mercoledì 16 agosto 2017

Della consapevolezza di essere polvere - Cristiano Lugli

Con il presente scritto non vorrei far altro che raccontarvi una storia, o per meglio dire un fatto di cronaca molto triste. Precisamente lunedì 7 agosto 2017 è morto un ragazzo di mia conoscenza che abitava a meno di un miglio da me, all'età di 27 anni. Si chiamava Luca, e per essere più precisi va detto che lo conoscevo da quando avevamo io undici e lui tredici anni, essendo di due anni più grande di me.  Il ragazzo in questione si trovava in vacanza ed era arrivato lo stesso giorno, addirittura al pomeriggio. Si era appena seduto al ristorante e stava per ordinare la cena che avrebbe dovuto consumare poco dopo. Ma non ha fatto in tempo: ha appoggiato il cellulare sul tavolo dopo avere inviato qualche messaggio e si è accasciato a terra privo di sensi. Non una parola prima, non una parola dopo. Un malore che non gli ha lasciato scampo. 

Il paese da cui ambedue proveniamo, un piccolo comune del nostro Appennino, è ancora sotto shock e nessuno riesce a credere a quanto successo - nemmeno il sottoscritto ad onor del vero. Morire per infarto a 27 anni pare inammissibile, inspiegabile perlomeno. Eppure accade e la morte, "come un ladro che viene di notte", si presta a compiere ciò che un disegno di gran lunga superiore a noi non vuole svelarci, un disegno di cui l'Onnipotente non è tenuto a dare spiegazioni. 

I sofismi filosofici reggono però poco davanti all'elaborazione di un lutto - figurarsi se si tratta di una persona giovane, sana fino ad un minuto prima - poiché la morte resterà sempre un passaggio doloroso sia per chi muore che per i cari parenti del defunto. D'altronde non possiamo dimenticarci di quella commozione che toccò Gesù sino alle lacrime venutosi a trovare davanti al sepolcro dell'amico Lazzaro. Anche Gesù, dunque, ha pianto nel vedere la morte di una persona a Lui strettamente cara.

Questa dimensione di dolore che negli istanti in cui scrivo tocca il mio cuore immerso nei ricordi dei momenti passati con il ragazzo da pochi giorni venuto a mancare, invita però ad una ulteriore riflessione. Dio, infatti, nella Sua immensa Bontà e Misericordia, ci permette di trarre da queste scosse emotive spunti in grado di non farci soffermare al solo aspetto umano - per quanto gravoso e straziante che esso sia -, ma ci invita a meditare sulla fugacità della vita. 
L'assioma dell'invulnerabilità giovanile si spezza fra una lacrima ed un pensiero fluito per ricordarci che tutti, ogni uomo indipendente dall'età, non è null'altro che polvere: "memento homo quia pulvis es et in pùlverem revertèris".

Generalmente l'uomo tenta inconsciamente di trovare una motivazione a tutto, anche e sopratutto alla morte. Probabilmente almeno una volta sarà capitato a ciascuno di noi di trovare la spiegazione della morte altrui, perdendo l'oggetto principale della questione e cioè il termine della vita terrena: capire di cosa è morta quella persona, in quali circostanze e magari a quale età. Dare una motivazione a quella morte: la droga, l'anzianità, la trascuratezza della vita, una determinata e rara malattia, giusto per identificare un processo che magari non toccherebbe noi; per dire, in fondo, "ah, vabbè, ma lui o lei sono morti più che altro per questo motivo...".
Un tale modo di affrontare la questione può sorgere alle volte naturale, a mò di scudo; tuttavia non per questo è scusabile, risultando come una pericolosa tentazione. 

Va tosto meditata l'ineluttabilità della morte, tenendo presente che la vita è più breve di quanto si possa credere, come ci ricorda il saggio e paziente Giobbe: "Brevi sono i dì dell'uomo, il numero dei mesi suoi è presso di Te: gli ponesti dei termini che non si potranno oltrepassare". E ancora il salmista: "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo." 

Le semplici verità che ci vengono costantemente e sovente ricordate dalla Sacra Scrittura impongono la riflessione. In più, volendo pensare anche a tutti coloro i quali non si nutrono della Sacra Scrittura, sarebbe sciocco non pensare mai alla morte, nonostante il vivere in una società che fa di tuffo per rimuoverne il pensiero o comunque ponendolo sono un effetto di anestetico collettivo capace di far guardare alla morte come un fatto che riguarda sempre gli altri. Essa però rimane qualcosa di estremamente forte, talmente forte che la polizia o i vigili, quando si verificano incidenti mortali, fanno di tutto per nasconderli pensando così di evitare il turbamento dei passanti. Al cospetto di quel terribile momento è impossibile non porsi inquietanti interrogativi, e questo vale anche per gli atei più convinti. Così, per evitare che un qualsiasi passante si trovi al cospetto di un cadavere, quest'ultimo si avvolge subitamente in una coperta per non farlo vedere, dopodiché si velocizza il traffico e ci si comporta come se nulla fosse accaduto. 

