domenica 7 ottobre 2012

Il rinascimento della lingua latina. - Che fine ha fatto la lingua liturgica dell'Occidente?

Cantuale Antonianum propone questo testo, che pubblico di seguito, ricordando che è solo uno stralcio  (aggiornato per Zenit) dell'intervento di Padre Uwe Michel Lang al primo Convegno su il Motu Proprio Summorum Pontifucum - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Roma 16-18- settembre 2008, del quale c'è qui il testo integrale. Esso viene richiamato da questa interessante notizia attualissima:
Mons. Daniel Gallagher, latinista della Segreteria di Stato vaticana, offre alcune riflessioni sull'importanza della lingua latina per la Chiesa universale e per l'unità della liturgia. Il video è in inglese (mica in latino), quindi non pone eccessive difficoltà oggi, nel nostro mondo "anglofilizzato" (non è vero?). Viene proposto dal Catholic News Service, che sarebbe l'agenzia stampa nientemeno che della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. È evidente a tutti che in America (e nel seminario nordamericano di Roma....dove si allevano i futuri vescovi statunitensi) c'è molta più attenzione per la lingua latina di quanta non ve ne sia, diciamo, in altri ambienti - senza far nomi - in cui pare più utile far studiare ai seminaristi rudimenti di aramaico o lingua del computer piuttosto che la lingua in cui sono scritti (perfino!) gli Atti e i documenti del Concilio Vaticano II. Ben dice Mons. Gallagher: c'è stata una buona dose di ideologia contraria alla lingua latina e tanta deprecabile fretta. Solo a posteriori, dopo la distruzione iconoclasta, si son potuti intravvedere i danni culturali e cultuali dell'abbandono generalizzato del latino da parte di quella Chiesa che umoristicamente, continua, ad appellarsi "latina"!


Se qualcuno avesse la pazienza di tradurlo o sottotitolarlo, farebbe certo una cosa buona, rendendo disponibili a tutti le riflessioni antropologiche e culturali - prima ancora che liturgiche o religiose - dell'intervistato.

La lingua della celebrazione liturgica

La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi.

La lingua adoperata nel culto divino, ovvero la “lingua sacra” non si spinge fino alla glossolalia (cf 1Cor 14) o al mistico silenzio, escludendo completamente la comunicazione umana, o almeno tentando di farlo. Tuttavia, si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo. Christine Mohrmann, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, la Mohrmann sostiene che ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. In tal senso, il Cardinale Albert Malcolm Ranjith ha ricordato in un’intervista: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (La Repubblica, 31 luglio 2008, p. 42).

L’uso di una lingua sacra nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae chiama la solemnitas. Il Dottore Angelico insegna: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4).

La lingua sacra, essendo il mezzo di espressione non solo degli individui, ma di una comunità che segue le sue tradizioni, è conservatrice: mantiene le forme linguistiche arcaiche con tenacia. Inoltre, vengono introdotti in essa elementi esterni, in quanto associazioni ad un’antica tradizione religiosa. Un caso paradigmatico è il vocabolario biblico ebraico nel latino usato dai cristiani (amen, alleluia, osanna ecc.), come ha osservato già sant’Agostino (cf. De doctrina christiana II, 34-35 [11,16]).

Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.

La distanza fra il latino liturgico e la lingua del popolo divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. Questa situazione non favoriva la partecipazione dei fedeli nella liturgia e perciò il Concilio Vaticano II volle estendere l’uso del vernacolo, già introdotto in una certa misura nei decenni precedenti, nella celebrazione dei sacramenti (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, il Concilio ha sottolineato che «l’uso della lingua latina […] sia conservato nei riti latini» (ibid., art. 36, n. 1; cf. anche art. 54). Comunque, i Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata totalmente sostituita dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico si è spinta così oltre, che molti fedeli oggi possono a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma e altrove. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Senz’altro il latino contribuisce al carattere sacro e stabile «che attrae molti all’antico uso», come scrive il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi, in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007). Con l’uso più ampio della lingua latina, scelta del tutto legittima, ma poco usata, «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità» (ibid.).

Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacolare, come fa notare con esemplare chiarezza l’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla traduzione dei libri liturgici Liturgiam authenticam del 2001. Un frutto notevole di questa istruzione è la nuova traduzione inglese del Missale Romanum che verrà introdotta in molti paesi anglofoni nel corso di quest’anno.
Padre Uwe Michael Lang

4 commenti:

Anonimo ha detto...

«L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là»

Ma perchè mai dovremmo vivere la sensazione dell'al-di-là?
Quando saremo nell'al-di-là vivremo la sensazione dell'al-di-là, oggi che siamo dove siamo viviamo la nostra fede, se possibile, senza sensazioni future. Possiamo certo vivere nella dimensione della speranza della vita gloriosa, ma è sicuro che qualsiasi sensazione attuale dell' al-di-là che possiamo vivere qui sarà completamente diverso da come sarà l'al-di-là.
Questa fissazione, che è molto moderna e non affatto tradizionale (vedi la concezione tomistica completamente diversa del rapporto del sacro nel tempo mondano) sull'apparire dell'al-di-là nella liturgia è un rinnegamento, questo sì indice di mancanza di fede, che esista una separazione ontologica tra la vita eterna(che sarebbe meglio tradurre infinita) che già possiamo sperimentare qui, oggi, e quella che vivremo in pienezza nella luce della gloria.

mic ha detto...

L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là»

L'uso di una lingua sacra, non ci aiuta solo a vivere la sensazione dell'al-di-là, ma è una lingua codificata che custodisce formule solenni e intraducibili, preservandole dalle contraffazioni provocate dalla fluidità del linguaggio per effetto della sua evoluzione nel corso dei secoli. Il fine è quello di garantire ad ogni generazione l'incontro e l'immersione nella Realtà divino-umana (come divino-umana è la Persona di Cristo) che il Rito riproduce. Ma soprattutto quello di preservare la sacralità e l'integrità del Rito, che è una cosa molto seria, non manipolabile.

« ... A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.»
[Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 52]

Inoltre, c'è anche l'aspetto della universalità della lingua della Chiesa, valida per i credenti di ogni latitudine.

Anonimo ha detto...

‎"Il fatto che il Latino sia una lingua morta parla a favore del suo utilizzo: è il modo migliore di proteggere l'espressione della Fede contro gli adattamenti linguistici che vengono effettuati naturalmente attraverso i secoli" - Marcel Lefebvre

Anonimo ha detto...

«Il latino! lingua antica, ma non già morta, del cui superbo eco, se da secoli sono muti i diruti anfiteatri, i famosi fori e i templi dei Cesari, non tacciono le basiliche di Cristo, dove i sacerdoti del Vangelo e gli eredi dei martiri ripetono e ricantano le salmodie e gl'inni dei primi secoli nella lingua riconsacrata dei Quiriti. Ormai la lingua di Roma è principalmente lingua sacra, che risuona nei riti divini, nelle aule teologiche e negli Atti della Sede Apostolica, e nella quale tante volte voi stessi rivolgete un dolce saluto alla Regina del cielo vostra Madre e al Padre vostro che regna lassù. Ma essa è anche la chiave, che vi apre le fonti della storia. Ciò che del passato, romano e cristiano, in iscrizioni, in scritti e in libri è giunto fino a noi, porta, salvo parziali eccezioni negli ultimi secoli, quasi tutto la veste della lingua latina».

PIO XII, Discorso alle rappresentanze dei gruppi degli Istituti Medi Superiori di Roma (30 gennaio 1949)