutamente nulla nelle definizioni affrontate che sia nuovo o che cambi qualcosa sui nostri rapporti con i governi o che possano offrire qualsiasi pretesto per continuare a perseguitare la Chiesa".

Certamente, per valutare gli eventi, bisogna conoscere i presupposti culturali in base ai quali hanno operato Bismarck e i suoi "guerrieri della cultura" liberali. Sebbene avessero per lo più abbandonato il contenuto religioso della Riforma protestante che aveva segnato il loro paese, essi avevano ampiamente sostenuto i pregiudizi contro la Chiesa cattolica. Per loro, l'ufficio pedagogico esercitato dal papa e dai concili della Chiesa rivendicava un'autorità superiore alla Parola di Dio stessa. Non solo il magistero ecclesiale ostacolava l'immediata relazione del credente con Dio, ma si erigeva come elemento estraneo frapponentesi tra i cittadini e lo stato - uno stato, la Prussia della fine del diciannovesimo secolo, che attribuiva a se stesso un'autorità totale, scissa anche dalla legge morale naturale.

Bismarck e i suoi sostenitori erano convinti che l'autorità del papa si estendesse all'invenzione e all'istituzione arbitrarie di dottrine e prassi riguardanti tutta la Chiesa, compresi i cittadini cattolici tedeschi, che sarebbero quindi tenuti ad aderirvi sotto la minaccia della scomunica e della perdita della vita eterna. Contro questa totale caricatura della pienezza del potere del papa, i vescovi tedeschi sottolineavano che "in tutti i punti essenziali la costituzione della Chiesa è basata su direttive divine, e quindi non è soggetta all'arbitrio umano". Per quanto riguarda loro,"l'opinione secondo la quale il papa è "un sovrano assoluto per la sua infallibilità" si basa su una comprensione completamente falsa del dogma dell'infallibilità papale". Infatti, il Magistero del papa "si limita ai contenuti della Sacra Scrittura e della tradizione e anche ai dogmi precedentemente definiti dall'autorevole insegnamento della Chiesa".

Il fatto è che l'ufficio dell’insegnamento tenuto dal papa e dai vescovi in unione con lui è un ministero al servizio della Parola di Dio, un Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo. Cristo è quindi l'unico Maestro (cfr Mt 23,10), che ci annuncia "parole di vita eterna" (cfr Gv 6,68). Rispetto a Lui, Pietro, gli apostoli e tutti i battezzati sono fratelli e sorelle dell'unico Padre celeste.

Senza pregiudizio per il fatto che tutti i credenti sono fratelli e sorelle, Gesù ha scelto alcuni dei suoi numerosi discepoli per essere suoi apostoli, dando loro l'autorità di insegnare e governare. Egli ha affidato loro "il messaggio della riconciliazione", così che ora agiscano nella persona stessa di Cristo per la salvezza del mondo (cfr 2 Cor 5,19ss). Il Signore risorto, al quale è stato dato tutto il potere nei cieli e sulla terra, invia i suoi apostoli in tutto il mondo per fare discepoli di tutte le nazioni e battezzarli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Istituendo i suoi apostoli, Gesù istituisce anche i loro successori, cioè i vescovi, insieme al successore di Pietro, il papa, come loro capo. Il mandato che Cristo dà loro è di "insegnare loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,20). In questo modo Egli chiarisce che il contenuto dell'insegnamento degli apostoli - criterio della verità di ciò che dicono - è il Suo insegnamento. La certezza della fede cristiana poggia infine sul fatto che la parola umana degli apostoli e dei vescovi è la divina Parola di salvezza, non prodotta ma piuttosto testimoniata dal mediatore umano (cfr 1 Ts 2,13).

Fin dai tempi di Ireneo di Lione nel secondo secolo, è stata stabilita una terminologia secondo la quale il contenuto della rivelazione si trova nella Sacra Scrittura e nella Tradizione apostolica. Questa rivelazione è autorevolmente proclamata dal magistero ecclesiastico costituito dal papa e dai vescovi in ​​unione con lui. In contrasto con il principio “sola scriptura”, la sola Bibbia, come aveva affermato la Riforma, il Concilio di Trento sottolinea che essa appartiene alla Santa Madre Chiesa "per giudicare il vero significato e l'interpretazione della Sacra Scrittura" e.... nessuno può osare interpretare la Scrittura in modo contrario al consenso unanime dei Padri.