Ahinoi, tutti questi umani sforzi non servono a niente però, giacché la Provvidenza non manca di ricordare la morte ogni giorno a migliaia di persone di tutte le età, in qualsiasi condizione, stato o credo che sia: vene ricordata nelle cliniche di ospedale, nelle case di riposo, nei reparti di pediatria, sulle strade, al mare, in montagna e anche al ristorante. Come diceva un santo sacerdote, "i cimiteri sono vere città e costituiscono una della maggiori preoccupazioni per le amministrazioni comunali'. 
Anche per i cattolici vale ovviamente lo stesso, la morte risultando inquietante persino se si è certi di essere in stato di grazia. Sant'Andrea Avellino, un esempio di santità sacerdotale, tremava fino a scuotere la branda in cui dormiva pensando al "memento mori". 

Vi è poi un aggiunta di terrore ad un certo tipo di morte, riferendoci qui alla morte improvvisa e repentina. Questa è quella che ha colpito il ragazzo mio compaesano. Nella casa a fianco alla sua, poco più di un anno fa, una mia amica di soli 25 anni ha perso la vita improvvisamente in un pomeriggio di mezza estate: stava al fiume a nuotare con il cuginetto e la mamma quando una corrente l'ha trascinata sotto con una morsa letale, restituendola a galla solo dopo che tutto era ormai compiuto. Uno strazio tremendo, per i genitori ma anche per tutte le persone che le volevano bene, me compreso. Tutto questo (il primo ed il secondo caso) sono successi in poco più di un anno a soli quindici metri di distanza da una casa all'altra.

La morte improvvisa, che senza nessun preavviso bussa, compie ciò che deve compiere e va, senza lasciare nemmeno il tempo di credere che ciò che è successo sia successo davvero.
E quanto è da temere questa morte? Quanto, laddove non c'è nemmeno lo spazio di penitenza si deve tremare al sol pensiero? Ecco perché la Chiesa nelle litanie ai santi pronuncia la rogazione "a subitanea et improvvisa morte, libera nos Domine!". Ecco perché il Santo Padre Benedetto XIII compose la preghiera per invocare la Grazia di non morire di morte improvvisa. Agghiacciante è quest'ultima! E che ne sarà di quell'anima? Se vedere un corpo inerme senza vita ci fa rabbrividire, quanto più ci deve preoccupare e far sudare freddo il pensiero di un' anima posta a Giudizio senza il tempo di mettersi in pace con Dio? Qui vi è l'importanza di chiedere una Grazia fondamentale, e cioè quella di fare una morte Santa che permetta di poter avere spazio di penitenza ricevendo i Sacramenti. Tanti sono quelli che muoiono improvvisamente, e tanti anche fra i giovani come vi ho detto e come d'altronde ognuno saprà. Va da sé che oltre al dolore per vedere due conoscenti così giovani lasciare la vita in modo precoce, si unisce anche la preoccupazione - questa fondamentale più del resto -  per le loro anime. 

Il suddetto rammendo ci svela nuovamente la nostra miseria, il nostro essere pellegrini quasi in terra straniera, mai pronti ma sempre predisposti per lasciarla. Il peccato è stato fatto entrare nel mondo, e attraverso di esso è sopraggiunta anche la morte come ci ricorda San Paolo (Rm. 5,12). Illecito è far finta di niente e non curarsi di sé , della propria e dell'altrui anima. Sempre rivolti verso i Novissimi bisognerebbe stare, per non perdere mai la concezione della realtà e cioè delle nostre miserie pronte a scomparire da un momento all'altro.

Raccomandare questo momento ultimo a dei gloriosi Patroni deve essere una delle prime premure, invocando il loro soccorso principalmente nell'istante delle morte affinché essa possa essere una Buona Morte, e cioè Santa. Non a caso un tempo esistevano le confraternite della Buona Morte, e non a caso un gruppo di fedeli ha voluto ridar vita alla "Compagnia della Buona Morte" (qui) alcune delle quali ancora esistenti al sud, epperò votate più che altro ad un aspetto folcloristico più che spirituale. La Compagnia della Buona Morte, nata a Terni, conta confratelli in diversi luoghi d'Italia e nasce con lo scopo di pregare per la conversione dei moribondi, in suffragio delle anime del Purgatorio, e per chiedere la Grazia di una Buona Morte per sé e pei propri cari. Ponendosi sotto il potente patrocinio di San Giuseppe, il Patrone morientium, di San Michele Arcangelo, il præpositus Paradisii, e di San Benedetto Abate, da sempre conosciuto ed invocato come Patrono della Buona Morte, i confratelli appartenenti ad essa si consacrano all'aiuto di tre Santi importantissimi. Ciò risulta di essenziale cura per "apparecchiarsi alla morte", citando Sant'Alfonso nella sua magna opera dell' "Apparecchio alla morte".

