martedì 14 maggio 2013

Notazioni di Mattia Rossi sulla Babele Liturgico-musicale del nostro tempo

Mattia Rossi ha gentilmente risposto al mio appello e mi ha fatto pervenire questo suo ulteriore contributo sulla situazione di Babele Liturgico-musicale (e non solo) nella quale siamo immersi, nonché sui rischi collegati con un'innovazione non garantita da guide davvero fedeli ai fondamenti perenni - e ciò vale particolarmente per il gregoriano come forma mirabile di esegesi - perché anche la musica non può non presupporre teologia, dottrina e, soprattutto, fede pregata. 

Proverò ad esporre qualche mia riflessione, onere assai arduo inserirmi nelle Sue alte valutazioni, in merito agli argomenti a me più vicini: gregoriano e musica sacra.
  1. – Partiamo con una constatazione: il CV-II, sì, ha creato, di fatto (continuo a credere nella buona fede della maggioranza dei padri), una Babele liturgico-musicale. La musica sacra, come ho già scritto anche su queste pagine, è totalmente sfuggita dal controllo della Chiesa ed è divenuta alla mercé di qualsiasi genere (soprattutto i peggiori, verrebbe da dire).
    Se, però, è vero che, da un lato, la SC può dare adito ad alcuni dubbi interpretativi, è altrettanto vero che, l’istruzione “Musicam sacram” è lettera morta. Il documento citato, promulgato nel 1967, fu il tentativo di far rientrare i buoi nella stalla quando, ormai, erano già scappati. Secondo MS, vi sono tre gradi di priorità nella scelta delle musiche che, contrariamente al pensiero comune (e all’abitudine comune), vedono “al primo posto” le parti «spettanti al sacerdote ed ai ministri, cui deve rispondere il popolo o che devono essere cantate dal sacerdote insieme con il popolo» (I, 7), come, ad esempio, il saluto del celebrante, le orazioni, il prefazio con il dialogo, le formule di congedo, etc. «Il secondo e il terzo [grado], integralmente o parzialmente, solo insieme al primo» (III, 28). Per secondo grado si intendono KyrieGloriaAgnus Dei Credo. Ma più interessante è il fatto che i canti processionali di ingresso, di comunione o di offertorio, i canti che noi riteniamo più “indispensabili”, rientrino solamente nel terzo grado che perciò, oltre ad essere all’ultimo posto di priorità, non possono essere eseguiti se non a completamento degli altri due gradi.
    Questo cosa significa? Che, sì, è vero che il Concilio sulla carta chiede che anche l’assemblea canti, ma chiede che lo faccia nelle parti che gli sono proprie senza alcuna dogmatica partecipazione assembleare. Siccome è assai difficile che un’assemblea canti un graduale, un alleluia, ma anche solamente un introito o un communio, è più logico che essa possa partecipare al canto nelle parti fisse, che si ripetono ad ogni messa: l’Ordinario, dunque. Ecco come si richiede di conciliare il canto di schola e popolo: semplicemente differenziando le parti e i repertori. Punto. Il problema, però, è il solito: alla gente non piace cantare il Kyrie o il Gloria (che lungo!), preferisce cantare un canto d’ingresso (però, mi raccomando, che sia allegro non una lagna), è più bello. Noi siamo – ha ragione, eccome, cara Maria – avvelenati da liturgie antropocentriche, da musiche ‘liturgiche’ concepite come festoso (cosa si festeggia?) accompagnamento della ‘cena’, da un’assemblea che ‘celebra’.
  2. – Riguardo alle “nuove espressioni capaci di cantare la fede nel presente”, ovvero alla convivenza del gregoriano con le nuove composizioni. A me piace paragonare, quando tratto in pubblico dell’argomento, il concetto che dovremmo avere di musica sacra all’episodio evangelico del «padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie»  (Mt 13, 52): un repertorio, cioè, che riconosca il «canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana» (SC, 116)[1], assieme alla polifonia, ma che non  escluda anche i compositori contemporanei nella composizione di “nuove” melodie che ben si addicano alle caratteristiche della tradizionale musica sacra (cfr. SC, 121) già indicate da Pio X.
    Quest’idea della canonicità nello sviluppo – e, si noti, che la fissità, in generale, costituisce la vera garanzia che la Chiesa ci offre per camminare senza pericolo tra i binari dell’ortodossia – non va letta solamente come un doveroso recupero del gregoriano e della polifonia tout court all’interno della liturgia riformata, ma occorre sforzarsi di permeare la nostra mentalità moderna in un’ottica che tenga conto del retroterra teologico del quale, le musiche liturgiche antiche, erano pervase. Non basta, in breve, a cantare qua e là qualche antifona gregoriana o qualche Kyrie polifonico della tradizione: occorre riscoprire quell’immenso substrato di significati ormai andati perduti. Occorre instaurare un ponte, nella musica contemporanea, tra il vetera e il novaFaccio un solo esempio: c’è molta più ‘ispirazione gregoriana’ nella musica d’organo di Hindemith (del quale, per inciso, ricorrono i 50 anni della morte) che nella gran parte dei cosiddetti compositori liturgici tanto cari ai nostri vescovi/parroci.
  3. – Il vero problema del punto precedente (e non solo), lo centra pienamente, cara Maria. Il clero ha, purtroppo, ridotto il servizio del musicista di chiesa: è una figura che richiede un’estrema competenza tecnica. Per valutare se un canto è o meno degno del tempio e, prima ancora, se segue l’abc della grammatica musicale, non basta saper suonare qualcosa, occorre una conoscenza diretta almeno di
    1. i procedimenti compositivi gregoriani (ovvero come trattare, in composizione, la parola),
    2. le regole della composizione musicale. Il clero, dicevo, pretendendo dal musicista di chiesa una forzata opera di volontariato (dimentichi che “ogni operaio ha diritto alla propria mercede”) ha aperto, spalancato, le porte ad ogni più becera forma di volontariato. Da non condannare, in sé, chiaramente, ma credo potenzialmente pericolosa per le sorti della liturgia e, quello che qui interessa, incapace di discernere il grano dalla zizzania. E, dunque, non sappiamo chi possa discernere. Ma nemmeno su chi vigila: firmo e sottoscrivo il Suo commento delle 12.32.[2]
Queste, alcune mie riflessioni a caldo. Mi faccia sapere se posso esserLe utile in altro modo. Attendo, eventualmente, stimoli. Un caro saluto e un particolare ringraziamento, in Domino
Mattia Rossi