Il Concilio Vaticano II riprende questo modo fondamentale di interpretare la fede cattolica e ne trae la conclusione: "Questo Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è suo servo. Insegna solo ciò che è stato tramandato. Al comando divino e con l'aiuto dello Spirito Santo, lo ascolta devotamente, lo custodisce con dedizione e lo espone fedelmente. Tutto ciò che propone per credere come divinamente rivelato è tratto da questo unico deposito di fede "( Dei Verbum, 10).

C'è accordo tra tutti i cristiani sul fatto che la Sacra Scrittura è la Parola di Dio. Ma dal momento che questa Parola è trasmessa nel linguaggio umano, non ha l'evidenza ( quoad se - in se stessa) che i protestanti vogliono attribuirle. Piuttosto, c'è bisogno di un'interpretazione umana da parte degli maestri della fede la cui autorità proviene dallo Spirito Santo. Verso coloro che ascoltano la Parola di Dio, questi maestri rappresentano l'autorità di Dio, facendo uso delle parole e delle decisioni umane (quoad nos - evidenti per noi). Il compito di insegnamento e governo autorevoli non può essere lasciato solo al singolo credente che nella sua coscienza arriva ad accettare una certa verità. Dopo tutto, la rivelazione è stata affidata all'intera Chiesa. Pertanto, il Magistero è una parte essenziale della missione della Chiesa. Solo con l'aiuto del magistero vivente [attenzione al 'vivente' in senso storicista! -ndT] del papa e dei vescovi la Parola di Dio può essere trasmessa nella sua integrità ai fedeli e a tutto il popolo di tutti i tempi e luoghi.

Nel Credo professiamo la nostra fede usando parole umane. Queste parole sono soggette ad un certo cambiamento, nella modalità di espressione. Ciò è possibile ed effettivamente necessario, poiché, come afferma chiaramente san Tommaso, "l'atto del credente non si ferma all'enunciato ma va alla realtà" ( S TH II-II 1,2, ad 2). Nella misura in cui l'insegnamento degli apostoli - e quindi l'insegnamento della Chiesa - è Parola di Dio nelle parole degli esseri umani, la Parola di Dio prende forma e si sviluppa nella coscienza della sua fede nella Chiesa, in modo abbastanza analogo al modo in cui ciascuno dei fedeli subisce uno sviluppo spirituale e storico sotto la guida dello Spirito Santo. Certo, la missione dello Spirito Santo non consiste nel creare nuove dottrine, ma nel rendere presente nella Chiesa la pienezza della rivelazione di Gesù Cristo (cfr Gv 16,13).

Il Papa, nella misura in cui, come capo del collegio episcopale, è il principio dell'unità della Chiesa nella verità, ha la missione sia di preservare la verità della rivelazione sia, ove necessario, di stabilire nuove formulazioni concettuali del credo (il "simbolo"). Nel fare ciò, egli non può aggiungere nulla alla rivelazione che ci è stata data nella Scrittura e nella Tradizione, né può cambiare il contenuto delle precedenti definizioni dogmatiche. Ma per preservare l'unità della Chiesa nella fede, egli ha il diritto e il dovere, in alcune circostanze, di dare una nuova formulazione al credo (nova editio symboli). San Tommaso d'Aquino spiega: "La verità della fede è sufficientemente esplicita nell'insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma dal momento che, secondo 2 Pt. 3:16, alcuni uomini sono così malvagi da alterare l'insegnamento apostolico e le altre dottrine e Scritture fino alla loro stessa distruzione, si è reso necessario, col tempo, esprimere più esplicitamente la fede contro gli errori sorti (Summa Theologiae II-II, 1,10 e 1).