Concluderò riportando semplicemente e nuovamente ciò che la morte improvvisa di questo ragazzo mi ha lasciato, quella consapevolezza che, pur essendo già in precedenza conosciuta, presto passa e viene travolta dall'orgoglio, da quella tentazione che ci conduce ad essere dimentichi delle cose ultime. I fatti sopracitati ricordano a me - ma penso a tutti - di quanto la morte sia sempre lì: un istante terribile, un salto, un abisso multiforme. Non è solo un passo, ma è un abisso senza fondo immerso in volute di tenebra sempre più calcate, sempre più grevi. Allo stesso tempo è, in fondo, una sponda che si lascia creduta da noi come un mondo, eppur nient'altro che una sponda. Una sponda che crolla con noi: terra, cielo, passato, futuro... tutto! Nessuna saggezza solo umana che sia, nessuna scienza, nessuna filosofia o teologia, nessuna arte fa un passo, ma fosse un passo, oltre alla sponda che crolla con la morte. Amore, affetto, ideali, tutti i nostri beni accumulati qui muoiono in eterno, come l'illusione di aver appartenuto a qualcosa che nient'altro è se non una prova, un passaggio disposto da Dio per Sua grande clemenza, per realizzare il vero compito di Figli: tornare al Padre. Tutto ciò che viene fatto quaggiù, foss'anche portare beneficio a tutto il genere umano, vale relativamente: solo ciò che si fa per Dio vale, giacché Dio solo È, è nulla è che non sia Lui. Morire prima di morire, per morire con Cristo in Dio e riporre la creatura nel Creatore, restituendo il mondo a Dio. Poiché il mondo, questo mondo, ci fu dato soltanto come un ospizio in cui trascorrere pochi giorni in modo ordinato, custodendolo per Dio e in Dio al fine di lasciarlo come si lascia ciò che non ci appartiene. Ecco perché, da quando mondo è mondo e da quando i cristiani esistono, i grandi Santi, gli anacoreti e gli eremiti più ritirati hanno sempre predicato il distacco dal mondo incoraggiando ogni uomo ad essere monaco di se stesso, solitario fra il chiasso del mondo o solitario nella solitudine di un eremo che sia. Questi uomini di Dio, guardando sempre a quella via regale che è la Via della Croce, ci hanno esortati a guardare il mondo visibile come una grande maschera, la cui creazione persino aspetta di "essere liberata dalla schiavitù della corruzione" (Rm. 8, 19-21). Maschera comica e tragica, parvenza indefinita e con una data di scadenza non pervenuta. 

Per sfuggire a questo salto nel vuoto ove un Giudizio Divino ci attende in tutta la sua chiaroscienza, è indispensabile essere veramente cristiani, e cioè vivendo nel mondo come pellegrini. Serenamente ma freddamente, senza nulla lacerare né di noi né degli altri, né tanto meno della natura, passando per di qui come ombre volenterose di lasciare che tutto sia come Dio vuole che sia.

O uomo non studiare, non perderti nell'orgoglio delle vanità e del sapere, che la strada maestra per imitare Cristo ti dice che a nulla serve il conoscere il mistero della Santissima Trinità se poi ad essa spiaci. Piuttosto, cristiano, contempla: ama invece che conoscere, va in Chiesa piuttosto che perderti in letture con il rischio di accrescere la tua stima. Non disperdere il pensiero ma prega, prega incessantemente e senza sosta. E pregando non pregare come pregò il fariseo, ma prega come il pubblicano, nascosto dal mondo e rinchiuso nella cella monastica del proprio cuore, giungendo le mani ed elidendo te stesso e uccidendo i pensieri, gli sciami di pensieri inviato dal Tentatore per distrarre il raccoglimento e sgretolare il sentiero prediletto della preghiera, il congiungimento fra figlio e Padre. Via te, cristiano! Via il mondo, via tutto ciò che non è Dio per lasciare posto a ciò che non è null'altro che Dio, "Tutto passa, il mondo passa, solo Dio resta", diceva Santa Teresa. Lascia il raglio e il gracchio ai filosofi del nulla, agli esteti del mondo moderno, agli scienziati e agli accattoni dei detriti umani. Segui invece i Maestri, i Santi e i Martiri che hanno fatto la Chiesa, che con il loro sangue innocente, sulla via dell'Agnello immolato, hanno continuato ad irradiarLa dello splendore che le è proprio.

