mercoledì 31 agosto 2011

il Nunzio Apostolico in Ucraina: Il Summorum Pontificum per una riscoperta del senso della Liturgia

Estratto dalla Lettre Paix liturgique, n. 24 del 31 agosto 2011

Ambasciatori della Santa Sede nel mondo e rappresentanti del Papa presso le chiese locali, i nunzi apostolici sono di solito talmente presi dai loro obblighi diplomatici da far dimenticare che anche loro sono prima di tutto dei pastori. La recente nomina, da parte di Benedetto XVI, dell'arcivescovo americano Thomas E. Gullickson come nunzio apostolico in Ucraina – un luogo particolarmente importante per le relazioni con il mondo ortodosso – ci offre l'occasione di dedicare un po' di spazio ad uno di questi uomini di Chiesa spesso sconosciuti.

Nunzio apostolico nelle Antille a partire dal 2004 (Bahamas, Jamaica, Trinidad e Tobago, ecc.), Monsignor Gullickson, durante il suo soggiorno nei Caraibi, ha creato un blog molto interessante con contenuti che spaziavano dalle sue omelie domenicali a letture di riferimento fino alle sue riflessioni spirituali e liturgiche. In questo blog, intitolato “Island Envoy”, Monsignor Gullickson si è soffermato varie volte sul motu proprio Summorum Pontificum.

Nel testo che segue, pubblicato l'estate scorsa in occasione della fine del primo triennio di applicazione del motu proprio, si commentano i tre obbiettivi perseguiti dal Papa con la sua pubblicazione. Questi ultimi sono stati così riassunti dal canonista tedesco Gero Weishaupt:
  1. una risposta ai segni dei tempi e un ritorno alla normalità;
  2. l'arricchimento mutuo dei messali del 1962 e del 1970;
  3. la riconciliazione nella Chiesa.

IL TESTO DI MONSIGNOR GULLICKSON

A tre anni (oggi quattro, ndR) dalla pubblicazione del Summorum Pontificum, è migliorata la situazione liturgica della Chiesa? Che tipo di esposizione alla liturgia antica potrà trascinarci verso questo risultato? I tre obbiettivi formulati da Weishaupt rendono giustizia a quelli fissati dal Santo Padre nella sua lettera ai vescovi del 7 luglio del 2007? In realtà, ad una lettura attenta della lettera del Santo Padre, la difesa della verità e della promozione della giustizia, così come il rispetto della continuità che è essenziale in materia di tradizione liturgica della Chiesa, mi sembrano imporsi come le priorità più evidenti.

(...) Ciò che mette in evidenza Weishaupt con il suo primo obbiettivo è certamente in accordo con le parole del Papa, ma rende meno rispetto all'espressione del Santo Padre: più che parlare genericamente di “segni dei tempi” si dovrebbe fare un chiaro riferimento agli abusi liturgici. Parlare poi di un ritorno alla normalità sembra solo sfiorare la questione, perché tutto dipende da quale sia la normalità che si va cercando. Ne consegue che la riconciliazione (punto c degli obbiettivi) è certamente fondata su un rispetto mutuo, ma è molto più complicata di questo.

Più che l'espressione laconica “arricchimento mutuo”, io penso che avremmo bisogno di ricordare tutte le parole usate dal Santo Padre per quanto concerne gli abusi e il malessere generale che, di fatto, nella celebrazione della forma ordinaria nel corso degli ultimi quarant'anni, hanno troppo spesso intralciato l'adorazione in spirito e in verità e sono stati una fonte di confusione e di scoraggiamento per i cattolici. Io vorrei sottolineare in particolare la speranza per la liturgia nuova così come espressa dal Papa: “La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.”

Papa Benedetto XVI vuole chiaramente sciogliere le catene che hanno limitato l'uso del Messale del 1962 nel corso degli ultimi quattro decenni e, al contempo, salvare il Messale del 1970 dall'opera di coloro che hanno preso in ostaggio la liturgia contemporanea nello stesso periodo. Questo significa, in definitiva, che è tempo di applicare correttamente la Costituzione sulla Santa Liturgia del Concilio Vaticano II.

Il Summorum Pontificum rappresenta certamente un punto di riferimento nella lotta per l'espressione liturgica completa e corretta nella Chiesa. Potrebbe essere definito un mezzo di persuasione dolce, un avvicinamento, un'introduzione. Non può però essere il solo mezzo utilizzato per la riforma, perché la verità ha anche bisogno che si denuncino in modo continuativo e persistente gli abusi liturgici che continuano a contrastare il culto in lingua volgare nella sua espressione completa e adeguata. Solo un ritorno all'uso antico come forma ordinaria del culto potrà eliminare tutti gli abusi in un colpo solo, ma non è questa l'intenzione del Santo Padre. Benedetto XVI non ha dispensato i suoi fratelli vescovi dal mostrarsi vigilanti nei loro sforzi di riforma; non ha neanche dispensato i sacerdoti dal mostrare ai loro fedeli la maniera giusta di celebrare; lui esorta invece i musicisti e gli artisti ad effettuare degli sforzi coscienziosi per ripristinare i legami con la tradizione alla quale ci dobbiamo attenere.

Il culto divino è più che una riunione di preghiera, ed è ben più che un esercizio spirituale. I principi del culto celeste e la tradizione che ci viene dagli apostoli condizionano il carattere sublime e la gravità che è propria del sacrificio eucaristico e tutto ciò che ne consegue. (...)

Ieri, riflettendo sui misteri luminosi del rosario, mi è venuto in mente che si tratta in un certo modo di misteri molto eucaristici ai quali ci si potrebbe accostare con finalità di meditazione. Le Nozze di Cana, in particolare, mi hanno parlato dell'applicazione del Summorum Pontificum e di tutta la questione della riforma della liturgia in lingua volgare: solo i servitori che avevano preso l'acqua sapevano cosa stesse succedendo, il che non impedisce al Vangelo di fare della trasformazione dell'acqua in vino da parte di Nostro Signore, su richiesta della Sua Santa Madre, il Suo primo segno pubblico.

Io sono risoluto nella volontà di proseguire l'umile lavoro di riempire gli otri, e lo voglio fare dando il buon esempio nella celebrazione, in particolar modo, attraverso l'adorazione ad orientem. Che il Signore accordi a tutti coloro che lavorano perché il culto sia ben ordinato e sia pio, la possibilità di cambiare i cuori e le anime. La liturgia tradizionale continua a guadagnare i cuori e le anime dei giovani mentre le celebrazioni a volte banali e pretenziose della forma ordinaria ne portano altri all'abbandono della fede. Noi dobbiamo il meglio al Signore e così ai suoi giovani nel seno della Chiesa, per amore della salvezza del mondo.

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