Per questo compito, il magistero attinge la comprensione soprannaturale della fede ( sensus fidei ) data dallo Spirito Santo a tutto il Popolo di Dio sotto la guida dei vescovi (cfr Lumen Gentium n. 12). Ma conta anche sui teologi. Senza il lavoro teologico preparatorio di sant'Atanasio e dei padri cappadoci, non ci sarebbe stato il Credo niceno né la sua difesa e le sue specifiche nei successivi concili. Allo stesso modo, i decreti del Concilio di Trento non sarebbero stati possibili senza il lavoro preparatorio dei teologi più istruiti di quel tempo. È vero che per il Concilio Vaticano II la trasmissione storica e fedele della rivelazione ha le sue basi nel carisma dell'infallibilità, che è propria del papa e dei concili ecumenici. Allo stesso tempo, il Vaticano II non manca di aggiungere: "Il Romano Pontefice ed i vescovi, nella coscienza del loro ufficio e della gravità della cosa, prestano la loro vigile opera usando i mezzi convenienti però non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede"(Lumen Gentium n. 25).

Certamente un cattolico non si può ignorare la dottrina sviluppata dalla Chiesa per seguire esclusivamente la dottrina della Scrittura pura per supposizione. La parabola del figliol prodigo, ad esempio, non impartisce una istruzione catechetica sul sacramento del pentimento nella sua materia (pentimento, confessione, soddisfazione) e forma (assoluzione del sacerdote). Se si guardasse la Scrittura da sola, si potrebbe quindi concludere che, dal momento che il figlio non si è effettivamente preoccupato di confessare i suoi peccati, non è nemmeno necessario farlo. Tuttavia, contrastare la Scrittura contro la Chiesa in questo modo significherebbe ignorare completamente le parole di Cristo, che ha affidato agli apostoli - con Pietro come loro capo - la conservazione fedele dell'intero deposito di fede.

Cristo ha posto il papa "alla testa degli altri apostoli, e in lui ha creato una fonte e un fondamento duraturo e visibile dell'unità di fede e di comunione" (Lumen gentium n. 18). Ora, la pienezza dell'autorità apostolica non implica una pienezza illimitata di potere in senso secolare. Piuttosto, questo potere è strettamente limitato dal suo scopo: è al servizio della preservazione dell'unità della Chiesa nella fede nel Figlio di Dio che è venuto "nella pienezza dei tempi" (Gal 4,4-6). L'autorità del papa è strettamente legata alla rivelazione; essa deriva infatti dalla rivelazione. È solo attraverso la potenza di Dio che Pietro è in grado di preservare l'intera Chiesa nella fedeltà a Cristo, anche quando Satana la scuote e la setaccia, affinché il grano possa essere separato dalla pula. Come dice Gesù: "Ma ho pregato affinché la vostra fede non fallisca" (Lc 22,32). Nel suo Magistero supremo, il papa unisce la Chiesa intera e tutti i suoi vescovi nella stessa confessione: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Ed è proprio in questa confessione che egli è la roccia su cui il Signore Gesù continua a costruire la sua Chiesa fino alla fine del mondo. È quindi chiaro che le parole del papa sono al servizio di tutta la Tradizione della Chiesa, e non il contrario.

Quanto detto sopra si riferisce all'insegnamento della Chiesa, ma anche all'amministrazione dei suoi mezzi di grazia nei sacramenti. Nel Decreto sulla Santa Comunione, il Concilio di Trento dichiara che la Chiesa ha il potere di determinare o modificare i riti esterni dei sacramenti. Allo stesso tempo, il Concilio nega che la Chiesa abbia il diritto o il potere di interferire con l'essenza dei sacramenti, insistendo sul fatto che "la loro sostanza è preservata". Quando il Concilio di Trento definisce che ci sono tre atti del penitente che fanno parte del sacramento della penitenza (pentimento con la volontà di non peccare di nuovo, confessione e riparazione), anche i papi e i vescovi dei secoli successivi sono vincolati da questa dichiarazione. Non sono liberi di concedere l'assoluzione sacramentale per i peccati, o di autorizzare i loro sacerdoti a farlo, quando i penitenti non mostrano segni di pentimento o quando rifiutano esplicitamente la volontà di non peccare di nuovo. Nessun essere umano può annullare la contraddizione interiore tra l'effetto del sacramento - cioè la nuova comunione di vita con Cristo nella fede, nella speranza e nell'amore - e la disposizione inadeguata del penitente. Nemmeno il papa o un concilio possono farlo, perché non hanno l'autorità, né potrebbero mai ricevere tale autorità, perché Dio non chiede mai agli esseri umani di fare qualcosa che sia al tempo stesso contraddittorio in se stesso e contrario a Dio stesso.