La morte è lì, o uomo, prega e chiedi la Grazia che essa non sia improvvisa, ma stai sempre pronto perché nulla ti è dovuto. Tu sei nulla, polvere che in un modo o nell'altro così deve ridiventare. E allora stai sempre pronto, cristianizza quel detto volgare il quale dice "vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai": esso ha le sue ragioni d'essere se si pensa che dopo la morte ci attende un'eternità che mai non muore, che mai finisce. La tua origine è il Cielo cristiano, e Domine Iddio ti ha posto su due gambe per ricordarti di alzare la testa a guardalo, per farti restare in quella tensione verticale che rammenta la tua provenienza. La tua patria è lì, la tua vita è lì, la tua destinazione deve essere fra la Gloria dei Beati che vedono Dio. Il Cristo ci guida, ci sorregge, ci rende visibile la Croce purpurea che va contemplata, abbracciarla, salita... E se sarà dolore, strazio, che ci importa? Derisione, sangue, martirio, dolore per il distacco...che abbiamo da temere? Cosa abbiamo da conservare noi, del mondo, che nulla siamo e nulla è il mondo? Tu solus Altissimus! Mormoriamo queste tre parole, viviamole, preghiamole e, una volta fatto questo, potremo integrarle, viverle fino in fondo per esaltarle in noi e nella nostra condotta di vita. Lì la Croce sarà oltremodo trasformata, e da sola Croce di Sangue e di Dolore diverrà Croce leggera, Croce di luce, e finalmente Croce di Gloria.
Tu solus Altissimus!

20 commenti:

Anonimo ha detto...

In questa triste occasione, ricordiamo anche la splendida figura
di SANT'ANDREA AVELLINO, sacerdote teatino,
invocato proprio come particolare patrono contro la morte improvvisa.
Il suo corpo si venera nella Basilica di San Paolo Maggiore di Napoli.
Stefano Gizzi, Ceccano

bedwere ha detto...

A subitanea, et improvisa morte, libera nos Domine.

Foto di sante Messe tridentine celebrate sul corpo di S. Andrea Avellino si trovano sul blog Messa Tridentina Napoli https://messatridentinanapoli.wordpress.com/

bedwere ha detto...

Chiedo scusa. Celebrano sul corpo di S. Gaetano.

Emanuele ha detto...

"Se vuoi farti buono pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. E' questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all'anima tua e agli altri".
"Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell'inferno e ci apriamo il Paradiso".
"Vicino o lontano io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità".
"Noi facciamo consistere la santità nello stare allegri e fare sempre e bene il nostro dovere".
"La gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l'amore".
"Il demonio ha paura della gente allegra".

San Giovanni Bosco, Memorie Biografiche

Anonimo ha detto...

Carissimo Cristiano , Le sono vicina spiritualmete .
Intanto , come pronto soccorso , io mi regolerei così : fare celebrare quanto prima 30 messe Gregoriane .
La ringrazio per averci resi partecipi con questa lettera del suo dolore , al momento mi assalgono troppi pensieri e riflessioni che potro' manifestare solo in un secondo tempo , dopo che avro' ritrovato la calma . Pero' una riflessione riesco a farla : la grave responsabilita' dei Sacerdoti nei confronti dei parrocchiani malati . La responsabilita' di portare loro la S.Comunione al letto dei malati proprio in previsione di una loro conversione . Chi puo' dire se qualche anima che non ha mai confessato qualche grave peccato prima o poi non lo fara' vedendo il Sacerdote sollecito , compassionevole ? Questo miracolo sara' difficile che si verifichera' se mandera' in avanscoperta i "ministri dell'Eucaristia " che non possono amministrare il Sacramento della Confessione .
« Absolve Domine animas omnium fidelium defunctorum ab omno vinculo delictorum et gratia tua illis succurrente mereantur evadere iudicium ultionis, et lucis aeternae beatitudine perfrui. »
Una mamma di oltre 40 anni .

Riccardo Abbà ha detto...

Ricordo che mia nonna buonanima, quando ero piccolo e passavo con lei tante ore, ogni tanto tirava uno sbuffo e diceva in dialetto che "il Buon Dio ci guardi dalla morte improvvisa".
La notte in cui morì era una notte come tante, certo era a letto da qualche tempo e non scoppiava di salute, ma tant'è, che morisse non ce lo aspettavamo. Mia madre si crucciò del fatto che, poveretta, fosse morta lì senza l'assistenza che tanto aveva bramato, e ne parlò col parroco, il quale la guardò e le disse:"ma guarda che tua mamma con me era a posto!"
Ergo, zitta zitta ci aveva "fregati" tutti, con notevole consolazione generale...