Ps: Noto, en passant, che la “situazione diffusa di analfabetismo musicale” e “l’infimo livello di cultura musicale” denunciati da Baroffio, in merito alle assemblee che non cantano, riguardano anche il clero, in base alla mia esperienza.
__________________________
1. Sacrosanctum Concilium, n.116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica, a norma dell'art. 30.
2. 
Dopo aver espresso la perplessità su "chi si fa interprete oggi", non posso fare a meno di aggiungere: chi garantisce, oggi? Con un Sommo Pontefice che "nec rubricat nec cantat" (Lombardi dixit), che non si inginocchia alla consacrazione e che ha fatto della sciatteria anche liturgica il suo stile inconfondibile?
Certo un papa non è onnisciente e deve servirsi di collaboratori validi. Ma i collaboratori all'altezza della situazione, a giudicare dagli otto saggi che intanto si è scelto come "consiglio della corona" dove caspita sono, in naftalina? 
E, quali collaboratori qualificati potrà scegliersi se la sua spiritualità e prassi appare tutta centrata in termini conciliaristi?

5 commenti:

mic ha detto...

La musica sacra, come ho già scritto anche su queste pagine, è totalmente sfuggita dal controllo della Chiesa ed è divenuta alla mercé di qualsiasi genere

Non solo la musica sacra, ma anche ogni altro ambito ecclesiale è stato raggiunto dalla più totale anomia, travestita da "riforma in continuità" - e come tale non solo giustificata ma anche perpetuata - nonostante la buona fede di alcuni, compreso qualche tentativo di restaurazione, peraltro non incisivo, di Benedetto XVI.

Anonimo ha detto...

Anche oggi il Papa ha parlato del diavolo, della sua presenza, ma non ha ancora mai parlato della sua azione specifica in determinati fatti della storia.

Non sembra interessato alla liturgia, il che rischia di lasciare spazio ad abusi e sciatterie.

Misericordia? Sì, ma anche verità e giustizia.
Tenerezza? Sì, ma anche fermezza e solidità.

Due mesi di strombazzamento mediatico trionfalistico in un mare di mediocrità.

mic ha detto...

Due mesi di strombazzamento mediatico trionfalistico in un mare di mediocrità.

E' una lettura 'ostica'.
Frammenti luminosi, carenze, timori, anticonformismi non sempre netti da decifrare, formazione conciliare e 'periferica' che sembra manchi dell'"universalità", compreso l'attaccamento e l'uso della 'categorie' e dei metodi ignaziani dispensati al mondo intero a partire dalla diocesi di Roma.
Tanti indizi sconcertanti e timori, ma ancora non abbiamo un bilancio significativo.

Anonimo ha detto...

Chissà perchè il vescovo di Roma lo hanno preso dalla "fine del mondo", lontano da Roma, vicino a Gerusalemme.

Saranno gli atti e le disposizioni concrete che prima o poi verranno a darci le chiavi giuste.

Gregorius ha detto...

"Non basta, in breve, a cantare qua e là qualche antifona gregoriana o qualche Kyrie polifonico della tradizione: occorre riscoprire quell’immenso substrato di significati ormai andati perduti. Occorre instaurare un ponte, nella musica contemporanea, tra il vetera e il nova."


Verissimo. Ma è difficile ripristinare ponti con ciò che sembra abbiano fatto di tutto per smantellare.
Appropriatissimo il titolo: "come cantare i canti del Signore in terra straniera?"

La riforma liturgica di Paolo VI praticamente rende quasi impossibile, nel suo contesto, questa ricucitura.
Solo il Rito tradizionale può ospitare e inserire fisiologicamente il gregoriano nella teologia che lo costituisce anche in rapporto ai diversi tempi del ciclo annuale.