Bisogna tenere a mente che le affermazioni dottrinali hanno diversi gradi di autorità. Richiedono gradi diversi di consenso, come espresso dalle cosiddette "note teologiche". L'accettazione di un insegnamento con "fede divina e cattolica" è richiesta solo per le definizioni dogmatiche. È anche chiaro che il papa o i vescovi non devono mai chiedere a nessuno di agire o insegnare contro la legge morale naturale. L'obbedienza dei fedeli verso i loro superiori ecclesiali non è quindi un'obbedienza assoluta, e il superiore non può esigere un'obbedienza assoluta, perché sia ​​il superiore che quelli affidati alla sua autorità sono fratelli e sorelle dello stesso Padre, e sono discepoli del stesso Maestro. Pertanto, è più difficile insegnare che imparare, perché l'insegnamento è associato a una maggiore responsabilità di fronte a Dio. L'affermazione "Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Atti 5:29) ha la sua validità anche e soprattutto nella Chiesa. Contro il principio di assoluta obbedienza prevalente nello stato militare prussiano, i vescovi tedeschi hanno insistito prima di Bismarck: "Non è certamente la Chiesa cattolica che ha abbracciato il principio immorale e dispotico che il comando di un superiore libera incondizionatamente da ogni responsabilità personale”.

Quando le opinioni private o i limiti spirituali e morali entrano nell'esercizio dell'autorità ecclesiastica, è necessaria una critica sobria e oggettiva e una correzione personale, specialmente da parte dei confratelli nell'ufficio episcopale. Tommaso d’Aquino non sarà sospettato di relativizzare il primato petrino e la virtù dell'obbedienza. Ancor più illuminante è il modo in cui egli interpreta l'incidente di Antiochia, culminato nella correzione pubblica Paolo su Pietro (Gal 2,11). Secondo Tommaso d’Acquino, l'evento ci insegna che in certe circostanze un apostolo può avere il diritto e persino il dovere di correggere fraternamente un altro apostolo, e che anche un inferiore può avere il diritto e il dovere di criticare il superiore (cfr. Commento ai Galati, cap. II, lettura 3). Ciò non vuol dire che si possa ridurre il magistero ad un'opinione privata, per liberarsi del potere vincolante dell'insegnamento autentico e definito della Chiesa (cfr. Lumen gentium 37). Significa solo che si deve comprendere bene il significato preciso dell'autorità nella Chiesa in generale e il ruolo del ministero di Pietro in particolare. Questo è particolarmente vero quando il conflitto non nasce tra l'insegnamento del papa e la propria visione, ma tra l'insegnamento del papa e un insegnamento dei papi precedenti che è conforme alla tradizione ininterrotta della Chiesa.

Come ha spiegato Papa Benedetto XVI durante la Messa in occasione della presa di possesso della Cattedra del Vescovo di Roma il 7 maggio 2005, 
"Il potere che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori è, in senso assoluto, un mandato a servire. Il potere di insegnare nella Chiesa implica un impegno al servizio dell'obbedienza alla fede". Egli continua: "Il papa non è un monarca assoluto i cui pensieri e desideri sono legge. Al contrario: il ministero del papa è garanzia di obbedienza a Cristo e alla sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, ma piuttosto vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza alla Parola di Dio, di fronte ad ogni tentativo di adattarla o di annacquarla, e ad ogni forma di opportunismo".
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

19 commenti:

Anonimo ha detto...