Anonimo ha detto...

Da chi si possono garantire le celebrazioni di 30 Messe Gregoriane dato che oggi si"deve" concelebrare? O e' solo questione di soldi? Per me una Messa concelebrata da mille persone (sacerdoti) e' sempre e solo una Messa e non mille. Mariano

Anonimo ha detto...


# La morte improvvisa non è come tale segno di dannazione

Nostro Signore ha detto : "State pronti, poiché non sapete né il giorno né l'ora!". Ciò significa che lo 'stare pronti' serve anche a non farsi cogliere di sorpresa dalla morte improvvisa. E come facciamo a non farci cogliere di sorpresa, se la morte improvvisa, proprio perché improvvisa ci coglie sempre di sorpresa? Fisicamente, ci sorprenderà sempre. L'importante è che non ci colga di sorpresa moralmente, non preparati per via di peccati non confessati o addirittura di un'intera vita non cristiana.
E'impossibile non aver paura della morte. Per il cristiano, più ancora della sua morte è da temere il Giudizio che immediatamente la seguirà. Sappiamo per fede che appena morti ci troveremo di fronte Cristo giudice, in tutta la sua maestà, il Cristo del cap 25 del Vangelo di Matteo, parte finale.
Però Dio vuole che noi si abbia il giusto timor di Dio, e la morte e il Giudizio vi rientrano, non vuole che ci angosciamo, col rischio di cadere nella disperazione. Come facevano i primi cristiani a chiamare il giorno della loro morte "dies natalis", il giorno della loro nascita, perché nascita alla vita eterna? Certo, avevano una grande fede e vivevano in conseguenza. Ma come disciplinare almeno la paura della morte e del Giudizio?
Un pensiero utile può essere questo: se non morissi, non entrerei mai nel Regno dei Cieli. Vale però tale pensiero solo se siamo preparati.
Credo, come gli altri del resto, che l'unico modo per tenere sotto controllo quella paura, almeno in parte, sia la disciplina giornaliera della vita cristiana: le preghiere quoditiane canoniche, con l'Angelus e tutto, tre volte al giorno; il Rosario Giornaliero; la S. Messa regolarmente (possibilmente OV), la confessione e la comunione frequenti, magari ogni domenica. Se mi confesso e comunico ogni domenica e ogni sera recito l'atto di dolore perfetto, sono pronto per la "buona morte", sia essa improvvisa o non. Per il resto, cercare di non pensare alla propria morte e alle sue modalità, affidarsi alla Provvidenza anche per questo: certamente non ci farà mancare il suo aiuto, nel momento del transito.
PP

Francesco da Fb ha detto...

E niente: oramai è un'abitudine. Mi trovo con questo sig. Lugli sempre su versanti opposti.
Nell'ultima sua "fatica", parte da due fatti della sua vita, due morti di giovani persone di sua conoscenza, e vicine di casa.
Dicevo parte da questo per intessere un discorso sulla brevità della vita e su tutte le implicazioni e riflessioni che delle morti giovani comportano nella mente di chi resta.
Fin qui nulla da dire.
Ma quel che non condivido è il suo invito ... all'ignoranza ...., in quanto il sapere sarebbe fonte di vanagloria e di orgoglio.
Uhm .... se così fosse, allora, personalità come S. Tommaso d'Aquino e S. Bonaventura, o anche lo stesso S. Antonio di Padova, avrebbero sprecato il loro tempo .... .
La sua idea che lo studio e la lettura siano di per sè motivo di orgoglio è del tutto balzana. Il nostro non sa che poca scienza allontana da Dio, e rende spocchiosi; molta scienza avvicina a Lui e rende umili. Nella mia esperienza, la persone davvero sapienti e di grande cultura sono state sempre umilissime. Le più spocchiose sono invece quelle attinte dall'ignoranza. Più sono ignoranti e più sono superbe e si beano della loro ignoranza.
La verità, comunque, è che tutto sta nel saper adoperare i doni che Dio ha elargito - e l'intelligenza è un dono ed è offendere Lui se la si fa ammuffire! Tutto sta nel sapersi mantenere umili verso Dio ed i fratelli pur mettendo a frutto i doni, o se si preferisce i talenti, ricevuti.
Certamente si offende l'Elargitore di doni se non si mettono a frutto i talenti ricevuti; se si preferisce nasconderli sotto terra.
Se uno ha ricevuto, ad es., il dono dell'intelligenza, è giusto che lo metta a frutto "a maggior gloria di Dio" ed a beneficio dei fratelli.
Così le altre virtù ed abilità.
L'importante è mantenersi, pur con i doni ricevuti, umili ed essere consapevoli che quanto elargitoci è stato dato senza nostro merito e ci è stato dato gratuitamente, per grazia. ;)
Non solo ma anche mantenere la consapevolezza che la sapienza, come qualsiasi altra virtù, per quanto grandi, estese ed ammirate dal mondo, raffrontate a Dio sono meno di una goccia del mare. La dotta o santa ignoranza è proprio questa consapevolezza: di sapere poco o nulla e che una buca sulla spiaggia non potrà contenere l'oceano. In questo modo, lo studio, come qualsiasi altro lavoro, diventa esso stesso umile preghiera.

@Francesco da fb ha detto...

La sua idea che lo studio e la lettura siano di per sè motivo di orgoglio è del tutto balzana. Il nostro non sa che poca scienza allontana da Dio, e rende spocchiosi; molta scienza avvicina a Lui e rende umili.
Amico,
possibile che non ha capito che si tratta di un invito paradossale, uno sorta di "iperbole" che:
a) non va presa alla lettera;
b)che il nostro Cristiano rivolge in primis a se stesso?
Almeno questa è stata la mia prima impressione.

Anonimo ha detto...

Anonimo Anonimo ha detto...
In questa triste occasione, ricordiamo anche la splendida figura
di SANT'ANDREA AVELLINO, sacerdote teatino,
invocato proprio come particolare patrono contro la morte improvvisa.
Proprio perché morì mentre celebrava MESSA.

Cristiano Lugli ha detto...

Gentile Francesco da Fb,

non è un male trovarsi su fronti opposti. Se poi questo avviene sempre pazienza. Mi spiace però che abbia recepito male il senso del mio scritto, che certamente non voleva inveire contro il sapere o contro lo studio, specie se di cose sante e sacre, ma voleva tuttalpiù eleggere il primato - confermato da tutti i santi - dell'orazione sullo studio. Davanti alla morte è più importante l'aver pregato e l'aver contemplato. Lei cita giustamente il Dottore Angelico, e certo saprà che Egli, dall'alto grado della sua santità, ebbe la Grazia di una lunghissima estasi verso la tarda età, a seguito della quale smise di scrivere per sempre, rivelando che ciò che aveva scritto non era che polvere rispetto a ciò che aveva visto per un breve periodo di trasporto e contemplazione divina.
Sant'Antonio, chiedendo il permesso a San Francesco di fondare una cattedra di teologia, veniva così ammonito dal Santo di Assisi: "Mi piace che tu insegni teologia ai frati, purché ciò non vada a scapito dello spirito della Santa orazione e devozione, a cui devono rendere tutte le cose". Ecco, credo qui il primato essenziale sia ben esplicitato. La dottrina del distacco da ogni cosa e perfino dal sapere è professata particolarmente ne L'imitazione di Cristo, ritenuto da tante anime votate a Dio il "5º Vangelo". Non è perciò farina del mio sacco: lungi da me reinventare qualcosa già iscritto nei secoli e nella spiritualità cristiana. Rimando volentieri e particolarmente ai primi cinque capitoli del suddetto testo per esprimere il "mio" pensiero. Il riferimento alla vana lettura o al sapere era ovviamente volto a quel sapere, o per meglio dire a "quella smania di sapere" (proprio come è detto nel "De Imitatione Christi") che rende superbi e fa perdere tempo. Non ci sarà chiesto quanto e cosa avremo letto, ma piuttosto quanto avremo fatto per Dio. Ciò che è vero è che tutto crollerà con noi: ogni scienza, ogni arte e ogni filosofia, che piaccia o no.
La sua esperienza personale, caro Francesco, è davvero rara. Sono certo che ci siano ignoranti che si beano di essere tali, ma sono altresì certo che ci siano - e quanti nei secoli - dotti che abbiano vissuto come superbi. Penso che il semplice e noto riferimento agli scribi e ai farisei non sia da ritenersi banale...
Gesù ha detto una frase ripresa poi profondamente da San Paolo: "Oportet semper orare et non deficere". "Sempre", non a volte. San Paolo, sulla scia del Maestro dice: "Pregate incessabilmente". Tutte le sue obiezioni, caro Francesco, per quanto vere che siano non risolvono la questione del primato della preghiera su tutte le cose. La stessa lettura di testi sacri deve adoperarci ad un maggior Timor di Dio e ad una contemplazione dei Misteri Divini che solo la preghiera può svelare. Il Saggio Aristotele soleva dire che la vera saggezza consiste nel conoscere se stessi, e cioè la nostra miseria di creature malate di peccato e l'impronta divina che Dio ha stampato nel profondo del nostro essere. Vano è ogni sapere se non si conosce anzitutto se stessi.
Diciamo che tutta l'onda del mio scritto calcava sul primato di una cosa rispetto ad un'altra, non sull'assoluta inutilità di una. Se lei è privo di tentazioni alla vanagloria là dove accumula il sapere grazie allo studio, posso solo dirle che deve ringraziare Dio perché è una Grazia particolare e non comune!