"Quando le opinioni private o i limiti spirituali e morali entrano nell'esercizio dell'autorità ecclesiastica, è necessaria una critica sobria e oggettiva e una correzione personale, specialmente da parte dei confratelli nell'ufficio episcopale ... Questo è particolarmente vero quando il conflitto non nasce tra l'insegnamento del papa e la propria visione, ma tra l'insegnamento del papa e un insegnamento dei papi precedenti che è conforme alla tradizione ininterrotta della Chiesa.": è la parte più notevole di questo notevole saggio. Evidentemente, rispetto alla possibilità o necessità di una "correzione formale" il cardinal Mueller ha cambiato parere rispetto al suo intervento televisivo di un anno fa, quando sperava di essere riconfermato nell'incarico. E' peraltro finora l'unico, insieme a Burke, ad aver espressamente parlato della liceità di una tale correzione del papa in errore. Qualcosa dunque sembra muoversi, pur tra eterne oscillazioni, su un campo del resto minato. Bergoglio è in difficoltà, anche sul suo fianco sinistro. "Exsurge Domine ... inclina aurem tuam ad preces nostras, quoniam surrexerunt vulpes quaerentes demoliri vineam".

Cesare Baronio ha detto...

"L'ufficio dell’insegnamento tenuto dal papa e dai vescovi in unione con lui" - Questo è uno degli errori del Vaticano II estraneo al deposito della Fede. Il soggetto unico dell'infallibilità papale è il Papa, come insegna il Concilio Vaticano I. La collegialità è un'invenzione spuria del Vaticano II senza alcuna base teologica.

tralcio ha detto...

http://www.veritatemincaritate.com/2018/01/la-virtu-della-prontezza/

Bisogna essere svegli per poter essere pronti.
Svegli non solo fisicamente (come chi piglia pesci), ma spiritualmente.
Non in ordine solo a questa vita, ma in ordine alla vita eterna.
"Il tempo si è fatto breve", dice San Paolo. La figura di questo mondo passa.
Allora, svegli in ordine alla vita eterna, senza essere esauriti nel tempo presente, nel divenire apparente delle cose di questo mondo, si perde il ritmo vitale dell'eternità.

Chi è sveglio, condizione necessaria ma non sufficiente, deve avere un cuore abbastanza vuotato di mondo da essere davvero libero, per poter lasciare quello al quale siamo aggrappati, consuetudini comprese, per rischiare secondo la chiamata di Dio, da liberi.

Allora se siamo svegli e con il cuore libero, possiamo essere pronti.
Essere in questa prontezza ci pone in'altra prospettiva. Con la disponibilità interiore dei santi: "siate contenti che i vostri nomi sono scritti nel Cielo, non che il diavolo cade".
Eccoci alla disponibilità del cambiare vita. Con umile sapienza, senza tronfiaggine.
La verità sta sempre un po' oltre noi: ci vuole prontezza per quel sacco e quella cenere che determinano il cambiamento di vita nel senso del vangelo, da amici di Gesù.

Interessante. Fa bene al cuore.

Anonimo ha detto...

Presumo che anche questo passaggio:

[...] la Parola di Dio prende forma e si sviluppa nella coscienza della sua fede nella Chiesa, in modo abbastanza analogo al modo in cui ciascuno dei fedeli subisce uno sviluppo spirituale e storico sotto la guida dello Spirito Santo.

... possa essere interpretato male ("coscienza", "sviluppo", "storico": mi ricordano qualcosa), se non altro avrebbe bisogno di chiarimenti. Però, mia impressione: affrontiamo un problema per volta. Prima tappiamo le falle e fermiamo il flusso di acqua che invade la nave; poi si pomperà via l'acqua già entrata.

mic ha detto...

La collegialità è un'invenzione spuria del Vaticano II senza alcuna base teologica.

Grazie ad una nota di Mons. Schneider per noi in riferimento a miei articoli, ne abbiamo parlato qui
https://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/03/athanasius-schneider-la-dottrina-sulla.html

Fabio ha detto...

http://www.repubblica.it/vaticano/2018/01/21/news/caso_osorno_il_cardinale_o_malley_attacca_il_papa-186947665/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1

mic ha detto...

Altro scritto interessante di mons. Schneider
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/07/linterpretazione-del-vaticano-ii-e-la.html

interessante anche rispolverare qui:
https://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/07/puntualizzazioni-sulle-recenti.html

Anonimo ha detto...