Un caro saluto,
Cristiano

Andrea P. ha detto...

Che bella lettura! Ringrazio per avermene dato occasione.
Mi è parsa molto sentita, struggente l'esortazione a non perdersi "nell'orgoglio delle vanità e del sapere" ed a pregare e pregare.
Facendo eco al Vangelo:

"In quel tempo Gesù prese a dire:
«Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo."

Pregare e pregare, dunque! E non come fanno i farisei (costoro hanno già avuta la loro ricompensa).

Sia lodato Gesù Cristo.

mic ha detto...

Grazie a ognuno di voi. E' così che si discute e ci si confronta...

Anonimo ha detto...


Vanità della scienza - Necessità della scienza

Sì, non saremo giudicati per le nostre conoscenze ma per la nostra condotta, per la nostra fede o mancanza di fede. La scienza può facilmente indurre alla superbia chi la possiede.
Oggi, che tutto si è capovolto, sembra esser la superbia degli ignoranti a tenere il campo.
L'ignorante, l'arrogante e il maleducato dettano legge.
Ma della scienza, per quanto vana, non si può fare a meno in questo mondo. S. Paolo ammonisce: "la scienza gonfia, la carità edifica" (1 Cr 8,1). In latino il testo dà "scientia", in greco "gnosis", che sarebbe, credo, la conoscenza in generale non la scienza in senso specifico (episteme). Questa "scienza" che insuperbisce è un sapere generico, che allontana da Dio: molto meglio la carità, anche dell'incolto, che invece ci avvicina a Dio (vedi prosieguo della 1 Cr).
Poi, precisa: qui in terra conosciamo sempre imperfettamente, "vediamo come in uno specchio, oscuramente". Ma quando "sarà venuta la cognizione perfetta", ossia nella Visione Beatifica, allora "conosceremo faccia a faccia": conosceremo Dio e sarà finita tutta la conoscenza (gnosis) terrena (le profezie, le lingue, la scienza): 1 Cr 13, 8 ss.
La conoscenza, quella vera, è molto faticosa. Nietzsche diceva che in un certo senso è contro natura, tanto è faticosa. Per natura, abbiamo il desiderio di conoscere (Arist.). Ma il peso dello studio è enorme. Finalmente, un giorno non avremo più bisogno di studiare, condannati per di più a conoscere sempre imperfettamente: Dio, la S.ma Trinità sarà la nostra unica e sempiterna conoscenza, faccia a faccia!
S. Paolo non dice di rinunciare alla scienza, ma di usarla bene, mantenendola nel giusto rapporto con la carità, in modo che non ci allontani da Dio. Il concetto è stato giustamente ripetuto nella discussione, chiarito l'equivoco iniziale. San Paolo stesso raccomanda insistentemente di non allontanarsi mai dalla dottrina da lui insegnata: ma ciò richiede in noi nozioni teologiche e anche filosofiche, studio insomma. La dottrina sua e degli Apostoli non è anch'essa scienza? E non lo sono anche gli insegnamenti di Nostro Signore? Una "scienza" che è verità rivelata, quindi particolare, superiore alla "scienza" umana. E tuttavia, per esser studiata e compresa, abbisogna anch'essa dell'uso di una "scienza" umana, rettamente intesa.
(L'epoca nostra è comunque quella della lotta mortale per la fede contro i miscredenti e le false religioni; della controversia con la falsa scienza dei Moderni, che tutto sta corrompendo, senza valida opposizione: non è questo il momento di rinchiudersi nella preghiera, quale unica scelta possibile).
PP

Anonimo ha detto...

Questi sono i testi che dovremmo leggere, meditare e commentare con reverente "Timore & TREMORE" ogni giorni. Questi testi sono un'oasi di spiritualità e di richiamo all'essenziale. Cioè a ciò che da (o che dovrebbe dare) senso a tutta la nostra vita e le nostre lotte. L'impegno in pro della salvezza delle anime, in primo luogo della nostra. Nostra intesa come anima personale di chiunque di noi. Non esistono "Anime Collettive", se non per modo di dire.

Anonimo ha detto...

La vita è una cosa tremendamente seria da trascorrere non solo in preghiera continua ma in stupore continuo , in gratitudine continua , in ringraziamento continuo , perche' mentre noi continuiamo a far bere aceto e fiele al nostro Dio , Egli continua a cercarci per trarci fuori dal peccato . Un certo Lunedì dell'Angelo mio figlio ha avuto una emorragia cerebrale subaracnoidea , il motivo non si e' trovato , per un pelo si e' salvato . Dio ha guidato quei medici che lo hanno salvato . Un Sacerdote mi domando' che insegnamento ne avessi tratto : " «Nudi usciamo dal grembo della madre e nudi vi ritorneremo . Il Signore da', il Signore toglie , sia Benedetto il Nome del Signore!». Niente e' nostro e veramente tutto e' vanita' .
La vita e' preziosa ed ha come scopo la morte ma non la morte come risoluzione della vita ma come compimento di una vita
in vista di Dio . Breve o lunga non importa .
Se potessi tornare indietro vorrei che mi avvisassero subito :" Bambina/o , avanti , sappi che ti aspetta una vita in salita verso il monte Calvario ma se ti impegnerai ogni giorno riuscirai a conquistare il Tabor " .

Emanuele ha detto...

A mio parere si sta dimenticando una parte del nostro essere cristiani. L'ardente amore per Dio che ci porta all' ardente amore per il prossimo. Il tutto logicamente nella Verità.
Ciò comporta gioia nel vivere, quella gioia così mirabilmente indicata e consigliata come regola di vita dal Santo dei Becchi ai suoi ragazzi.


"Se vuoi farti buono pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. E' questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all'anima tua e agli altri".
"Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell'inferno e ci apriamo il Paradiso".
"Vicino o lontano io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità".
"Noi facciamo consistere la santità nello stare allegri e fare sempre e bene il nostro dovere".
"La gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l'amore".
"Il demonio ha paura della gente allegra".

San Giovanni Bosco, Memorie Biografiche

Anonimo ha detto...

Il risorto ha insegnato nei quaranta giorni in cui è rimasto con i suoi discepoli «a non vedere più lui, ma a vedere ogni cosa in lui, e riconoscere la sua gloria ovunque affiori nel quotidiano».
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-resurrezione-il-fatto-che-scopre-dio-e-l-uomo-20793.htm

fabriziogiudici ha detto...

Il peccato originale era un peccato di conoscenza: questo già credo che la dica lunga. Se non ci fosse stato, godremmo naturalmente e senza sforzo dell'unica conoscenza importante, ovvero quella di Dio. D'altronde, non possiamo fare finta che il peccato originale non ci sia stato: c'è stato e questo condiziona tutto lo svolgersi della storia umana, per cui dolorosamente siamo alla ricerca di recuperare quello che abbiamo perso. Da soli non recuperiamo niente: è il Sacrificio di Cristo che ci recupera, noi però dobbiamo accettarlo, e dobbiamo sapere come fare. In questo senso, la conoscenza è uno strumento importante, come commentato da altri sopra. Dottrina e Magistero, d'altronde, sono conoscenza. Insomma, si può distinguere tra "gnosi spuria" (che poi è il nome di una matrice di eresie) e gnosi (nel senso di conoscenza) buona:

https://www.riscossacristiana.it/la-gnosi-spuria-di-don-ennio-innocenti-recensione-di-armando-savini/

Sulla questione della superbia generata dalla conoscenza, c'è quell'altro passaggio della Genesi, che parla dei "figli di Dio" e delle "figlie degli uomini". Cito padre Angelo Bellon OP:

http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2355

[...] Ma a partire dal IV secolo, i Padri, in funzione di una nozione più spirituale degli angeli, hanno comunemente interpretato i «figli di Dio» come la discendenza di Set e le «figlie degli uomini» come la discendenza di Caino”. L’identificazione dei figli di Dio con gli angeli va rigettata [...]

2. I figli Set vengono chiamati “figli di Dio” perché tra loro si era conservata viva la pietà e la religione. Le “figlie degli uomini” sono discendenti di Caino, che dimentichi di Dio si occupavano solo delle cose materiali.


E infatti la Genesi dice che erano abili artigiani ed artisti: insomma, ampliavano le loro conoscenze e le usavano. Come va a finire? Che anche molti "figli di Dio" si lasciano sedurre dalle "figlie degli uomini"; ne nascono "giganti" ed "eroi", ovvero uomini potenti e famosi (forse il termine si riferisce anche ad intere civiltà dominanti). Ma poi la cosa finisce male:

“l'episodio richiama solo questo ricordo di una razza insolente di superuomini, come un esempio della perversità crescente che sta per motivare il diluvio”.

Ci sono evidenti similitudini con i tempi attuali.