Un punto non ben chiarito dal card. Mueller.

Mi sembra che il testo del card. Mueller non metta bene in rilievo che, quando NS risorto pone Pietro a capo della Chiesa, gli dice: "pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli". Non si rivolge anche agli altri dieci apostoli. Solo a Pietro. L'immagine del "pastore" nel linguaggio biblico indicava quella del re, della guida del popolo. Solo a lui, a Pietro, NS conferisce quindi il potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, la summa potestas, che include sia il governo che l'insegnamento, se non erro. Quanto ad assolvere o a non assolvere dai peccati, scacciare i demoni, etc. insomma amministrare i sacramenti, NS ha conferito questi poteri a tutti gli Apostoli (potere d'Ordine). La summa potestas iurisdictionis del Papa su tutta la Chiesa viene perciò al Papa per diritto divino (iure divino).
Ciò risultava anche dal Codice di dir. canonico del 1917. Invece il Codice del 1983 non fa più vedere l'inciso "di diritto divino". E perché? Perché, recependo il testo pasticciato di Lumen Gentium 22.2, presenta il Papa come capo del collegio dei vescovi, considerato però il collegio titolare della summa postestas allo stesso titolo del Papa, anche se sempre con il Papa come suo capo e mai senza il Papa (mentre il Papa ne resta titolare anche da solo, ovviamente). Perciò i vescovi, pur essendone titolari, possono esercitarla solo con l'autorizzazione del Papa. Così la summa potestas nella Chiesa ha ora due titolari e due esercizi, anche se l'uno, quello dei vescovi, subordinato nell'esercizio a quello del Papa.
Una bella confusione e una sostanziale deminutio del primato petrino.
[Testo LG 22.2 : "D'altra parte l'ordine dei vescovi [...] è anch'esso insieme col suo capo il romano Pontefice e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, sebbene tale potestà non possa esser esercitata se non col consenso del romano Pontefice"]
Mi sembra pertanto che il testo del card. Mueller sia ambiguo su un punto essenziale, riflettendo in ciò l'ambiguità gravida dell'errore dottrinale di Lumen Gentium 22.2.
Risulta pertanto ambiguo anche il suo richiamo alla dottrina tradizionale sull'infallibilità. E' vero che essa non fa del Papa un "monarca assoluto", tuttavia essa parte sempre dal presupposto che la summa potestas iurisdictionis su tutta la Chiesa spetti solo al Papa e per mandato divino. Se non si ritorna ad affermare questo prinicipio fondamentale, consacrato da un insegnamento quasi bimillenario, non si farà, secondo me, mai un passo avanti, per risolvere la crisi della Chiesa.
PP

viandante ha detto...

Il Papa, nella misura in cui, come capo del collegio episcopale, è il principio dell'unità della Chiesa nella verità, ha la missione sia di preservare la verità della rivelazione sia, ove necessario, di stabilire nuove formulazioni concettuali del credo (il "simbolo"). Nel fare ciò, egli non può aggiungere nulla alla rivelazione che ci è stata data nella Scrittura e nella Tradizione, né può cambiare il contenuto delle precedenti definizioni dogmatiche. Ma per preservare l'unità della Chiesa nella fede, egli ha il diritto e il dovere, in alcune circostanze, di dare una nuova formulazione al credo (nova editio symboli). San Tommaso d'Aquino spiega: "La verità della fede è sufficientemente esplicita nell'insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma dal momento che, secondo 2 Pt. 3:16, alcuni uomini sono così malvagi da alterare l'insegnamento apostolico e le altre dottrine e Scritture fino alla loro stessa distruzione, si è reso necessario, col tempo, esprimere più esplicitamente la fede contro gli errori sorti (Summa Theologiae II-II, 1,10 e 1).

Domanda: A me risulta che le verità di fede si possono certamente approfondire (come riportato da San Tommaso), ma comunque le definizioni di Fede, secondo Calmel, sono rigorose e irreformabili. Ne dovrebbe quindi risultare che un dogma o è approfondito o si lascia tale quale come é. Sbaglio? Si può modificare un dogma semplicemente per modificare il linguaggio?
A me sembrava di aver letto da qualche parte che la formulazione stessa del dogma è parte integrante dello stesso. Forse qualcuno ne sa qualcosa di più?

Anche perché quella dell'aggiornare il linguaggio è la scusa più facile per modificare il contenuto. La riforma liturgica ci può insegnare molto in proposito...

Anonimo ha detto...

"il_cardinale_o_malley_attacca_il_papa"

Il grande risalto dato dai media alla affermazione del cardinale O'Malley dimostra che il malessere è palpabile oppure che, essendo superato ogni limite, persino i progressisti come O'Malley non stanno più al gioco fino in fondo.

Anonimo ha detto...

Paradossalmente adesso il massimo rischio è nel sottolineare la summa potestas iurisdictionis del papa; tornano le sagge domande dei teologi medievali intorno al 'papa eretico', e tornano d'attualità i saggi dubbi dei vescovi ostili alla proclamazione dell' infallibilita' nel CVI. La distruzione definitiva della Chiesa cattolica puo' essere solo realizzata dall' alto, e molto è già avvenuto.

marius ha detto...

Curioso personaggio:
quand'era in carica si limitava a cedere al Pontefice;
ora che è emerito si mette a pontificare.

Pax ha detto...

Riprendo da viandante
"Anche perché quella dell'aggiornare il linguaggio è la scusa più facile per modificare il contenuto. La riforma liturgica ci può insegnare molto in proposito..."

forse sono fuori tema, ma quello che desidero esprimere mi sta a cuore.
Ho sofferto molto per la nuova traduzione della Parola di Dio, introdotta da qualche anno, con l'aggiornamento obbligato del Lezionario per le Messe festive e feriali; un ostacolo per me all'ascolto perché, ogni volta, mi torna alla mente la precedente traduzione - a mio modesto avviso - preferibile, sotto ogni aspetto.

Mi sono chiesta con insistenza perché hanno portato a compimento questa opera tanto inutile, tanto dannosa?

Oggi, ormai ieri, alla Santa Messa, ad esempio, dalla prima lettera ai Corinzi il brano tratto concludeva così:
"....passa infatti la figura di questo mondo"
Versione precedente:
"....perché passa la scena di questo mondo"
Trovo la traduzione attuale decisamente più scadente della precedente.

Ogni anno, poi, nelle feste del Natale soffro ad ascoltare il Prologo di S.Giovanni.
Conosciuto a memoria era splendido, per me almeno, nella prima versione.:
"La luce risplende nelle tenebre,
Ma le tenebre non l'hanno accolta......
Una traduzione che è, da sola, una catechesi.
Ora devo ascoltare:
"La luce risplende nelle tenebre
Ma le tenebre non l'hanno vinta.....
Ogni volta mi domando, legando anche a quello che segue, cosa vuol significare .....e non capisco.
Non bastano tutti gli altri dolori, a causa di tanti scempi a cui bisogna assistere nella Chiesa, ci voleva anche questo?
Poteva essere risparmiato!
Perdonate lo sfogo.

Pax

irina ha detto...

LNBQ, Lorenzo Bertocchi, Le accuse del cardinale O'Malley imbarazzano il Papa
ECCLESIA22-01-2018

http://www.lanuovabq.it/it/le-accuse-del-cardinale-omalley-imbarazzano-il-papa

viandante ha detto...

@Pax
Non poteva esserci risparmiato!
Se la Chiesa nella sua dottrina e morale si deve adeguare al mondo, anche le parole vanno cambiate altrimenti qualcosa stride.
Quanto alla bellezza poi, lasciamo perdere.

Comunque se tante persone si rendessero conto che la differenza tra la Messa tridentina e l'attuale non è solo una questione di lingua e traduzioni, faremmo già alcuni passi in avanti.
Invece la vulgata pensa ancora che la differenza maggiore sia legata alla lingua e non ai contenuti!

tralcio ha detto...

Per Pax e Viandante, scusandomi anticipatamente se fosse sgradita l'intromissione.

Non pensate anche voi che il vangelo di oggi illumini la scena?

C'è chi non riconosce la divinità in Gesù Cristo e questo rifiuto è esattamente ciò che permette a chi ne è infestato di crocifiggerLo.

Dal sacrificio della croce deriva la redenzione del genere umano dalla signoria del principe di questo mondo, fondata sul peccato, disordine subentrato alla volontà divina.
Il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo, ipostasi della seconda Persona della Santissima Trinità, è stato fin dall'origine motivo d'invidia per lo spirito angelico luciferino, perciò ribelle alla Volontà di Dio. Se saremo amici di Cristo, getteremo fuori chi domina la scena di questo mondo, che è già stato giudicato ed è definitivamente fuori dal Regno.
Costretto dall'evidenza (il demonio è intelligente) lo spirito immondo intuisce che Gesù è Dio (l'intelletto precede la facoltà mentale che analiticamente medita le cose nel proprio cuore per accertarle), ma il proprio rifiuto, frutto di una volontà superba, non cambia: nè in lui, puro spirito definitivamente immondo, né in chi umanamente se ne fa interprete, preferendo le illusorie promesse del mondo all'umiltà del dar gloria a Dio!

Nel Vangelo odierno (Mc 3,22-30), leggiamo che gli scribi dicevano di Gesù: "Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni".

Gesù tenta di farli ragionare, in parabole: "Come può satana scacciare satana?" Satana infatti è coerente nel proprio rifiuto della Volontà del Padre.

Ed ecco allora la sottolineatura del dover legare l'uomo forte per poterne rapinare la casa. SE ci facciamo legare dalle trame mondane, credendo "immondo" lo spirito di Cristo finiremo dalla parte sbagliata della lavagna, che non riguarda innanzitutto gli sbagli che possiamo commettere noi, ma lo sbaglio che potremmo commettere rispetto a chi è Gesù, rifiutandone la divinità.

In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna.

Oggi la tragedia non consta innanzitutto nei peccati dei quali ci stiamo macchiando, ma nella chiara percezione di aver declassato Gesù, facendone persino un problema, un motivo di divisione, proprio perché legati e divisi siamo noi, uniti all'eternamente ribelle.

Anonimo ha detto...

PUR SENZA DIRLO non vogliamo più Gesù.
Don Bellei
https://gloria.tv/video/kcyA7X4NmCVj3LSKxvG2cZRRa

viandante ha detto...

@Tralcio
È chiaro che il ribelle vuole dividere la Chiesa e i suoi fedeli. Ed è chiaro che molti, coscienti o meno, lo sostengono lavorando in questo senso.
La Chiesa, la Domus Dei, era un'isola celeste in mezzo a questo mondo, ma c'è stato chi ha voluto che si aprisse al mondo e il mondo vi è entrato!
In questo senso le trame mondane hanno legato troppi cattolici e troppi prelati, che ora effettivamente stanno declassando Gesù e tutto quanto ha detto e fatto e che a noi giunge tramite la sacre Bibbia e la sacra Tradizione. L'uomo si vergogna della Parola di Dio e la cambia. Declassa Dio. Si crea il proprio idolo.

tralcio ha detto...

Gesù ha detto alla Chiesa, Sua sposa, di essere nel mondo ma non del mondo.
Gesù ha predicato una "presenza separata", sempre rivolta al Cielo, ovvero al trascendente.
La scelta di essere rivolti al mondo ha deviato l'attenzione sull'immanente terreno.
A quel punto lo Sposo è diventato scomodo, almeno nella sua Vera Divinità.
Lo Sposo è diventato uno sposo qualunque, senza sacramento, un contratto come un altro.
Lo sposo è stato giudicato scomodo anche umanamente: troppe pretese che non gettano ponti.
Dopo averlo un po' interpretato, si è cominciato a tacerlo, accompagnandosi a chicchessia.
Poi anche il contratto è diventato scomodo: roba per rigidi, incapaci di stare al passo.
La legge ora permette anche di scioglierlo: nel divenir di legami la fedeltà è un'opzione.
Tuttavia la sposa vanta i suoi diritti: non è cattiva, lei ama e il mondo ama chi ama!
Così si è rimasti rivolti solo al mondo, anche continuando a dirsi sposa. Amen.